Due storie dalla guerra di propaganda

Due recenti storie su Russi hanno dimostrato come le notizie vengano selezionate e manipolate negli Stati Uniti. La prima riguarda Maria Butina, che apparentemente cercava di rovesciare la democrazia americana, come è, ottenendo un’appartenenza a vita nella National Rifle Association [organizzazione che agisce in favore dei detentori di armi da fuoco degli Stati Uniti d’America, fondata a New York il 17 novembre 1871 – n.d.t.]. Maria, una studentessa laureata all’American University, è ora detenuta in un carcere federale, essendo stata accusata di collusione e mancata registrazione come agente della Federazione Russa. È in prigione da luglio, per la maggior parte del tempo in isolamento, e non ha avuto libertà su cauzione perché, in quanto cittadina russa, è considerata a “rischio di fuga”.
Maria, che si è dichiarata non colpevole di tutte le accuse, ora sta cercando donazioni per contribuire al pagamento della sua difesa legale mentre il governo russo rinnova la richiesta che sia rilasciata dal carcere o che venga processata per qualunque accusa il Dipartimento di Giustizia possa presentare, ma il suo rilascio è improbabile in quanto lei è davvero una prigioniera politica.
I media tacciono di Maria Butina perché il procedimento contro di lei sta andando a pezzi. All’inizio di settembre i pubblici ministeri hanno ammesso di aver frainteso i messaggi di testo utilizzati per sostenere le accuse che lei si era offerta di scambiare sesso per accedere a informazioni. Le richieste che venga conseguentemente rilasciata di prigione, tuttavia, sono state respinte. Il suo avvocato ha osservato che “l’impatto di questa accusa provocatoria, che ha dipinto la signora Butina come un tipo di seduttrice addestrata al Cremlino, o magnetico personaggio di romanzo spionistico, scambiando sesso per entrature e potere, non può essere sopravvalutato”.
Nel tentativo di far scomparire dalle notizie l’imbarazzo relativo al caso Butina , il Dipartimento di Giustizia ha proposto un ordine senza precedenti per impedire al suo avvocato di apparire nei media in un modo che potrebbe danneggiare una giuria nel caso in cui il suo caso alla fine venisse giudicato. Al momento non è stata fissata udienza in tribunale e Maria rimane in carcere a tempo indeterminato, ma alla stampa non potrebbe interessare di meno – lei è solo un’altra vittima del Russiagate in una saga in corso che da molto tempo le è passata oltre.
Data la storia di Maria Butina e l’isteria su tutte le cose russe, forse era inevitabile che la storia dell’interferenza del Cremlino nelle elezioni americane sarebbe stata resuscitata e ripetuta. I procuratori federali stanno ora riferendo che un’altra donna russa ha cospirato illegalmente con altri per “frodare gli Stati Uniti” ed interferire con il sistema politico statunitense, fino ad includere piani per condurre “guerra dell’informazione” al fine di sovvertire le prossime elezioni 2018 di medio termine.
La denuncia è stata presentata il 19 ottobre presso un tribunale federale della Virginia che gestisce la maggior parte dei casi di sicurezza nazionale. Secondo i documenti del tribunale, Elena Alekseevna Khusyainova, 44 anni residente a San Pietroburgo in Russia, ha lavorato come capo contabile per “Progetto Lakhta”, un’operazione di influenza russa appoggiata da un oligarca vicino al presidente Vladimir Putin. Secondo il Dipartimento di Giustizia, l’operazione “ha diffuso informazioni errate su questioni politiche statunitensi, tra cui l’immigrazione, il controllo delle armi, la bandiera confederata, e le proteste dei giocatori della NFL. Ha utilizzato anche eventi come la sparatoria di massa di Las Vegas, e la manifestazione di estrema destra a Charlottesville, per diffondere discordia.”
Khusyainova, che non è probabile venga estradata negli Stati Uniti per un processo, suppostamente acquistò pubblicità nei social network e sostenne anche gruppi dissidenti. L’accusa delle autorità americane sottolinea la connessione tra Khusyainova e l’imprenditore di San Pietroburgo Yevgeny Prigozhin, che in precedenza era stato identificato dai media come il proprietario di una “fabbrica di troll” a San Pietroburgo. Negli Stati Uniti, sono già state lanciate diverse accuse contro di lui ed i suoi collaboratori, tra cui l’ingerenza nelle elezioni presidenziali del 2016.
La storia di Maria Butina rivela come ci sia un difetto fondamentale nel sistema giudiziario negli Stati Uniti. Quando qualcuno viene giudicato colpevole dai media, non c’è modo di correggere l’errore quando la storia cambia e comincia a crollare. È improbabile che il New York Times o il Washington Post balzino a difesa dell’accusato. Maria Butina è stata messa sui carboni ardenti in storie parzialmente vere ma per lo più false nei termini di qualsiasi intenzione criminale. Sta ancora aspettando giustizia e probabilmente continuerà a farlo per qualche tempo.
Il caso di Elena Khusyainova è la replica di quello di Maria Butina, solo ancora più idiota. Nessuna prova reale viene presentata nell’atto di accusa e dato che Elena è in Russia e non è probabile che visiti gli Stati Uniti, l’intera faccenda è un po’ di teatro inteso ad aumentare l’isteria per le elezioni di medio termine degli Stati Uniti. Il sistema elettorale statunitense è davvero così fragile e cosa ha cercato di fare effettivamente Elena? Il Dipartimento di Giustizia tace sulla questione al di là delle vaghe accuse su attività di trolling in internet da parte dei Russi. Uno si chiede chi nel governo federale abbia ordinato l’inchiesta e abbia firmato l’atto d’accusa.
Sia Maria che Elena sono vittime di un aborto giudiziario politicizzato. Maria Butina dovrebbe essere liberata dal carcere ora e permesso di pagare la sua multa per essere un agente non registrato prima di lasciare il Paese. Non vi è alcuna giustificazione per tenerla in prigione. E l’incriminazione di Elena Khusyainova non vale la carta su cui è scritta. Dovrebbe essere strappato e buttato via.
Philip M. Giraldi

Fonte – traduzione di F. Roberti

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Questa Repubblica sulla cui bandiera hanno scritto la parola “infamia”

“Dietro ogni depistaggio che ha segnato la vita di questa Repubblica fin dal suo sorgere, c’è sempre una «ragion di Stato», una strategia del potere, un disegno politico che non si vuole svelare, che deve essere protetto a ogni costo.
Dall’«oro di Dongo» all’uccisione di Salvatore Giuliano, appaltata dal colonnello dei carabinieri Ugo Luca all’«alta mafia», da piazza Fontana alle stragi mafiose del 1993, i depistaggi sono una costante della storia italiana post-bellica che confermano l’esistenza di uno Stato che non è «doppio» né «parallelo», che è uno solo ma ha due volti, uno democratico e l’altro totalitario.
Le commemorazioni sono un esercizio retorico di menzogne e mezze ammissioni di cui tutti si fanno complici perché nessuno ha mai avuto il coraggio di chiamare in causa dirigenti politici, magistrati, vertici militari e di polizia per svelarne le responsabilità che sono, spesso, palesi.
Per l’attentato di Peteano dove, il 31 maggio 1972, sono morti tre carabinieri solo per la mia scelta sono emerse le responsabilità di alti ufficiali dell’Arma mentre quelle dei vertici sono state occultate da Felice Casson, con il concorso di altri suoi colleghi e dell’affiliato alla loggia P2, il vicequestore Giuseppe Impallomeni.
Per quell’attentato il Casson ha inventato prima la responsabilità della loggia P2, poi quella di Gladio, perché carabinieri fedeli alla Repubblica (nessuno però fino a oggi ha provato l’infedeltà dei gladiatori) non avrebbero mai depistato le indagini su un attentato nel quale erano morti tre loro colleghi.
Ora si ritrovano con appartenenti alla Polizia di Stato che hanno depistato le indagini in una strage in cui, oltre a un magistrato, sono morti ben cinque dei loro colleghi.
Se il depistaggio delle indagini sull’attentato del 31 maggio 1972 è stato deciso ai vertici dei corpi di polizia, dei servizi segreti, con l’assenso delle autorità politiche per occultare i rapporti con l’estrema destra, quindi per nascondere quella che era una strategia politica, quello sulla strage di via d’Amelio, a Palermo, compiuta da mafiosi, occulta i rapporti fra lo Stato e le cosche e l’inserimento di queste ultime in una strategia politica.
Il depistaggio non è solo quello della manipolazione delle prove e della loro sottrazione dagli atti giudiziari, è anche quello tipico della magistratura nel suo complesso che si ingegna a inventare ogni volta «deviazioni» e «collusioni», «infedeltà» e tradimenti, pur di non riconoscere che se questori, generali dei carabinieri, alti funzionari dei servizi segreti occultano prove, proteggono colpevoli, «suicidano» testimoni, lo fanno perché motivati dalla «ragion di Stato».
Ed è giunto il momento di affermare questa verità a voce alta, facendo crollare il castello di menzogne eretto in oltre 70 anni di storia di questa Repubblica sulla cui bandiera hanno scritto la parola «infamia».
Cancelliamola.”

Da La Repubblica dei depistaggi, di Vincenzo Vinciguerra.

“Succede quando ci sono di mezzo gli Americani”

Forse non sapremo mai cosa successe quella notte. La morte di Nicola [Calipari – n.d.c.], che conoscevo da appena venti minuti e che si è sacrificato buttandosi addosso a me per salvarmi la vita, resterà uno dei tanti misteri italiani come Ustica e il Cermis. Succede quando ci sono di mezzo gli Americani.
Giuliana Sgrena

(Fonte: Gazzetta di Parma, edizione cartacea del 28 giugno 2018)

Calipari misteri irrisolti

9 maggio 1978


Siamo stati noi a mettere il dito dei brigatisti sul grilletto della pistola. Le Brigate Rosse sono state manipolate in questa direzione, verso l’esecuzione di Moro. Non l’hanno mai capito o scoperto, ma è così che è andata.
(…) La trappola era che dovevano ucciderlo. Sono stati sopraffatti dalla loro stessa incapacità di capire ciò che davvero stava accadendo. Ancora una volta sono stati eccellenti sul piano tattico, ma strategicamente si sono fatti manovrare come degli ingenui.
(…) Li ho messi a tal punto con le spalle al muro che non gli restava altro da fare che uccidere il loro prigioniero. Si sono fatti manipolare fino a diventare i responsabili del loro stesso annientamento.
Steve Pieczenik

Da Abbiamo ucciso Aldo Moro, di Emmanuel Amara, Cooper, 2008, pp. 173-174.

Steve Pieczenik è uno psichiatra, scrittore di gialli psico-politici “acclamato dalla critica”, consulente del Dipartimento di Stato USA inviato in Italia in qualità di negoziatore, all’epoca del sequestro dell’esponente democristiano.
Dopo averlo insultato, egli si assume la responsabilità primaria della decisione del governo allora in carica di rifiutare qualsiasi negoziato con i sequestratori per il suo rilascio. Qui.

Steve Pieczenik, oggi:

David Rossi, MPS e la Siria

David Rossi, il responsabile della comunicazione presso il Monte dei Paschi di Siena, procacciava.
Non tanto dolci compagnie per i notabili locali quanto, molto più probabilmente, lucrosi affari per i produttori e commercianti di armi da destinare ai “ribelli” siriani.
Ma un giorno qualcosa deve essere andato storto e…