La loro “libertà” non è la nostra libertà


“In precedenza, veniva fatto regolarmente e funzionava: l’Occidente identificava un Paese come nemico, scatenava la sua propaganda professionale contro di lui, quindi somministrava una serie di sanzioni, affamando e uccidendo bambini, anziani e altri gruppi vulnerabili. Se il Paese non fosse crollato in pochi mesi o anni, sarebbero iniziati i bombardamenti. E la nazione, totalmente scossa, nel dolore e nell’impotenza, crollava come un castello di carte, una volta sbarcati i primi soldati della NATO.
Tali scenari sono stati ripetuti più volte dalla Jugoslavia all’Iraq.
Ma all’improvviso è successo qualcosa di importante. Questa terrificante anarchia, questo caos si è fermato; è stato scoraggiato.
L’Occidente continua a usare la stessa tattica, cerca di terrorizzare Paesi indipendenti, spaventare la gente, rovesciare ciò che definisce “regimi”, ma il suo potere mostruosamente distruttivo è diventato improvvisamente inefficace.
Colpisce e la nazione attaccata trema, grida, versa sangue, ma si rialza in piedi, orgogliosamente.
Quello che stiamo vivendo è un grande momento nella storia umana. L’imperialismo non è stato ancora sconfitto, ma perde la sua presa globale sul potere.
Ora dobbiamo capire chiaramente “perché” per poter continuare la nostra lotta, con ancora più determinazione, con ancora più efficienza.”

All’improvviso, l’Occidente non riesce più a rovesciare i “regimi” di Andre Vltchek, continua qui.

La guerra americana al clima

“In un periodo in cui è alta l’attenzione mediatica intorno al tema dell’ambiente – con annesse campagne etiche rivolte al consumo individuale senza intaccare il modello produttivo capitalistico che devasta l’ambiente – balza agli occhi una recente inchiesta pubblicata da una delle più importanti riviste internazionali di ricerca geografica, Transactions della Royal Geographical Society, in cui viene calcolata l’incidenza delle forze armate statunitense sui cambiamenti climatici. E il dato che viene fuori è tanto emblematico, quanto sconcertante il silenzio che lo accompagna.
Secondo questa indagine, che si basa sui dati della US Defense Logistics Agency – Energy (DLA‐E) – una grande agenzia all’interno del Dipartimento della Difesa degli USA, principale punto di acquisto dei combustibili a base di idrocarburi per le forze armate – l’esercito americano infatti risulta esser uno dei maggiori inquinatori della storia, consumando per la sua vasta infrastruttura e le sue operazioni militari, sia a livello nazionale che internazionale, più combustibili liquidi ed emissioni di CO2e rispetto a molti paesi di medie dimensioni (più di 140 paesi) che lo fanno il più grande singolo consumatore istituzionale di idrocarburi nel mondo. Nel 2017, l’esercito USA ha acquistato circa 269.230 barili di petrolio al giorno ed emesso, bruciando quei combustibili, 25.375,8 kt-Co2e. Se le forze armate statunitensi fossero un paese, solo per il loro uso di carburante (escludendo emissioni di elettricità, cibo, cambiamenti di uso del suolo dalle operazioni militari o qualsiasi altra fonte di emissione) sarebbero il 47° più grande emettitore di gas serra del mondo. Basta pensare che questo dato corrisponde alle emissioni totali – non solo di carburante – della Romania. Inoltre, bisogna anche osservare che questi dati sulle emissioni riguardanti l’esercito statunitense non sono considerate parte delle emissioni aggregate degli USA a seguito dell’esenzione concessa nella negoziazione del protocollo di Kyoto del 1997 che doveva esser rimossa dall’Accordo di Parigi sul Clima a cui l’amministrazione Trump ha ritirato la firma.
(…) Ma non sono solo questi i dati che collocano l’esercito statunitense ai vertici dei principali attori della devastazione ambientale: le basi militari statunitensi, sia interne che straniere, si collocano costantemente in alcuni dei luoghi più inquinati del mondo, poiché il perclorato e altri componenti contaminano le fonti di acqua potabile, falde acquifere e suolo.
(…) Se riportiamo ciò alle basi militari statunitensi dislocate in tutto il mondo – compreso particolarmente il nostro paese – il quadro è ben definibile in tutta la sua portata. Un esempio è la contaminazione delle forniture di acqua potabile locale della base dell’aeronautica militare di Kadena ad Okinawa (Giappone).
Un altro esempio che ci riguarda molto da vicino è la Base della Marina USA sita a Niscemi (CL), in Sicilia, all’interno di una Riserva Naturale della Sughereta (fra le più antiche e importanti d’Europa) deturpata e devastata con l’installazione di un sistema di telecomunicazioni satellitare, il MUOS (che si combina con le antenne NRTF dal 1991), le cui emissioni elettromagneti­che bucano la ionosfera e possono ri­sultare letali per le persone come dimostrano i dati sull’incidenza dei tumori nell’area superiori alla media nazionale, come alla tiroide che raggiunge il 14% dei cittadini a fronte di una media nazionale del 4%, mentre il 7% patisce tumori ai testicoli di fronte ad una media nazionale del 2%.
Un altro esempio che possiamo citare a dimostrazione dell’incidenza dei siti militari statunitensi sulla salute e l’inquinamento è l’isola portoricana di Vieques – per anni discarica delle munizioni nocive degli Stati Uniti – dove il tasso di tumori è di molto superiore rispetto al resto dei caraibi.
Tutto questo senza dimenticare che gli USA sono la potenza che ha condotto più test nucleari di tutte le altre nazioni messe insieme (oltre ad esser l’unica ad averle sganciate sulla popolazione civile), responsabili dell’enorme quantità di radiazioni che continua a contaminare molte isole dell’Oceano Pacifico. Le Isole Marshall, dove gli USA hanno lasciato cadere più di sessanta ordigni nucleari tra il 1946 e il 1958, sono un esempio particolarmente significativo, con gli abitanti di quest’area che continuano a sperimentare sulla loro pelle un tasso di cancro estremamente alto.
Un altro capitolo non certo irrilevante sono le missioni di guerra – non solo per l’uso di carburante prima citato. Come esempio citiamo l’azione militare statunitense in Iraq che ha portato alla desertificazione del 90% del territorio iracheno, paralizzando il settore agricolo del paese e costringendolo ad importare più dell’80% del suo cibo. L’uso da parte degli USA dell’uranio impoverito in Iraq durante la Guerra del Golfo ha causato inoltre un enorme onere ambientale per gli iracheni, così come lo smaltimento attraverso pozzi di combustione all’aperto dei rifiuti dell’invasione del 2003 ha causato un’ondata di cancro tra i civili iracheni e tra gli stessi militari statunitensi.
Secondo uno studio dell’Istituto Watson per gli Affari Internazionali e Pubblici del progetto Costs of War della Brown University, tra il 2001 e il 2017, l’esercito statunitense ha emesso 1,2 miliardi di tonnellate di gas serra, equivalente a 255 milioni di veicoli passeggeri in un anno. Più di 400 milioni di tonnellate di gas serra sono direttamente dovute alla guerra (Afghanistan, Pakistan, Iraq e Siria) a causa del consumo di carburante correlato, equivalente alle emissioni di quasi 85 milioni di auto in un anno. Il Dipartimento della Difesa risulta esser di gran lunga il più grande consumatore di combustibili fossili del governo degli USA, rappresentando circa l’80% di tutto il consumo energetico del governo federale dal 2001.
(…) Questi dati, fra l’altro parziali (che rigurdano solo gli USA e non prendono in considerazione altre questioni come ad esempio l’impatto devastante dei prodotti chimici utilizzati in contesti bellici così la distruzione di edifici, ponti, industrie, equipaggiamenti, i resti di munizioni, bombe e mine inesplose, rifiuti tossici ecc.), dimostrano l’elevato impatto – diretto ed indiretto – della guerra nei processi di cambiamento climatico e distruzione del patrimonio ambientale, naturalistico e storico che tanto preoccupano gli scienziati per il futuro del pianeta.”

Da L’esercito USA tra i più grandi inquinatori al mondo.

L’ideologia yankee applicata al resto del mondo


“Vi è una coincidenza sorprendente tra la promozione della democrazia occidentale e il massacro di massa che ne è la sua applicazione pratica. Lo scenario è sempre lo stesso: si inizia con la dichiarazione dei diritti umani per finire con i B52. Ora questo trofeo della politica estera degli Stati Uniti – e dei loro alleati – è una diretta conseguenza del loro liberalismo. Questo aspetto della storia delle idee è poco conosciuto, ma la dottrina liberale ha perfettamente assimilato l’idea che per garantire la libertà di alcuni, sia necessario garantire la sottomissione di altri. Il padre fondatore degli Stati Uniti, un liberale come Benjamin Franklin, ad esempio, si oppose all’installazione di reti fognarie nei quartieri poveri, perché rischiava, migliorandone le condizioni di vita, di rendere i lavoratori meno cooperativi. In breve, dobbiamo affamare i poveri se vogliamo sottoporli e dobbiamo sottometterli, se vogliamo farli lavorare per i ricchi. A livello internazionale il potere economico dominante applica esattamente la stessa politica: l’embargo che elimina i deboli costringe i sopravvissuti, in un modo o nell’altro, a servire i loro nuovi padroni. Altrimenti, ci sono ancora i B52 e i missili da crociera.
Non è un caso che la democrazia americana, il modello che la Coca-Cola ha diffuso a tutte le famiglie del villaggio globale, sia stata fondata da schiavi e genocidi. C’erano 9 milioni di amerindi nel Nord America nel 1800. Un secolo dopo, erano 300.000. Come disse Alexis de Tocqueville “La Democrazia in America” è arrivata con le sue coperte avvelenate e le mitragliatrici Gatling. I selvaggi piumati del Nuovo Mondo prefiguravano i bambini iracheni nel ruolo di questa umanità in soprannumero di cui si sarebbero liberati, senza rimorsi, se le circostanze lo avessero richiesto. Così, da un secolo all’altro, gli Americani hanno trasposto il loro modello endogeno su scala mondiale. Nel 1946, il teorico e apostolo della Guerra Fredda del contenimento anticomunista George Kennan, scrisse ai dirigenti del suo Paese che il loro compito secolare sarebbe stato quello di perpetuare l’enorme privilegio concesso dalle fortune della storia negli Stati Uniti d’America: possedere il 50% della ricchezza per solo il 6% della popolazione mondiale. Le altre nazioni saranno gelose, vorranno una fetta più grande della torta e bisognerà impedire che ciò accada. In breve, la “nazione eccezionale” non intende condividere i benefici.
Una caratteristica importante dello spirito americano ha favorito questa trasposizione della “democrazia americana” in tutto il mondo. È la convinzione dell’elezione divina, l’identificazione con il Nuovo Israele, in breve il mito del “destino manifesto”. Tutto ciò che viene dalla nazione scelta da Dio appartiene di nuovo al campo del Bene, incluse le bombe incendiarie. Questa mitologia è la potente forza della buona coscienza yankee, quella che vetrifica intere popolazioni senza il minimo problema di coscienza, come il generale Curtis Le May, capo dell’aviazione americana, che vanta di aver fatto alla griglia col napalm il 20% della popolazione nordcoreana. Gli Stati Uniti hanno realizzato una congiunzione inedita tra una potenza materiale senza precedenti e una religione etnica ispirata al Vecchio Testamento. Ma questo potere è stato surclassato nel 2014 quando il PIL cinese, in parità di potere d’acquisto, ha superato quello degli Stati Uniti. E non è sicuro che l’Antico Testamento sia sufficiente a perpetuare un dominio che si sgretola inesorabilmente.”

Da Democrazia genocida, di Bruno Guigue.

Trump e i guerrafondai della NATO proclamano la pace

Finian Cunningham per rt.com

Durante la ricorrenza del 75° anniversario dell’assalto degli Alleati alla Francia occupata dai nazisti, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e gli altri leader della NATO hanno emesso un “Proclama del D-Day”. In suo nome, si sono impegnati a “non ripetere mai più l’orrore della seconda guerra mondiale”.
Gli Stati Uniti e altre 15 nazioni, tra cui Gran Bretagna, Francia e Canada, hanno anche dichiarato il loro impegno a “risolvere pacificamente le tensioni internazionali”.
Se il cosiddetto annuncio del D-Day suona come un carico di sciocchezze, è perché lo è.
Appare evidente che sia stato frettolosamente messo insieme a scopo rasserenante mentre Trump e gli altri commemoravano l’Operazione Overlord al suono di una banda di ottoni dell’esercito e l’inno dei tempi della guerra di Vera Lynn “We’ll meet again”. I nobili sacrifici di soldati e civili nella sconfitta del nazifascismo avrebbero dovuto ricevere qualche segno di decoro sotto forma di un proclama di pace, così sembra.
Tuttavia, la proclamazione di Trump e della sua banda di guerrafondai della NATO deve essere considerata nient’altro che una cinica adesione di facciata. Continua a leggere

La Libia è un caso di studio

“Senza entrare nel merito come ha fatto magistralmente Perra, si deve sottolineare una questione di metodo: non ridurre allo schematismo, alla ricerca dei burattinai di Haftar. Il generale libico avrebbe dietro di sé come danti causa Russi e Americani, Sauditi ed Emiratini, Francesi ed Egiziani, attori non necessariamente in armonia tra loro quando non rivali o nemici ma sempre uniti nell’armare, finanziare e telecomandare il nostro. Più che analisi, partite di Risiko a causa delle quali non comprendiamo come il signore della guerra nordafricano non sia mosso dal desiderio di sconfiggere il fondamentalismo islamico o da alleanze permanenti bensì solo da interessi permanenti: i propri. Dietro Haftar azzardiamo a dire che ci sia solo Haftar, ennesima incarnazione del capo vicino-orientale che cerca alleati e si offre come alleato sul mercato geopolitico, come prima di lui i regnanti hashemiti, sauditi o pahlavi con Inglesi ed Americani, o mutatis mutandis capi militari o di partito come Al Bashir o Saddam Hussein.
Pensiamo proprio a Saddam: già esponente di vertice dell’ala destra anticomunista della branca irachena del Baath, non esitò tanto a cercare la collaborazione degli elementi più religiosi dentro all’Iraq e della CIA all’esterno per prendere il potere e reprimere i comunisti, instaurando al contempo un governo progressista per quanto riguarda l’istruzione di massa e la condizione femminile. Da sempre avverso al clero sciita, alla Siria pure baathista e all’Iran rivoluzionario, fu però vicino alla causa palestinese. Anticomunista ma in discreti rapporti con l’URSS, combatté l’Iran con il consenso americano per poi tornare a giocare la carta antimperialista quando fu aggredito dagli USA a sua volta, così come la carta dell’unità sunnita. Chi aveva dunque “dietro di sé” Saddam Hussein? La domanda ci appare in tutta la propria insensatezza realpolitica.
Se nel Vicino Oriente ci si muove, lo ripetiamo, per interessi permanenti e non per alleanze permanenti, una volta scopertolo bisognerebbe capire quali interessi siano i nostri: stabilità degli Stati, possibilmente non ad opera di governi eccessivamente repressivi o reazionari che alienino le proprie popolazioni, lotta al radicalismo religioso formatosi ai margini del mondo sunnita (quello sciita non costituisce un problema per l’Europa, piaccia o meno al signor Bannon), costruzione di Paesi il più possibile inclusivi nei confronti delle donne, delle minoranze etniche e religiose (si pensi alle popolazioni cristiane o ai Curdi che al contrario potrebbero rifugiarsi in un separatismo disgregativo ed antiarabo) e dai sistemi economici efficaci ed efficienti che evitino povertà, emarginazione e conseguenti ondate migratorie. Si noti: abbiamo iniziato a parlare di Europa, non più di “Occidente”, e questo perché non pensiamo affatto che gli interessi di Europa, Stati Uniti e movimento sionista coincidano. Gli ultimi due attori hanno piuttosto interesse a garantire la disgregazione degli Stati vicino-orientali lungo linee etniche, religiose e tribali, al fine di assicurarne il sottosviluppo, la soggiogabilità o quanto meno la non pericolosità. Haftar o Serraj quindi, in Libia? La questione, per come l’abbiamo posta, precede e prescinde la domanda.
Nel metodo, la soluzione potrà venire, ancora una volta, da una “ecologia delle potenze” interessate alla stabilità del teatro mediterraneo e da un dialogo tra queste (Italia, Russia, forse la Turchia e l’Egitto che comunque si detestano, un Qatar e una Francia che non possono essere lasciati fuori dalla porta). Il lavoro di dialogo e tessitura diplomatica è tutt’altro che banale ed è urgente che l’Italia se lo assuma.
Nel merito, le uniche forze dialoganti sul terreno possono essere le tribù libiche e cioè il popolo del Paese: i capi tribù sono gli unici veramente interessati al benessere ed alla sopravvivenza delle proprie genti, molto più che non il signore della guerra di Bengasi o il “sindaco di Tripoli” (per tacere degli islamisti di Misurata).”

Da Libia e Vicino Oriente: quello che l’Occidente non capisce, di Amedeo Maddaluno.

La Santa Democrazia


“Il principale nemico dell’umanità negli ultimi decenni non è stato il terrorismo ma la Santa Democrazia. Così si potrebbe dire, se si credesse davvero nella Santa Democrazia e non la si ritenesse una maschera e un pretesto.
Questa maschera e questo pretesto sono stati utilizzati per condurre le guerre dell’Impero, quelle palesi e quelle occulte. Sono stati utilizzati per giustificare embarghi e boicottaggi e distruggere l’economia dei Paesi refrattari all’Impero e il benessere dei loro popoli; per bombardarli e invaderli; per condurre in tutto il mondo campagne di propaganda contro gli Stati che cercavano di sottrarsi alla colonizzazione occidentale e alla rapina delle loro risorse.
Dall’Irak allo Zimbabwe, dal Congo al Sudan, dalla Jugoslavia all’Iran, da Cuba alla Birmania, dalla Cina alla Russia all’Afganistan, chiunque rifiutasse il dominio delle multinazionali occidentali, e che fosse dominio incondizionato senza limiti né regole, diventava uno “Stato canaglia” e veniva fatto oggetto, prima di un vero e proprio linciaggio mediatico, poi di guerra vera, dichiarata o non ma con morti veri, stragi, distruzioni, assassinii, quando non stermini senza limiti.
Non importava e non importa che tipo di Paese sia, come sia organizzato, se sia o no democratico nel senso capitalista del termine, cioè se ci sia la possibilità di fondare partiti che facciano l’interesse dei padroni e che si presentino alle elezioni e stampino giornali e abbiano televisioni. Non importa, a meno che quei partiti non vincano le elezioni e si insedino al governo e offrano il paese alle orde multinazionali.
“Democrazia” è diventata ormai una parola vuota ma una minaccia piena d’orrore. Come fu per “eresia” in secoli non così lontani.
La Russia di Eltsin, che faceva bombardare il parlamento ma lasciava rapinare allegramente il proprio Paese da multinazionali e mafie, era un Paese democratico. La Russia di Putin e Medvedev, che mantengono lo stesso ordinamento politico ma che hanno riportato nelle mani dello Stato l’economia del Paese, diventa automaticamente “un regime autoritario”.
I paladini della Santa Democrazia passano il loro tempo a ordire e organizzare colpi di Stato, assassinii politici, attentati terroristici, in tre quarti del mondo. Organizzano eserciti di mercenari criminali, che una volta chiamavamo “squadroni della morte” ma che oggi, a furia di progredire, chiamiamo “contractors”, per torturare, massacrare, trucidare, terrorizzare popolazioni inermi, al solo scopo di demoralizzare la resistenza di quei popoli o di destabilizzare governi e Stati che fanno qualche passo verso l’indipendenza economica e politica dall’Impero, verso un ordinamento sociale un po’ meno capitalista. In Nicaragua negli anni ottanta i contras, addestrati, armati, comandati dagli USA, lottavano per la democrazia.
Uccidendo in tre anni ottomila civili e novecentodieci funzionari statali. Gli ottomila civili erano sindacalisti, attivisti politici, famiglie di sindacalisti e attivisti politici, contadini di tutte le età e i sessi, villaggi interi di contadini compresi i bambini. I funzionari statali erano maestri, medici, infermieri mandati dal governo nei villaggi contadini, spesso volontari che volevano dare il proprio contributo alla crescita umana e culturale del Paese in cui vivevano.
Lottavano, i contras, contro il governo sandinista, e uccidevano nei modi più efferati per creare e diffondere panico e terrore, demoralizzazione, paura. Quella paura continua e totale che fa preferire la schiavitù alla libertà.
Ma non voglio e non posso fare un elenco dei crimini della Santa Democrazia. William Blum, ex funzionario del Dipartimento di Stato USA, ci ha provato, limitandosi appunto alla politica USA e utilizzando solo i documenti CIA dissecretati, e gli è venuto un libro di settecento pagine.
Il problema più grave oggi, però, per noi popoli dei Paesi santamente democratici, è che il mito della Santa Democrazia è ormai diffuso tra tutti noi. Grazie all’informazione e ai suoi mezzi, siamo diventati tutti paladini della Santa Democrazia. Un tempo invece molti di noi avrebbero lottato a fianco dei Paesi attaccati dall’Impero. Un tempo molti di noi avrebbero subito rizzato le orecchie, sentendo i giornali e le televisioni dell’Impero iniziare a sbraitare monotonamente e senza tregua contro il governo di un Paese non in linea con gli interessi dell’imperialismo.
Come una volpe rizza le orecchie al latrare dei cani e al corno del cacciatore, sapendo che è l’inizio della caccia e che, se anche quel giorno non toccherà a lei, toccherà a una sua simile.
Forse è solo questo il problema: non ci sentiamo più simili ai popoli sfruttati, né a quelli che rifiutano di essere sfruttati dai nostri Paesi, o meglio dai nostri padroni.
Forse ci sentiamo più simili al cacciatore. O almeno ai cani.”

Da Scemi di guerra, di Sonia Savioli, Edizioni Punto Rosso, pp. 195-196.

Imperialismo per principianti

Un gruppo di attivisti contro le guerre di aggressione ha realizzato in modo collettivo il video Tutto sarà dimenticato?, nel quadro del progetto “Verità contro le guerre”, in occasione del centesimo anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale. Intanto la tragica situazione in Libia mette sotto gli occhi di tutti l’effetto standard degli interventi armati imperialisti, avviati e portati avanti grazie anche al carburante delle fake news: circoli viziosi di menzogne e omissioni che hanno coinvolto attori svariati.
Tutto sarà dimenticato? si riferisce alla storia recente, alle ultime aggressioni internazionali a partire dal 1991, provocate da fake news di guerra e causa di immani tragedie, rapidamente dimenticate. L’Asse delle guerre (i Paesi della NATO e i suoi stretti alleati mediorientali) è riuscito a neutralizzare gli sforzi di altri Paesi e del movimento pacifista – negli ultimi anni decisamente minoritario quando non incapace di comprendere gli accadimenti -, ed a procurarsi una durevole immunità, l’altro nome dell’impunità.
Le aggressioni belliche sulle quali è stata concentrata l’attenzione si riferiscono ai seguenti Paesi: Libia, Iraq, Siria, Afghanistan, Yemen, Jugoslavia. Ma non vengono dimenticate le destabilizzazioni, quelle tentate e quelle riuscite.