La dittatura liberale

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Nato in Francia il 28 giugno 1952, Jean-Christophe Rufin, medico, diplomatico, già vice-presidente di Medici senza frontiere e membro dell’Académie française, è autore di numerosi saggi e romanzi.
Nel 1994 pubblicava, presso l’editore Lattès di Parigi, “La dictature libérale: le secret de la toute-puissance des démocraties au 20. siècle”, dal quale è tratto il brano che segue, nella traduzione allora offerta dal mensile di politica, cultura e informazione “Orion”.

La mano invisibile politica non si limita a guidare gli uomini un contratto sociale imposto dalla paura dello “stato di natura”, ma si adopera nel contempo a prolungare questo “stato di natura” in modo che il suo funesto spettacolo non sia un ricordo, sempre più sbiadito, ma una realtà attuale che tutti possono osservare.
La vittoria che le democrazie hanno ottenuto sul comunismo è di questo genere: non l’annientamento, ma la sua neutralizzazione attraverso una forma sottile di partnership. Come quei domatori che fanno finta di combattere le belve e poi ogni sera le nutrono e le carezzano, così gli occidentali, mentre affermavano di combattere il comunismo sovietico, lo hanno costantemente appoggiato e aiutato nei momenti di crisi.
La coesistenza con lo “stato di natura” sovietico è uno dei grandi vantaggi di cui ha goduto la moderna mano invisibile politica rispetto ai tempi di Hobbes: essa ha alimentato lo “stato di natura” usando nello stesso tempo il suo spauracchio per convincere i popoli dell’Occidente ad accettare il contratto sociale liberale. Il comunismo sovietico si è prestato a meraviglia a questo gioco; gli altri regimi autoritari di questo secolo non sono mai stati in grado di assolvere una funzione simile. Il fascismo si è rivelato inadeguato a formare una coppia stabile con la civiltà liberale, essendo le sue caratteristiche troppo lontane e troppo vicine a un tempo. Troppo vicine per la sua efficenza produttiva: aver conservato modelli di organizzazione capitalista consentiva ai regimi fascisti di raggiungere risultati notevoli e temibili in campo economico. Troppo lontano per la sua natura nazionale, tendenzialmente autarchica, guerriera e imprevedibile. La rivoluzione fascista, che conservava i tratti di un socialismo universalista, assumeva poi le connotazioni del nazionalsocialismo dove prevaleva l’etnicismo erigendo intorno a sé limes militarizzati e ostili. La coesistenza, il controllo sottile ma proficuo, diventavano impossibili, la società demoliberale doveva quindi combatterlo e annientarlo.
Il bolscevismo invece era, nello stesso tempo, interno e esterno all’universo demoliberale: interno perché ne controllava le insorgenze rivoluzionarie, esterno perché si costituiva come Stato dai precisi contorni. Abbastanza debole, disorganizzato e inefficiente da non poter sopravvivere se non con l’aiuto dei suoi nemici – il patto leninista del 1921 suggellò questa collaborazione -, abbastanza armato per costituire una minaccia sufficientemente credibile per il mondo demoliberale.
Questo nemico su misura, compatibile, ha consentito alle società demoliberali di costruire un contratto sociale fondato non sull’abbandono definitivo dello “stato di natura” ma sul timore permanente di una minaccia costituita dal “socialismo reale”. In questo dispositivo l’individuo conservava la sua libertà, ma era posto di fronte all’evidenza che scelte di rottura con il contratto demoliberale conducevano inevitabilmente a quello “stato di natura” i cui perversi effetti poteva osservare nelle società dell’Est europeo.
La grande novità costituita dal dispositivo sistemico demoliberale è quella di poter produrre contemporaneamente la tesi e l’antitesi, “stato sociale” e “stato di natura”, essa li alimenta entrambi mantenendoli separati. Questa mano invisibile guida le società demoliberali, il principio che la informa è semplice, si tratta di massimizzare in ogni modo la paura. Continua a leggere

Il mito della guerra buona

pauwels“L’edizione riveduta di Jacques Pauwels di The Myth of the Good War [Il mito della guerra buona], contiene importanti e significativamente nuove ricerche e contribuisce a una considerazione storicamente più accurata e più critica del ruolo degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Il libro dimostra che molti capitalisti statunitensi e funzionari di governo ebbero un atteggiamento amichevole verso i regimi fascisti prima della guerra e anche dopo l’inizio della guerra, che Washington rimase neutrale nel conflitto fino a quando la neutralità servì gli interessi capitalistici e che questi interessi – non già la vantata causa della libertà e della democrazia – determinarono come gli Stati Uniti entrarono, combatterono e conclusero la guerra.
Pauwels rifiuta le opere convenzionali “buoniste” sulla partecipazione degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Invece, prendendo a prestito una frase di Michael Parenti, Pauwels esplora le “verità sporche” nelle azioni degli Stati Uniti prima, durante e dopo la guerra. Concentrandosi sull’economia politica e gli interessi della classe capitalista degli Stati Uniti e dell’elite al potere, attraverso la ricostruzione critica del contesto storico della guerra, l’autore è in grado di spiegare il coinvolgimento di Washington nel conflitto più catastrofico della storia come il prodotto dell’imperialismo.
(…)
Entro metà dell’estate del 1945, i leader giapponesi sapevano di essere stati sconfitti e stavano cercando un modo per arrendersi. Anche se i Sovietici stavano preparandosi per attaccare le forze giapponesi in Cina, Truman non volle il loro aiuto. Mentre la guerra stava per finire, Truman era determinato a riaffermare e ampliare il potere prebellico degli Stati Uniti in Asia, senza alcuna concessione all’Unione Sovietica. Attingendo alla ricerca di altri storici, Pauwels mostra che il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki non era militarmente necessario, ma era invece destinato a garantire l’acquiescenza di Stalin all’ordine globale del dopoguerra dettato dagli Stati Uniti. Come sottolinea l’autore, questo “ricatto nucleare” fallì e condusse a cinquanta anni di Guerra Fredda, con gravi conseguenze per l’intero pianeta.
Pauwels scrive acutamente che mentre l’Unione Sovietica fu utile agli Stati Uniti come alleato durante la guerra, divenne utile come nemico dopo. Invocando lo spettro del cosiddetto “impero del male”, i leader di governo e i capitalisti degli Stati Uniti potevano sostenere massicce spese militari per lo stato di guerra, razionalizzare la corsa agli armamenti nucleari e giustificare gli interventi militari in tutto il mondo.
L’opera scrupolosamente ricercata e ben scritta di Pauwels dimostra in modo convincente che il ruolo del governo degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale fu in gran parte determinato dagli interessi della classe capitalista del Paese, non dagli alti ideali di libertà e democrazia professati. Questa importantissima comprensione storica, anche se ancora controversa, è stata affrontata da alcuni altri autori, ma il libro di Pauwels è probabilmente il più completo e penetrante riguardo le motivazioni e le azioni dei governi inglese e statunitense prima, durante e dopo la guerra.
Molto può ancora essere appreso dalle importanti conclusioni dell’autore sulla più sanguinosa e distruttiva deflagrazione della storia, rivelatasi decisamente “buona” per gli Stati Uniti che emersero dalla guerra come la più potente potenza imperialista del pianeta. Questo volume rende così un contributo sostanziale per comprendere le origini dell’imperium dominante nel mondo del dopoguerra in capo agli Stati Uniti.”

Da Il mito della guerra buona: gli USA nella Seconda Guerra Mondiale, di David Smith.

Giorgio Napolitano l’anti-amerikano

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“Onorevoli colleghi, applicare la Convenzione di Londra ed il Protocollo di Parigi con le deroghe che essi prevedono al nostro ordinamento giuridico, fiscale, doganale, senza che fossero stati approvati dal Parlamento, è stata una grave illegalità.
Ma assurdo è poi che si esegua la Convenzione, anche se non ratificata, nelle disposizioni che interessano e avvantaggiano le forze straniere, e non la si esegua solo nelle disposizioni che in qualche modo difendono gli interessi e garantiscono i diritti del nostro Paese.
Questo è quanto è accaduto, e ne abbiamo avuto conferma dall’onorevole Vedovato, che ha lamentato che la mancata ratifica della Convenzione e del Protocollo abbia causato danni finanziari al nostro Paese, perché ci ha impedito di ottenere certi indennizzi. Dunque, quando si trattava di ottenere indennizzi, ci0é della tutela di un nostro diritto in base alla Convenzione, vi ostava il fatto che la Convenzione non era stata ratificata dal Parlamento; quando si trattava di fare entrare in franchigia delle automobili o delle merci a tutto vantaggio degli Americani, allora non aveva alcuna importanza che la Convenzione non fosse stata discussa e ratificata dal nostro Parlamento.
Ma la illegalità che forse ha maggiormente colpito l’opinione pubblica napoletana è stata quella compiuta dalle forze straniere di stanza a Napoli, in violazione di un nostro diritto, nel caso del complesso di edifici costruito a Bagnoli dalla fondazione del Banco di Napoli. Il Banco di Napoli aveva costruito anni addietro un grosso complesso che doveva servire da asilo per l’infanzia povera e abbandonata di Napoli: 374 mila metri cubi, 400 mila metri quadrati di superficie, 77 mila metri quadrati di piazzali e di viali. Questi sono i dati, e credo che sia veramente il caso di definire imponente un tale complesso di opere, che avrebbe potuto accogliere ed assistere ben 4 mila bambini napoletani e, in un secondo momento, attraverso modeste estensioni, 7 mila bambini.
Subito dopo la guerra questo complesso di edifici fu occupato dagli Alleati, i quali ne fecero un ricovero per profughi dell’I.R.O. Ebbene, quando, a seguito di una lunga campagna di stampa e di opinione pubblica, sembrava finalmente che questi edifici potessero ritornare alla loro naturale destinazione e che la fondazione del Banco di Napoli potesse iniziare la propria opera di assistenza all’infanzia napoletana, ecco che questo complesso di edifici viene dato in affitto al comando delle forze atlantiche del sud Europa a Napoli, violandosi in questo modo le norme del codice civile che, agli articoli 25 e 28, stabilisce che non si possa disporre dei beni di una fondazione per uno scopo diverso da quello cui essi erano stati destinati.
Né questa illegalità, che è stata anche e soprattutto una cattiva azione contro l’infanzia napoletana, contro i bambini poveri di Napoli, può essere cancellata dal fatto che si ricavi un affitto di 300 milioni annui, tanto più che non si è avuta alcuna documentata assicurazione che essi (se pure sono regolarmente pagati) siano stati devoluti all’assistenza dei bambini di Napoli. Invece, da parte governativa, in risposta all’onorevole  Maglietta, è stato confermato che una certa somma è stata, anch’essa illegalmente, attribuita ad un ordine religioso, ai salesiani, per proprie attività di assistenza all’infanzia.
Onorevoli colleghi, abbiamo voluto intrattenervi su queste questioni per richiamare alla vostra attenzione delle gravi realtà che esistono nel nostro Paese, frutto della politica atlantica e di una anticipata, illegale applicazione della Convenzione di Londra e del Protocollo di Parigi. Le situazioni che si sono negli anni scorsi create a Napoli, a Livorno e nel Veneto con l’insediamento di basi e di forze straniere, non trovano più alcuna giustificazione nell’attuale fase dei rapporti internazionali, nella quale non troverebbe ugualmente alcuna giustificazione la, ratifica della Convenzione di Londra e del Protocollo di Parigi.
Con il nostro voto contrario alla ratifica degli strumenti che ci sono stati sottoposti, noi siamo certi di rappresentare i sentimenti e le aspirazioni del popolo di Napoli, di Livorno e del Veneto, che vuol essere liberato dai pesi e dai pericoli della occupazione americana, i sentimenti e le aspirazioni di tutto il popolo italiano che non vuol veder ribaditi e aggravati – da atti come la Convenzione di Londra e il Protocollo di Parigi – gli oneri e i vincoli di una politica di oltranzismo atlantico e di riarmo, nel momento stesso in cui possibilità nuove di distensione e di pace maturano, anche se fra inevitabili contrasti e difficoltà, all’orizzonte internazionale. (Applausi a sinistra – Congratulazioni)
Giorgio Napolitano

Dagli atti della discussione svoltasi il 10 novembre 1955 presso la Camera dei Deputati, pagg. 22050-22051 in merito a S. 679: ratifica ed esecuzione del Protocollo sullo statuto dei Quartieri generali militari internazionali creati in virtù del Trattato Nord Atlantico, firmato a Parigi il 28 agosto 1952 (A.C. 1445); S. 678: ratifica ed esecuzione della Convenzione tra gli Stati partecipanti al Trattato Nord Atlantico sullo statuto delle loro Forze armate, firmata a Londra il 19 giugno 1951 (A.C. 1446).

GRAZIE, NAPOLITANO

Torna a casa Americano

Canzone di Fausto Amodei, composta nei primi anni Cinquanta, sul motivo musicale di un inno sindacale del Nord America degli anni Venti.
Esecuzione di Michele Straniero e, alla chitarra, Roberto Colle

“Per le strade e le città
dove combattesti già
sei tornato soldatino american
non è più com’era allor
senza evviva e senza fior
non hai pace, non hai fede nel doman.

Go home, Ami Ami go home
la tua bomba atomica che val ?
se la guerra scoppierà
anche te travolgerà
non han pace gli aggressori e tu lo sai.
Torna a casa americano
il tuo fucile lascia star
lo zio Truman sta laggiù
e nei guai ci resti tu
se alla vecchia Europa non dirai Good Bye

Vuoi Firenze tu occupar
a Livorno vuoi sbarcar
ma l’Italia a casa ti rimanderà.
Eisenhower può viaggiar,
Mister Dayton può trescar
ma nessuno per Wall Street combatterà.

Go home, Ami Ami go home
la tua bomba atomica che val ?
se la guerra scoppierà
anche te travolgerà
non han pace gli aggressori e tu lo sai.
Torna a casa americano
il tuo fucile lascia star
lo zio Truman sta laggiù
e nei guai ci resti tu
se alla vecchia Europa non dirai Good Bye

Dice Francia Ami go home
Cina incalza Ami go home
tutto il mondo ti ripete Ami go
Se ti stanno ancora a cuor
la tua casa e il tuo lavor
anche tu alla guerra devi dire no!”

Stati Uniti del linciaggio

corda sapone

“Il linciaggio è un delitto che ancora gli Italiani non conoscono, forse un giorno i nostri emigranti l’apprenderanno dai civili Americani”
Gerolamo Moroni, Il peonage nel Sud degli Stati Uniti, Rapporto del Regio addetto all’emigrazione italiana in Nuova Orleans, in “Bollettino Emigrazione”, 1910, 5

Tra fine Ottocento e primi Novecento furono decine e decine i nostri emigranti linciati negli Stati Uniti da cittadini, da «bravi cittadini», che invece del processo usavano una giustizia spiccia, mettendo subito mano alla corda e al sapone per impiccarli, potendo contare sulla complicità delle pubbliche autorità. La storia di questa violenza ci dà la misura di quanto gli Italiani, considerati una via di mezzo tra i bianchi e i neri, fossero discriminati. La giustizia americana mandò sempre impuniti i colpevoli di una così nefanda intolleranza, arrivando a sostenere in un caso che il linciaggio era avvenuto «per volontà di Dio». Quanto all’Italia, il nostro Stato, il nostro governo furono spesso incapaci di una reazione all’altezza di tanta brutalità. Il «prezzo del sangue»: così furono chiamati gli umilianti risarcimenti pagati dal governo federale americano alle famiglie degli Italiani linciati, in cambio di una giustizia che non si era voluto fare. Non esagerava quindi quel giornale italiano negli Stati Uniti che commentava amaramente: «Costano tanto poco questi Italiani che vale la pena di linciarli tutti quanti». Un capitolo drammatico e troppo spesso dimenticato della storia dell’emigrazione italiana viene qui ricostruito sulla base di una documentazione in massima parte inedita. L’autrice analizza le controversie diplomatiche che i casi di linciaggio avevano generato tra Stati Uniti e Italia, un’Italia destinata a incassare una serie di fallimenti senza mai riuscire ad ottenere che i «linciatori» fossero effettivamente perseguiti e puniti.

Corda e sapone. Storie di linciaggi degli Italiani negli Stati Uniti,
di Patrizia Salvetti, Donzelli editore, 2003, € 18

Patrizia Salvetti, docente presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università «La Sapienza» di Roma, è autrice di varie pubblicazioni di storia politica e di storia sociale in età contemporanea, in particolare di storia dell’emigrazione italiana nelle Americhe: negli Stati Uniti, in Nicaragua, in Cile, in Argentina.

Bologna bombardata 1943-1945

Perché questa iniziativa?

Alle 12.06 del 29 gennaio 2014 il suono di una sirena d’allarme ha spezzato l’abituale silenzio delle sale della Biblioteca dell’Archiginnasio, per ricordare il bombardamento che esattamente 70 anni prima aveva distrutto un’intera ala del palazzo, causando danni irreparabili al patrimonio artistico e documentario.
Tra le varie iniziative per ricordare quel momento, il più drammatico nei 450 anni di vita dell’Archiginnasio, è stato deciso di digitalizzare e mettere a disposizione sul sito web della Biblioteca materiale di vario genere (fotografie, manoscritti, documenti d’archivio, materiale a stampa), in buona parte inedito, per raccontare nel modo più ampio possibile che cosa accadde, e perché accadde, il 29 gennaio 1944.
La distruzione di uno dei luoghi simbolo di Bologna, che dal 1563 al 1803 fu la prima sede unificata dello Studio e dalla metà dell’Ottocento è sede di una grande biblioteca pubblica, è un evento di tale portata che può risultare incomprensibile, se non inserito nel contesto delle vicende belliche e dei bombardamenti che interessarono Bologna tra il luglio del 1943 e l’aprile del 1945 ed è quindi lecito e comprensibile porsi alcune domande:
Quali erano gli obiettivi e la strategia militare degli Alleati e perché dal luglio 1943 iniziarono a bombardare Bologna?
Se i bombardamenti erano diretti verso obiettivi militari, perché causarono 2.500 vittime tra i civili, la distruzione e il danneggiamento del 43% degli edifici della città, colpendo anche molti luoghi monumentali?
Come venivano effettuati i bombardamenti, e quale era all’epoca la capacità di colpire i bersagli, limitando i cosiddetti “effetti collaterali”?
Che ruolo ebbe la difesa attiva, quindi l’azione dell’artiglieria contraerea e degli aerei da caccia tedeschi e della A.N.R. (Aeronautica Nazionale Repubblicana) nel contrastare i bombardamenti su Bologna?
Il tema della difesa passiva e in particolare del sistema dei rifugi antiaerei che avevano lo scopo di proteggere i bolognesi durante i bombardamenti, data la sua complessità non può essere affrontato in questa sede, ma si rimanda al catalogo della mostra tenutasi presso l’Archiginnasio e l’Archivio Storico Comunale dal 20 settembre al 15 ottobre 2013: Memorie sotterranee. I rifugi antiaerei a Bologna tra ricerca, tutela e valorizzazione, a cura di Vito Paticchia e Massimo Brunelli, Bologna, I.B.C., 2014.

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Pio XII “Coca Cola Pope”

avviso sacro

Scrive Andrea Turi (Docete Omnes Gentes. La geopolitica del Vaticano, in “Eurasia” n. 3/2014, pp. 164-165):
“La tradizione ecclesiastica era di non prendere iniziative volte a cambiare lo status delle relazioni esistenti tra potenze, ma in un discorso pronunciato nel settembre del 1944 da Pio XII – che sanciva il diritto inviolabile alla proprietà privata – si intravede un cambiamento di atteggiamento che porterà alla scomunica dei comunisti nel 1949. Con questo atto, la Santa Sede entra nella logica della Guerra Fredda: preoccupato dalle prospettive delineate dal riassetto delle forze sulla scacchiera internazionale, Papa Pacelli abbandona qualsiasi tentazione di avventura ‘terzaforzista’ e inserisce la Chiesa nella disputa bipolare compiendo una precisa e decisa scelta di campo, con la quale il Vaticano si adatta ai nuovi equilibri e stringe una sorta di alleanza tacita con il blocco occidentale contro il nemico comune bolscevico. Pio XII chiede agli Stati Uniti di rinunciare ad un ritorno all’isolazionismo e di accollarsi il ruolo di baluardo del mondo libero contro il fantasma del Comunismo che si sta aggirando per l’Europa Orientale e minaccia l’altra metà del continente. La Chiesa Cattolica diviene il miglior alleato del mondo capitalistico in forza della sua struttura centralizzata basata sul dogma dell’infallibilità del Papa, con una propria forza economica e ideologica e con una tradizione universalistica che interessa milioni di fedeli sparsi nel mondo.”

Sarà un caso che la scomunica di cui sopra giunse neanche tre mesi dopo la firma del Trattato di Washington (4 Aprile 1949), che sanciva il Patto Atlantico e la nascita della NATO?