La teoria del gradiente culturale

A cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre

“In Europa la promozione del modello liberale in opposizione all’autocrazia e l’affermazione della civiltà in opposizione alla barbarie asiatica hanno dato luogo anche alla teoria del gradiente culturale.
Secondo questa concezione, la civiltà progredirebbe da Occidente a Oriente partendo da un focolaio centrale che sarebbe situato fra Parigi e Londra, e si diffonderebbe in seguito vero Est man mano che si civilizzerebbero i popoli dell’Europa centrale, poi dell’Europa orientale e infine della Russia.
(…) La teoria del gradiente culturale è interessante poiché permette di integrare la Russia nella civiltà europea o escluderla a piacere, a seconda delle circostanze. Quando la Russia diventa utile – e lo diventerà per la Francia nell’ultimo decennio del XIX secolo, per il Regno Unito nel primo decennio del XX e di nuovo durante la Seconda Guerra Mondiale – la si ammetterà nel mondo civile sottolineando, come Leroy-Beaulieu, la sua compatibilità con l’Occidente. Si insisterà allora – come avvenne in tempi più recenti durante il periodo Gorbacëv, e successivamente negli anni 2001-2003 dopo gli attentati del World Trade Center – sull’avvicinamento della Russia agli ideali dell’Occidente, quelli di democrazia pluralista ed economia liberale.
Ma quando la Russia viene percepita come una minaccia – dopo il 1815, il 1917 e il 1945 o dopo che Vladimir Putin riprese in mano l’economia nel 2003 – allora la teoria del gradiente torna utile nell’altro senso in quanto permette di escluderla dalle nazioni civili e rigettarla nella barbarie, ricorrendo a tutto l’arsenale dei consueti cliché: autoritarismo, atavico espansionismo, statalismo, conservatorismo retrogrado.
Non è dunque sorprendente che l’ipotesi dello sviluppo graduale della civiltà secondo un asse Ovest-Est, o Nordovest-Sudest, a partire dalla Rivoluzione Francese non tenga alcun conto dei comportamenti occidentali devianti. La barbarie degli Europei nelle colonie sudamericane, africani e asiatiche, come anche quella del terrore imposto in Cina dagli eserciti coloniali dopo la ribellione dei Boxer nel 1901, non vengono mai menzionate; si tace della barbarie degli Americani contro gli Indiani, o del fatto che l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti avvenne pressapoco nello stesso periodo di quella della servitù della gleba in Russia. Quindi, in quegli anni, da un punto di vista strettamente umano, gli Stati Uniti non erano certo più civili della Russia.
(…) Di fatto, da esplicativa che era ai suoi inizi, la teoria del gradiente culturale è rapidamente divenuta essenzialista: definendo la Russia come in ritardo sui suoi modelli europei occidentali, si reificherà questo ritardo, lo si ipostatizzerà per trasformarlo in un elemento costitutivo e discriminatorio in senso assoluto, seguendo il consueto ragionamento razzista: il russo è barbaro come l’ebreo è avaro, il nero pigro, il musulmano terrorista. Da lì a descrivere la Russia come nemica della civiltà il passo è breve, come la penna degli editorialisti contemporanei ci mostra quotidianamente.
Inoltre questo bisogno di classificare, sistemare, gerarchizzare le diverse società umane, questa ossessione per la tassonomia e il ranking, vanno a colmare l’angoscia così tipicamente occidentale da primo della classe che deve incessantemente verificare di essere in testa alla corsa e di mantenere le distanze dai suoi inseguitori. Dopo l’Illuminismo, l’Occidente ha incessantemente bisogno di rassicurarsi, di provare a sé stesso di essere sempre all’avanguardia del progresso e della civiltà e che i suoi “valori” siano effettivamente universali. E’ il prezzo da pagare per lo spirito di superiorità e la volontà di supremazia. E la Russia, al contempo così vicina e così diversa, è l’ideale metro di paragone.
(…) “Il lettore deve fare lo sforzo di riconoscere che i contadini russi, pur avvolti nelle loro pelli di montone, sono esseri umani come noi”, scriveva l’autore britannico Donald Mackenzie Wallace nel 1877. Centoquarant’anni più tardi le pelli di montone sono scomparse, ma non la mentalità che presenta il Russo come un ritardatario che fatica sempre a inerpicarsi sui gradini dell’economia liberale e della democrazia pluralista, quintessenza dell’avanzata civiltà occidentale.”

Da Russofobia. Mille anni di diffidenza, di Guy Mettan, Sandro Teti Editore, pp. 192-196.

Annunci

Putin, Stone e l’Annunziata: trovate l’intruso

Lo confesso. Per me, la televisione è un curioso pezzo da museo; un oggetto che non uso mai, che tengo addirittura con i cavi staccati per rimarcare il concetto e per non cadere in tentazione. Eppure, giovedì sera, tornato dall’ufficio, ho riattaccato i cavi in fretta e furia, cercato il telecomando che nel mentre era finito in una dimensione parallela e mi sono sintonizzato su Rai Tre. Un canale che, a memoria, ricordavo essere popolato da spettri con il pugno alzato e da mummie con il bavero rosso al collo. Ma, sfidando la mia repulsione per l’horror, ho dovuto farlo: insomma, l’evento era unico. Su Rai Tre davano nientemeno che The Putin Interviews di Oliver Stone.
Da subito ho pensato: “Sarà un errore”. Eppure no, i miei informatori erano sicuri: c’era proprio Putin su Rai Tre. Ho googlato su internet e ho scoperto l’esistenza di un sito antidiluviano che informa i telespettatori della programmazione quotidiana; lì, bel bello, c’era il faccione di Putin. Non poteva essere un errore, a meno che i compagni di Rai Tre non fossero tutti ad azzannar braciole alla Festa dell’Unità e ci fosse bisogno di riempire il palinsesto con un programma a caso.
Va bene, per farla breve Putin c’era davvero. Ma, prima di andare alla festa zombie dell’Unità, i compagnoni di cui sopra hanno pensato bene di fare uno dei loro soliti scherzi sinistri. Ecco che, al posto del faccione di Vlad, è comparsa la diversamente sorridente Lucia Annunziata. La comparsa della direttrice dell’HuffPost ha sortito un effetto simile a quello del professor Guidobaldo Maria Riccardelli di fantozziana memoria. Ma come? Un’introduzione prima del film? Eh sì. Era un delirante pippone per spiegarci perché vedere la docu-intervista di Stone. Un po’ come i bollini colorati per i bambini, verde, giallo e rosso: ecco, questo programma era consentito solo previo avvertimento dell’Annunziata. Non so dire se su Rai Tre la chiamano ogni volta che stanno mandando in onda un programma; magari presenta anche Tom&Jerry, vai a sapere. Ma qui siamo andati oltre. L’ex direttrice del Tg3 ci insegna che Stone ha fatto le domande sbagliate. Sbagliate? Quattro ore di domande sbagliate? Sì, Stone avrebbe permesso a Putin di “svicolare”, di dire la sua. Un bravo giornalista avrebbe dovuto puntualizzare, ogni due minuti: “Sì, ma gli hacker russi?”; e invece niente, Stone ride e scherza con il pericoloso dittatore che attenta alla democrazia mondiale e che vuole influenzare il voto americano. Se poi uno guarda l’intervista, scopre che Putin cerca davvero di dimostrarsi neutrale sulla materia del voto negli USA. Certo, forse non sopporta troppo la Clinton (ma chi la sopporta?), e con eleganza dimostra la sua distanza etica e culturale dalla candidata dem. Pazienza. Per l’Annunziata il candidato di Putin è Trump.
Il succo della storia, tutto qui: Putin è autoritario, Stone lo intervista ma non deve far vedere che è un cattivone matricolato, altrimenti lo zar gli sequestra baracca e burattini e non gli fa fare l’intervista. Il commento risulta patetico, come patetica è questa prefazione fatta per suggerire una lettura del documentario che è palesemente contraria a quanto dice il presidente russo. Perché Putin può piacere o non piacere, ma è semplicemente l’unico uomo politico della contemporaneità capace di suscitare ancora amore per lo Stato, di influenzare profondamente la politica internazionale e di arginare, per quanto possibile, la deriva disumana che viviamo in Occidente. Volete mettere al suo pari i vari Obama o Trump, o i nostri incolori Renzi, Letta, Gentiloni? Suvvia.
E poi, la mancanza di stile: l’opera di Stone è paragonabile ad un vero e proprio film: nel bugiardino di avvertimento (questo-film-può-avere-effetti-collaterali-anche-gravi), l’Annunziata rivela anche alcuni passaggi ed una risposta di Putin. Cioè: nel gergo dei nerd, ha “spoilerato”. Almeno, Riccardelli apriva il “consueto dibattito” dopo la visione del film. Non prima. In ogni caso, il sottoscritto (spero abbiate perdonato l’uso della prima persona), sapendo già i punti salienti, ha potuto toccare con mano che l’interpretazione data dall’Annunziata era palesemente forzata, se non addirittura capovolta. E così gli altri telespettatori. Bel colpo, non c’è che dire.
Per questo, questa benedetta prefazione non era solo inutile, ma patetica. In soldoni: che senso aveva spiegarci perché ascoltare Putin? Forse, perché è un personaggio infinitamente più importante dei nostri politici, dei nostri commentatori o dei nostri giornalisti? Era necessario marcare il territorio fornendo a tutti i costi un’interpretazione non richiesta? Perché non permettere ai telespettatori di farsi un proprio, personalissimo giudizio? E perché il giudizio dell’Annunziata deve essere più importante di quello di Mario Rossi? Tanto più, che questa prefazione aveva il sapore della lezioncina imparata a memoria, ricca di luoghi comuni ed inacidita dalla supponenza; insomma: una pernacchia nei confronti di due giganti quali Putin e Stone. Una pernacchia ancor più fastidiosa perché pagata da tutti noi. Anche da chi, come me, tiene il televisore spento 364 giorni l’anno.
Giorgio Enrico Cavallo

Fonte

Le implicazioni della politica estera USA al tempo di Trump

Quando Putin afferma che le sanzioni contro la Russia sono una forma di “protezionismo nascosto”

“Gli sviluppi delle ultime settimane rimuovono la nebbia che oscurava gli obiettivi di politica estera della classe dominante USA. Una serie di eventi apparentemente non correlati fanno luce sulle finalità dei responsabili politici in un’era di intensificazione delle rivalità internazionali. Più oltre, sta diventando chiaro che il Presidente Trump sta ora parametrando la politica estera al consenso della classe dirigente; il suo allontanarsi dalla linea è stato sostanzialmente posto sotto controllo.
(…)
Il lungo e incoraggiato modello che vede gli interessi imperialistici USA serviti dal mettere in sicurezza e proteggere da parte degli stessi USA il proprio accesso alle fonti di energia, garantendo l’energia per i suoi alleati della Guerra Fredda è oggi in cerca di un nuova fisionomia. Oggi, gli interessi degli USA consistono nella ricerca di nuovi mercati all’interno dell’economia globale, in competizione con altri fornitori di energia, e creando favorevoli condizioni politiche ed economiche ai fornitori USA. Petrolio, gas ed energia rimangono centrali per l’impresa imperialista, ma i ruoli stanno cambiando in modo importante con importanti implicazioni.
Ho cercato di definire più chiaramente questo ruolo in febbraio, quando ho scritto: Dovrebbe essere chiaro, allora, che l’approssimarsi dell’autonomia petrolifera degli USA, il mutamento del ruolo degli USA da consumatori a produttori, e l’attenzione ai mercati per il petrolio, piuttosto che alle sorgenti del petrolio, influenzano profondamente le politiche strategiche degli USA, incluso l’indebolimento o l’inasprimento delle relazioni con gli altri maggiori produttori di petrolio come l’Arabia Saudita e la Russia.
I fatti han solo rafforzato tale visione. La rabbiosa e crudele intensificazione delle ostilità verso la Russia, la rinnovata demonizzazione dell’Iran, lo strano e bizzarro isolamento del Qatar, e l’accresciuta aggressività nelle numerose guerre di destabilizzazione nel Medio Oriente sottolineano l’evoluzione di un’emergente politica estera, consistente nell’assicurarsi nuovi mercati dell’energia.
L’introduzione e l’espansione delle forze militari USA in punti caldi come la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan promettono minore risoluzione dei conflitti, ma garantiscono ulteriore instabilità delle fonti energetiche e del flusso degli idrocarburi. La vendita di vaste scorte di armamenti militari assicura l’intensificazione ed il perdurare delle incursioni saudite nello Yemen.
L’inaspettata ostilità verso il Qatar mostrata dagli altri Stati del Golfo all’inizio della recente volgare performance di Trump in Riyadh (Arabia Saudita) è probabilmente diretta contro la leadership globale del Qatar nell’esportazione di gas liquido naturale, il mercato che gli USA sperano di penetrare ulteriormente. Non è un caso che i giacimenti di gas del Qatar sono posseduti in comune con l’Iran ed entrambi i paesi hanno cooperato nello sfruttamento dei giacimenti e nella produzione del gas naturale. Allo stesso tempo, i sauditi si sono arresi nella guerra dei prezzi con i trivellatori delle argille americane.
(…)
Le ultime sanzioni statunitensi contro la Russia (15/06/17) sono chiaramente dirette ai mercati ed al gas naturale russo. Il Senato ha votato il provvedimento 98-2 per “ampliare le sanzioni sul settore dell’energia russo”, come riferito dal Wall Street Journal. Mentre il messaggio può essere andato perduto sui media mainstream, i quali si crogiolano nel neomaccartismo, e mentre lo stesso messaggio non è stato decodificato da una sinistra distratta, non è andato perduto per gli Europei. Lo hanno immediatamente visto come un attacco al progetto del gasdotto North Stream 2 che dovrebbe portare il gas russo in Germania, Austria ed altre nazioni europee. E lo hanno visto per quello che era; La Germania e l’Austria immediatamente hanno sferzato con una dichiarazione congiunta: “Non possiamo accettare una minaccia di sanzioni extraterritoriali, illegali per il diritto internazionale, contro le compagnie europee che partecipano allo sviluppo delle forniture europee di energia”.
Hanno aggressivamente aggiunto: “La fornitura di energia all’Europa è affare dell’Europa, non degli Stati Uniti d’America” e “il fine odierno [di tali sanzioni] è quello di procurare lavoro per l’industria del gas e del petrolio americana…”
E così è. Il crudo riconoscimento che le azioni americane contro la Russia sono sottili e nascoste operazioni di copertura in favore degli scopi imperialisti degli USA.
Per evitare che qualcuno pretenda che l’imperialismo USA con un passo nuovo sia esclusivamente un prodotto di Trump, si dovrebbe notare come la votazione al Senato della 98-2 non è stata un’aberrazione. Scrivendo sul Washington Post (08/06/17), David Gordon e Michael O’Hanlon – due insiders solidamente connessi con Washington – hanno indicato “diversi segni di speranza” nella politica estera di Trump. Hanno lodato la squadra della sicurezza nazionale del Presidente e il suo atteggiamento nel Medio Oriente. Sono stati in modo particolare entusiasti per la sua continua belligeranza contro la Russia.
L’incauta politica estera dell’Amministrazione Trump ancora oggi devia qualche volta dalla linea della classe dominante espressa negli editoriali del New York Times o del Washington Post. Ma ancor di più diventa incauta perché si conforma a tale linea. La guerra senza fine e l’escalation in quelle guerre senza fine non si sono scontrate con l’impazienza della classe dominante, ma appaiono piuttosto essere la nuova linea globale.
La destabilizzazione dei paesi e la promozione del settarismo appaiono essere meno conseguenze non volute e più risultati delle tattiche deliberatamente calcolate di un potere imperialista che trae beneficio dal caos.
Come nell’era classica della spericolata competizione imperialista ante I Guerra mondiale, l’imperialismo degli USA sta aggressivamente facendo avanzare la propria agenda economica contro i rivali, inclusi i recenti “alleati”. I pericoli posti da queste rivalità in intensificazione minacciano di far scoppiare conflitti più devastanti e guerre ancor più estese.”

Da Imperialismo USA: cambio di direzione?, di Zoltan Zigedy.

La Russia, un baluardo contro l’Impero

“Lo scenario politico internazionale nella nostra epoca può forse avere qualche analogia con quello realizzatosi alla vigilia della prima guerra mondiale, ma le divergenze sono di gran lunga più numerose delle somiglianze. A quel tempo esistevano numerose grandi potenze, ciascuna al centro di un impero coloniale. Queste potenze da un lato avevano aspirazioni egemoniche ma non universalistiche (la Germania voleva strappare colonie al Regno Unito, assaltare il “potere mondiale”, ma non conquistare il Regno Unito), dall’altro tendevano a formare blocchi di alleanze, concentrazioni di forza economica, politica e militare in linea di massima equivalenti. Era l’età degli imperialismi. Oggi esiste un solo centro di potere mondiale le cui ambizioni territoriali, economiche e culturali sono illimitate: è l’età dell’Impero. Ignorare, nel 2017, l’esistenza di questo sistema di potere, significa farsi sfuggire non un dettaglio, ma la caratteristica capitale del mondo contemporaneo, caratteristica peraltro già indagata in lungo ed in largo da decenni.
Cos’ è l’Impero?
(…)
E’ la “democrazia totalitaria” profetizzata da Alexander Zinov’ev nel 1999 ed oggi pienamente realizzata. Per quanto ciò sembri paradossale il cosiddetto “totalitarismo” (nel senso di assorbimento totale di ogni aspetto della vita umana in un’unica dimensione economica, politica, ideologica ed etica), strumento concettuale brandito dal liberalismo per legittimarsi, non si è mai realizzato in forma storicamente tanto perfetta quanto lo è oggi, sotto l’Impero del liberalismo stesso.
Questi i tratti essenziali, a cui è utile aggiungere alcuni importanti dettagli.
Nel tempo dell’Impero esistono ancora, di nome, imperialismo, fascismo, ed estremismo religioso. Ma si tratta di copie sbiadite degli omonimi fenomeni del secolo scorso. Di zombie che l’Impero utilizza per conseguire i suoi fini. La stessa “nazione indispensabile”, gli Stati Uniti d’America, non può adottare indirizzi strategici contrastanti con le logiche del potere globale, senza precipitare (come mostra il caso Trump) in una gravissima crisi istituzionale. La dirigenza americana inclina pericolosamente verso il protezionismo? Sarà la centrale europea a far da sponda, fino a che i globalisti d’oltre atlantico non avranno “risolto”, con le buone o con le cattive, l’errore di percorso. L’Impero uniforme ed orizzontale non teme nessuna crisi locale.
Ove si presentano aree di resistenza economica, politica e culturale, l’Impero interverrà suscitando nazionalismo, fondamentalismo o terrorismo, che verranno utilizzati di volta in volta per frantumare e digerire queste sacche (Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina…) o per alimentare la lealtà ed il conformismo delle popolazioni terrorizzate. Ove la guerra ibrida non sia possibile o conveniente, e l’ Impero sia costretto ad un intervento diretto, lo strumento utilizzato non sarà la “guerra” che presuppone un riconoscimento implicito del nemico, ma l’“operazione di polizia internazionale” espressione che abolisce la politica estera declassandola a questione di ordine pubblico discendente da un’unica fonte di legittimazione imperiale. La convergenza ideale e pratica arancio – bruno – verde fra certi ambienti liberal atlantici, la manovalanza neofascista ucraina ed i mangiatori di cuori siriani è solo apparentemente incongrua: nella realtà si tratta di strumenti di potere decisamente integrabili che l’Impero utilizza simultaneamente a diversi livelli.
Poi c’è la questione della sproporzione delle forze: un immenso divario che è militare, ma soprattutto economico, politico e mediatico. Per misurarla è utile osservare la proiezione dello schieramento della NATO dalla Germania Ovest fino al ventre molle della profondità strategica russa, ricordare che il blocco atlantico supera la Russia di quattro volte per popolazione, di dieci volte per spesa militare, di venti volte per potenza economica. E’ utile ma non è sufficiente, perché in realtà la superiorità dell’Impero trascende la realtà della NATO, estendendosi a tutte le organizzazioni e le formazioni internazionali costituite intorno ad esso, di cui l’Impero detiene un pacchetto di controllo che gli consente di usarle a piacere. Alla luce di queste considerazioni è chiaro che non esiste alcuno scontro fra “opposti imperialismi”.
Volendo a tutti i costi utilizzare le categorizzazioni leniniste, la Russia odierna dovrebbe piuttosto collocarsi nella categoria delle “semi colonie” (Persia, Cina, Turchia, nella classificazione di Lenin, che scriveva nel 1916…): quella dei paesi parzialmente egemonizzati che lottano per conservare margini di autonomia politica. In questi casi Lenin era categorico: la borghesia della nazione oppressa deve essere sostenuta nella propria lotta contro la nazione opprimente, ed avversata nella lotta contro il proprio proletariato: “In quanto la borghesia della nazione oppressa lotta contro quella della nazione che opprime, noi siamo sempre, in tutti casi, più risolutamente di ogni altro, in favore di questa lotta, perché noi siamo i nemici più implacabili, più coerenti dell’oppressione. In quanto la borghesia della nazione oppressa difende il proprio nazionalismo borghese, noi siamo contro di essa. Lotta contro i privilegi e le violenze della nazione che opprime; nessuna tolleranza per l’aspirazione della nazione oppressa a conquistare dei privilegi.”. E ancora: “Se noi non ponessimo la rivendicazione dl diritto delle nazioni all’autodecisione, se non agitassimo questa parola d’ordine, aiuteremmo non solo la borghesia, ma anche i feudali e l’assolutismo della nazione che opprime.”
In conclusione la questione si pone esattamente nei termini prospettati da Preve: riconosciuta la (onni)presenza e l’esistenza dell’Impero “liquido” “orizzontale” “globale” dei nostri giorni, occorre decidere se collaborare arrendendosi (è la soluzione implicitamente scelta da Negri-Hardt) o resistergli. E se si decide di resistere si incontra Putin.
Forse voi “di sinistra”, prima di incontrare Putin a questo punto del mio ragionamento, lo avete avvistato altrove, in posti a voi cari. Ad esempio potreste averlo trovato nel Venezuela bolivarista, mentre concorda politiche energetiche con il governo locale o mentre fornisce grano e cooperazione politica e militare. Oppure a Cuba, mentre annulla il 90% dei debiti del Paese verso la Russia. O in Corea del Nord: il mondo accerchia Pjongjang, Putin manda un segnale, aprendo una nuova linea di traghetti con Vladivostok. E ancora in Donbass, in Siria, nelle Filippine. Ovunque l’Impero non riesca ad affermarsi proiettando la luce della propria potenza, si trova Putin. Putin è il rovescio, è l’ombra della globalizzazione.
E’ facile immaginare cosa accadrebbe a queste realtà di resistenza locale il giorno in cui un Maidan moscovita abbattesse lo Zar: sarebbero immediatamente soverchiate, schiacciate annichilite. La stesso pensiero di un altrove, di un altro tempo, soppresso negli anni novanta, recentemente riaffiorato, verrebbe inghiottito nel buco nero del pensiero unico. Putin è l’assillo, il rovello, l’ossessione, lo spettro dei media mainstream. Nella rappresentazione dei nostri organi di informazione Putin è onnipotente, è ovunque, è il male che si annida nel sistema, perché la sua stessa esistenza ne mette a nudo le negate criticità. Il vostro nemico lo sa bene che Putin è dalla vostra parte: e voi no?”

Da A sinistra, con Putin!, di Marco Bordoni.

Primarie PD

Chi è il più servo del reame?

“Sarebbe molto pericoloso che qualcuno prenda a riferimento Putin.”
Michele Emiliano

“Io con la Russia ho lavorato affinché con l’Unione Europea dialogassero. Ma certo la libertà di stampa là, non è ai livelli UE.”
Matteo Renzi

“E’ pericoloso che anche solo lontanamente si prenda come esempio la Russia di Putin per la nostra democrazia.”
Andrea Orlando

Fonte: ANSA

Le due “Americhe”


“Non viene mai capito che in realtà esistono due “Americhe”: una le cui ricchezze sono più che raddoppiate attraverso l’aumento di valore della ricchezza – beni di proprietà e strumenti finanziari – e l’altra che ha sperimentato un piccolo aumento di ricchezza ma nel contempo ha sofferto in modo esorbitante i mali che egli [Nicholas Eberstadt – n.d.c.] elenca. Così, egli enuncia la seguente proposizione: “La possibilità delle diseguaglianze non preoccupa molto l’ordinario americano. La reale insicurezza dell’economia sì. Il Grande Ascensore Sociale Americano è rotto – e c’è un urgente bisogno che venga riparato.
Naturalmente la diseguaglianza importa alla gente. E’ per questo che esso è distante dai politici convenzionali. E’ per questo che ha una così bassa opinione di quasi tutte le istituzioni americane. E’ per questo che così molti hanno votato per Trump.
E per ciò che riguarda l’Ascensore Sociale, esso non è rotto perché la crescita è in declino o i lavoratori hanno troppi diritti (Eberstadt ha scritto un libro su questo “problema”), ma perché una classe sistematicamente ruba la ricchezza dalle altre ed ha ogni intenzione di continuare il furto.
A differenza di coloro che dibattono sull’ingerenza russa o sulle cospirazioni dell’estrema sinistra come cause della vittoria di Trump, Eberstadt è attento ai fattori reali ed oggettivi che hanno portato molti elettori a voltare la schiena ai programmi delle elites. Trump (e Sanders) derivano la loro popolarità dall’insoddisfazione delle masse nei confronti della politica convenzionale.
Con Trump, gli elettori hanno optato per il nebuloso, mitizzato e distorto ricordo di un’epoca d’oro del dopoguerra quando sembrava che il lavoro abbondasse, i salari crescessero con la produttività e i privilegi fossero relativamente generosi. Case di proprietà, beni di consumo e divertimento sembravano essere illimitati. Sfortunatamente, molti associano quell’epoca la supremazia bianca, alla dominazione maschilista e all’orgoglio nazionalista. Nonostante le promesse di Trump, quell’epoca non era né d’oro né è possibile riportarla in vita. Il suo tempo è passato. I compromessi della Guerra Fredda non sono più sull’agenda da molto.
E gli elettori di Sanders, in modo simile, esprimono il loro voto per una immaginaria socialdemocrazia che associano all’Europa – Stato assistenziale, sanità universale, istruzione alla portata di tutti, ecc. Ma la storia degli ultimi decenni dimostra che il capitalismo non può e non vuole oggi coesistere coi pur tiepidi programmi del centrosinistra. L’epoca “gloriosa” della socialdemocrazia europea è anch’essa una mera chimera, la quale può essere rivista solo in un viaggio nella memoria. Anche quel progetto sociale era una rimanenza del mondo bipolare quando la “minaccia” del Comunismo esigeva un capitalismo più gentile e mite.
Date le possibilità offerte, non è sorprendente che un elettorato arrabbiato si sia affidato alla demagogia e all’astrattezza. Il prossimo passo è quello di creare un nuovo apparato di istituzioni che sostituiscano quelle screditate, un nuovo apparato di istituzioni che servano il popolo. Ma a sbarrare il passo ci sono una finta democrazia e i monopoli del capitale.”

Da Una riflessione sobria sul trumpismo?, di Zoltan Zigedy.

San Pietroburgo, 3 aprile 2017

False flag in Siria?

E se non fosse stato Assad

Attenzione, se oggi ci mettiamo a discutere su chi ha lanciato i gas a Khan Sheikun, rischiamo di cadere in una trappola mediatica. Le convinzioni le lasciamo a quel coro di benpensanti ‘politicamente corretti’ che, lanciando anatemi, puntano il dito contro Bashar al-Assad. Nessuno si può esimere, è il bersaglio più facile. I gas si diffondono con vari mezzi: aerei, granate speciali (obici e mortai), oppure, come nelle battaglie sul Carso, generatori posti sottovento. Nella Coalizione che non solo combatte quella parte dei ribelli non presente agli accordi di Astana, ma fa anche altre cose, gli aerei li hanno tutti. I Siriani, certo, ma anche i Russi, i Turchi, i Sauditi e i Qatarioti. I ribelli no, né i ‘buoni’ né i ‘cattivi’. Le armi terrestri gassificanti, quelle, per intenderci, sparite in massa nel 2011 dagli arsenali di Gheddafi, con alta probabilità sono in mano ai ribelli jihadisti non-ISIS. Restringendo il campo, sembrerebbero nella disponibilità dell’ex al-Qaeda, ex al-Nustra e oggi Jahbat Fatah al-Sham. Allora ragioniamo, partendo da Astana e da un fondamentale quesito: cui prodest? Ovvero: a chi giova. Forse non arriveremo a nulla, ma ci chiariremo un po’ le idee. In prospettiva, i ribelli del Free Syrian Army (quelli ‘buoni’) avranno un loro limitato spazio a nord, con tutela turca. Assad e Putin mirano a distruggere (con la sporadica partecipazione degli USA) tutti i gruppi jihadisti, concentrati ormai nella provincia di Idlib. Se perdono quell’area, sono praticamente finiti. Assad, se l’avanzata prosegue, ha già la vittoria in tasca. L’offensiva, allora, va delegittimata agli occhi del mondo con ogni mezzo. Indovinello: chi può aver interesse a farlo?
Mario Arpino

Fonte