Libia: tanto casino per nulla

“Ma perchè tanto casino per nulla? Sarebbe interessante capire quali attori hanno avuto interesse a far uscire certe notizie proprio in questo momento. Gli stessi che probabilmente avevano diffuso false dichiarazioni attrribuite alla presidenza tunisina di aver negato il passaggio sul suo territorio alle truppe di Haftar, quando invece Erdogan non ne aveva neanche fatto richiesta. Ma quello che fa sorridere maggiormente, al di là delle congetture sul perchè Serraj non sia venuto a Roma, è la notizia del suo rapimento. E’ chiaro a tutti – e chi non lo ricorda o nega – mente, che Serraj è stato rapito il primo giorno del suo Governo. Una chiara descrizione di questo concetto ci viene fornita da Wolfram Lacher and Alaa al-Idriss nel rapporto “Capitale delle milizie, i gruppi armati catturano lo Stato libico”.
“Quando arrivò a Tripoli – si legge nel rapporto – il Consiglio presidenziale poteva contare sulla promessa di una manciata di gruppi armati nella capitale che lo avrebbero sostenuto. Una serie di altre milizie erano esplicitamente ostili, mentre la maggior parte dei gruppi armati a Tripoli non era schierata. Dal 2011, il panorama della sicurezza di Tripoli è stato un mosaico altamente frammentato e instabile di più gruppi armati. Ma nell’anno che seguì l’arrivo del Consiglio Presidenziale, quattro milizie che si erano associate a Serraj fin dall’inizio divisero la capitale tra di loro. Queste quattro milizie – la Special Deterrence Force (SDF), il Tripoli Revolutionaries Battalion (TRB), il Nawasi Battalion e l’unità Abu Slim dell’apparato di sicurezza centrale – hanno ampliato il loro controllo sul centro, il sud e l’ovest di Tripoli, spostando gradualmente i gruppi armati rivali durante una serie di pesanti scontri. Parallelamente, hanno convertito il loro controllo territoriale in influenza politica e finanziaria guadagnando e consolidandosi in un cartello”.
Ma non è tutto. Vale la pena ricordare alcuni crimini commessi da queste milizie che hanno preso in ostaggio Serraj dal primo giorno del suo insediamento. Tralasciando quelli più lontani nel tempo, ci limitiamo qui a citare solo i fatti più recenti verificatisi nella capitale Tripoli. Il 4 dicembre 2019, alcuni gruppi di uomini armati, probabilmente appartenenti alla città di Misurata e diverse formazioni, hanno attaccato mercoledì mattina la sede del Ministero delle Finanze, nei pressi di Dahra, circondadolo e sequestrando mezzi e armi. Lo stesso giorno gli stessi gruppi armati hanno circondato gli uffici presidenziali di Fayez al-Serraj, sequestrando armi e alcuni mezzi delle forze di sicurezza incaricate di proteggere il presidente. La notizia è stata confermata dal ministro dell’Interno, Fathi Pashagha, che promise giustizia e avvertì l’indomani l’avvio dell’ennesima indagine che rimarrà inconclusa, per la totale assenza dello stato di diritto a Tripoli.
Ancora prima, il 26 settembre 2019, pubblicando una nota del governo libico, riportavamo l’attacco da parte delle milizie al ministro dell’Economia, Faraj Boumtari. Il ministro aveva rivelato che, mentre si trovava nel suo ufficio, era stato attaccato da una persona di nome Taher Erwa, meglio noto come capo dell’intelligence di Tripoli. In una missiva indirizzata al procuratore generale e al Ministero degli Interni, il ministro spiegava di essere stato assalito nel suo Ministero perchè l’uomo sosteneva che il suo gruppo non aveva ricevuto il suo salario. Ma ancora prima, il 12 gennaio 2017, Federica Bianchi sull’Espresso scriveva: “i ribelli hanno attaccato le sedi dei principali dicasteri: è la dimostrazione di quanto la situazione nel paese africano sia ancora instabile nonostante le vittorie contro l’Isis”. Bianchi aggiunge: “Nonostante le milizie di Misurata, fedeli ai Fratelli Musulmani di cui Haftar è acerrimo nemico, abbiamo cacciato l’Isis da Sirte, il governo di Serraj su cui ripongono le speranze americani ed europei non solo ha perso importanti pezzi da novanta nell’ultimo anno ma non è riuscito ancora a garantire la ripresa della vita nella capitale libica, in questi giorni addirittura in preda al freddo per mancanza di elettricità”.
Tutto ciò – sebbene di esempi ce ne siano ancora tanti dal 2015 ad oggi – conferma che Serraj è solo un ostaggio dei suoi gruppi armati e della Fratellanza Musulmana con cui ha solo recentemente preso pubblichi accordi, firmando due Memorandum d’Intesa con Recep Tayyp Erdogan. Nuovo e non ultimo padrone a cui Serraj dovrà rendere conto e che probabilmente gli avrebbe “sconsigliato” di andare a Roma, qualora veramente la visita fosse stata in programma, visto che il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, nelle stesse ore era al Cairo e Conte aveva ricevuto lo spietato aggressore Haftar che ha cacciato Daesh ed al-Qaeda dalle principali città libiche.
E’ chiaro che non bastavano le notizie false diffuse da Anadolu, dai media russi e turchi, su chi nei giorni scorsi ha preso il controllo di Sirte, dove l’esercito era stato accolto dalla popolazione in festa. Più i gruppi armati della Fratellanza e gli estremisti inviati da Erdogan perdono terreno, più si fa aggressiva la loro reazione sui media. Più aumenta il coinvolgimento di attori esterni, più risulta difficile stabilire quali siano le notizie vere e quali quelle false. Ma dire che Serraj è stato rapito solo ieri sera, vuol dire ignorare cinque anni del suo governo.”

Da Serraj fu rapito il primo giorno del suo Governo, di Vanessa Tomassini.

L’arma segreta della Francia in Africa

Una storia del franco CFA

Da diversi anni il franco CFA è al centro di un acceso dibattito, non solo in Francia. Secondo il governo francese, il franco CFA è un fattore di integrazione economica e di stabilità monetaria e finanziaria. Per contro, secondo gli oppositori della moneta – che include numerosissimi economisti e intellettuali africani (e non solo) –, essa rappresenta a tutti gli effetti una forma di «schiavitù valutaria» che impedisce lo sviluppo delle economie africane. Come scrivono gli autori del libro, «negli ultimi anni si sono moltiplicate le voci – in strada, sui social network, nei circoli intellettuali o artistici – che chiedono la fine del franco CFA». Come è noto, da un po’ di tempo a questa parte il dibattito è sbarcato anche in Italia: le dichiarazioni di alcuni esponenti politici italiani in merito al franco CFA hanno infatti scatenato un’aspra crisi diplomatica tra Roma e Parigi.
In questo libro, la giornalista francese Fanny Pigeaud e l’economista senegalese Ndongo Samba Sylla gettano per la prima volta luce, con un linguaggio semplice e accessibile, sui complessi meccanismi neocoloniali che si celano dietro al franco CFA e su come i dirigenti francesi abbiano combattuto – persino con la violenza – tutti coloro che negli anni si sono opposti al sistema CFA. Un libro destinato senz’altro a far discutere, anche per le evidenti analogie che esistono tra il franco CFA e la moneta unica europea e più in generale per il crescente interesse per le questioni economiche che si registra nel nostro paese. D’altronde, come scrivono gli autori, «non c’è nulla di più “politico” delle questioni monetarie».

La Libia è un caso di studio

“Senza entrare nel merito come ha fatto magistralmente Perra, si deve sottolineare una questione di metodo: non ridurre allo schematismo, alla ricerca dei burattinai di Haftar. Il generale libico avrebbe dietro di sé come danti causa Russi e Americani, Sauditi ed Emiratini, Francesi ed Egiziani, attori non necessariamente in armonia tra loro quando non rivali o nemici ma sempre uniti nell’armare, finanziare e telecomandare il nostro. Più che analisi, partite di Risiko a causa delle quali non comprendiamo come il signore della guerra nordafricano non sia mosso dal desiderio di sconfiggere il fondamentalismo islamico o da alleanze permanenti bensì solo da interessi permanenti: i propri. Dietro Haftar azzardiamo a dire che ci sia solo Haftar, ennesima incarnazione del capo vicino-orientale che cerca alleati e si offre come alleato sul mercato geopolitico, come prima di lui i regnanti hashemiti, sauditi o pahlavi con Inglesi ed Americani, o mutatis mutandis capi militari o di partito come Al Bashir o Saddam Hussein.
Pensiamo proprio a Saddam: già esponente di vertice dell’ala destra anticomunista della branca irachena del Baath, non esitò tanto a cercare la collaborazione degli elementi più religiosi dentro all’Iraq e della CIA all’esterno per prendere il potere e reprimere i comunisti, instaurando al contempo un governo progressista per quanto riguarda l’istruzione di massa e la condizione femminile. Da sempre avverso al clero sciita, alla Siria pure baathista e all’Iran rivoluzionario, fu però vicino alla causa palestinese. Anticomunista ma in discreti rapporti con l’URSS, combatté l’Iran con il consenso americano per poi tornare a giocare la carta antimperialista quando fu aggredito dagli USA a sua volta, così come la carta dell’unità sunnita. Chi aveva dunque “dietro di sé” Saddam Hussein? La domanda ci appare in tutta la propria insensatezza realpolitica.
Se nel Vicino Oriente ci si muove, lo ripetiamo, per interessi permanenti e non per alleanze permanenti, una volta scopertolo bisognerebbe capire quali interessi siano i nostri: stabilità degli Stati, possibilmente non ad opera di governi eccessivamente repressivi o reazionari che alienino le proprie popolazioni, lotta al radicalismo religioso formatosi ai margini del mondo sunnita (quello sciita non costituisce un problema per l’Europa, piaccia o meno al signor Bannon), costruzione di Paesi il più possibile inclusivi nei confronti delle donne, delle minoranze etniche e religiose (si pensi alle popolazioni cristiane o ai Curdi che al contrario potrebbero rifugiarsi in un separatismo disgregativo ed antiarabo) e dai sistemi economici efficaci ed efficienti che evitino povertà, emarginazione e conseguenti ondate migratorie. Si noti: abbiamo iniziato a parlare di Europa, non più di “Occidente”, e questo perché non pensiamo affatto che gli interessi di Europa, Stati Uniti e movimento sionista coincidano. Gli ultimi due attori hanno piuttosto interesse a garantire la disgregazione degli Stati vicino-orientali lungo linee etniche, religiose e tribali, al fine di assicurarne il sottosviluppo, la soggiogabilità o quanto meno la non pericolosità. Haftar o Serraj quindi, in Libia? La questione, per come l’abbiamo posta, precede e prescinde la domanda.
Nel metodo, la soluzione potrà venire, ancora una volta, da una “ecologia delle potenze” interessate alla stabilità del teatro mediterraneo e da un dialogo tra queste (Italia, Russia, forse la Turchia e l’Egitto che comunque si detestano, un Qatar e una Francia che non possono essere lasciati fuori dalla porta). Il lavoro di dialogo e tessitura diplomatica è tutt’altro che banale ed è urgente che l’Italia se lo assuma.
Nel merito, le uniche forze dialoganti sul terreno possono essere le tribù libiche e cioè il popolo del Paese: i capi tribù sono gli unici veramente interessati al benessere ed alla sopravvivenza delle proprie genti, molto più che non il signore della guerra di Bengasi o il “sindaco di Tripoli” (per tacere degli islamisti di Misurata).”

Da Libia e Vicino Oriente: quello che l’Occidente non capisce, di Amedeo Maddaluno.

Kemi Seba e il panafricanismo

“Pensavamo che Thomas Sankara fosse morto definitivamente e invece ci sbagliavamo. Il leader burkinabé assassinato nel 1987 sopravvive nell’immaginario africano anche grazie a Kemi Seba, giovane attivista e fondatore della organizzazione non governativa Emergenze Panafricaniste, appena rientrato da un tour italiano per ampliare il campo d’azione, presentare il nuovo libro L’Africa libera o la morte ma soprattutto diffondere tra i popoli subsahariani della diaspora le sue tesi di autodeterminazione delle nazioni dal neocolonialismo. L’obiettivo è quello di liberare il continente africano da una moneta di subordinazione, il franco CFA, e di convincere tutti quegli immigrati che hanno rischiato la vita per attraversare il mar Mediterraneo alla ricerca di un futuro migliore, a re-immigrare in patria per combattere contro le proprie élite africane colluse con gli interessi occidentali di saccheggio delle risorse autoctone.
Con Kemi Seba ci scambiammo delle mail nel lontano 2013 quando per la prima volta mi interessai alla sua figura. Si era trasferito da un paio di anni in Senegal dopo una vita trascorsa in Francia (è nato a Strasburgo) per unire, con estrema coerenza ideologica, teoria e prassi, e disseppellire una vasta cultura letteraria anticoloniale che da Marcus Garvey giunge a Frantz Fanon passando da personalità politiche come Thomas Sankara, Patrice Lumumba, e ancora Muammar Gheddafi. Dopo molto tempo e tante corrispondenze virtuali le nostre strade si sono incrociate a Roma dove Kemi Seba è arrivato giovedì scorso [12 luglio – n.d.c.] in tarda serata in vista di un incontro pubblico che si è tenuto sabato al Baobab, uno spazio abitativo situato in zona Tiburtina. Venerdì abbiamo avuto l’occasione di trascorrere un intero pomeriggio insieme in un bar del Pigneto per conoscerci di persona, discutere del momento storico, e parlare di immigrazione e sfruttamento dell’Africa. Kemi Seba indossava il solito vestito tradizionale colorato, ricamato con le sue iniziali al centro della sagoma dell’Africa. È accompagnato dal suo braccio destro Hery Djehuty e alcuni amici camerunesi che vivono in Italia da diversi anni e che hanno organizzato la visita. La nostra chiacchierata durerà circa tre ore.”

Kemi Seba, l’Africa o la morte, di Sebastiano Caputo continua qui.

“Mi considero e siamo tutti figli di Sankara. Sankara ci ha insegnato che difendere la propria patria è un dovere, ma difendere la propria patria non ci deve spingere a odiare gli altri. Perché come diceva Frantz Fanon, qualunque sia il colore della pelle noi siamo dei dannati della Terra di fronte all’oligarchia capitalista. Noi siamo d’accordo affinché l’immigrazione cessi, ma è necessario che a partire da adesso le autorità occidentali cessino di fare emigrazione delle materie prime.”

Forze ed operazioni militari USA in Africa – una rassegna

Di Benjamin Cote in esclusiva per SouthFront

L’importanza delle Forze Militari in Africa
Il 4 ottobre 2017, forze nigerine e Berretti Verdi americani sono stati attaccati da militanti islamici durante una missione di raccolta di intelligence lungo il confine con il Mali. Cinquanta combattenti di una affiliata africana dello Stato Islamico hanno attaccato con armi di piccolo calibro, armi montate su veicoli, granate lanciate con razzi e mortai. Dopo circa un’ora nello scontro a fuoco, le forze americane hanno fatto richiesta di assistenza. I jet Mirage francesi hanno fornito uno stretto supporto aereo e i militanti si sono disimpegnati. Gli elicotteri sono arrivati per riportare indietro le vittime per l’assistenza medica.
Quando la battaglia finì quattro Berretti Verdi sono risultati uccisi nei combattimenti e altri due furono feriti. I sergenti maggiori Bryan Black, Jeremiah Johnson, Dustin Wright e il più pubblicizzato di tutte le vittime il sergente La David Johnson sono stati uccisi in missione. Il presidente Trump si è impegnato in uno scontro politicizzato con la vedova di Johnson e la deputata della Florida Federica Wilson in merito alle parole da lui usate in una telefonata consolante.
La battaglia politica sui commenti del Presidente Trump ha avuto l’effetto non intenzionale di spostare l’attenzione della nazione sulle attività americane in Africa. In precedenza il pubblico americano, e buona parte dell’establishment politico, mostrava scarso interesse o conoscenza delle missioni condotte dai dipartimenti di Stato e della Difesa all’interno delle nazioni africane in via di sviluppo. Il 5 maggio, un Navy SEAL era stato ucciso vicino a Mogadiscio mentre assisteva le forze somale nel combattere al-Shabaab. Questa morte è arrivata un mese dopo che l’amministrazione Trump aveva revocato le restrizioni sulle operazioni di antiterrorismo nelle regioni della Somalia.
Certamente l’evento non ha registrato la stessa attenzione del mainstream come la polemica circa il sergente Johnson; tuttavia, tutto rivela come l’Africa stia lentamente diventando un’area di interesse nazionale cruciale per gli Stati Uniti. Le questioni concernenti le nazioni africane riguardanti le minacce terroristiche sia esterne sia interne, così come i loro problemi economici, servono a garantire che i responsabili politici degli Stati Uniti si concentrino sul continente. Iniziative globali come la Combined Joint Task Force for Operation Inherent Resolve coinvolgono diverse nazioni africane fondamentali per combattere l’ascesa dell’estremismo islamico radicale. L’ascesa di gruppi estremisti coesi insieme all’espansione degli investimenti economici nell’Africa post-coloniale ha comportato un aumento dei dispiegamenti militari stranieri e americani nella regione. Continua a leggere