Forme della schiavitù

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“La stragrande maggioranza di noi ha accettato ormai come normale il fatto di vivere in una società dominata dal capitale, e non ha niente da contestare se qualche singolo individuo arriva a possedere beni e ricchezze superiori a quelli di cui possano disporre decine o centinaia di milioni di suoi simili. (Proprio di ieri la notizia che i 62 uomini più ricchi del mondo possiedono averi pari a quelli a disposizione dei 3.600.000.000 più poveri. La Francia di Maria Antonietta prima della Rivoluzione al confronto era un Paese socialista!)
Non mi soffermerò troppo su altri termini che abbiamo, volenti o nolenti, accettato come caratterizzanti la società in cui viviamo: da Individualismo e Consumismo fino a Usa e Getta e Shopping, né su altri termini che abbiamo finito per accantonare e relegare in un cantuccio: Stato Sociale, Diritti dei Lavoratori, Ruolo dello Stato nell’Economia, Uguaglianza, Solidarietà, Coscienza di Classe.
Forse, se ci fossimo opposti per tempo all’accettazione passiva del primo gruppo, e avessimo combattuto per salvare il secondo, la qualità della nostra vita sarebbe oggi un po’ migliore, come lo era quella della generazione che ci ha preceduto, che certe distinzioni le conosceva ancora.
Invece prosegue da decenni lo smantellamento dello Stato a favore di tutto ciò che sia privato. E nessuno sembra più in grado di obiettare che lo Stato, nel bene e nel male, rappresenta e comprende tutti noi, mentre il privato rappresenta solo sè stesso e i propri interessi.
Ci viene chiesto di accettare una progressiva Cessione di Sovranità, ma tale cessione non avviene da parte dello Stato Nazionale a favore di uno Stato Europeo che lo sostituisca nelle sue funzioni e che rappresenti tutti i cittadini d’Europa, bensì nei confronti o di una potenza straniera che da 70 anni occupa militarmente i territori europei, o nei confronti di istituzioni (Banche Centrali, Fondi Monetari Internazionali, Banche Mondiali) che questa stessa potenza e le lobbies di privati che la controllano hanno contribuito a creare.
Completiamo finalmente questa analisi con il termine che più di tutti ci ricollega alla “schiavitù” di cui sopra: il Debito.
Ogni persona onesta (e sono la maggioranza, nonostante tutto) se si trovi ad avere un debito si sentirà in dovere di fare tutto il possibile per saldarlo. Ed ecco che da alcuni anni i media ci ricordano con insistenza assai sospetta che siamo tutti in debito.
In pochi hanno compreso che si tratta di una delle più grandi truffe della storia umana.
Il debito attraverso il quale veniamo messi quotidianamente in soggezione infatti altro non è che la Moneta stessa.
Questo è il vero capolavoro della neolingua! Avere una stessa, unica, quantità numerica ed esprimerla con due termini differenti e dai significati opposti: moneta nella sua accezione positiva e debito in quella negativa.
(Alcuni tra coloro che hanno capito l’inganno hanno coniato il termine Moneta-Debito. Ma attenzione, in questo caso non si tratta di un vocabolo della nostra neolingua, e sui media tradizionali non ne troverete traccia. Il termine è in uso solo presso i soliti incorreggibili complottisti.)
In definitiva, avendo l’Europa delegato l’emissione di moneta ad una Banca Centrale posseduta da privati, questa stampa le banconote e ce le da in prestito. E noi ogni anno paghiamo miliardi di interessi a chi ci presta … i nostri soldi.
Il debito quindi è tecnicamente impossibile da estinguere, almeno fino a quando non riuscissimo a sostituire la moneta-debito con una Moneta Sovrana (altra espressione di cui è sconsigliato l’uso, altrimenti troppa gente inizierebbe a chiedersi perché la nostra moneta non sia sovrana), come era la Lira fino al momento della separazione tra Banca d’Italia e Tesoro.
Henry Ford ebbe ad affermare: “Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione.””

Da Breve Dizionario in Neolingua. Quanto la società dell’Occidente assomiglia a quella descritta nelle opere di Orwell? di Cesare Corda.

Svizzera: pronta per una rivoluzione?

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Quando l’Islanda ha incarcerato i suoi banchieri qualcosa è cambiato. L’impensabile era accaduto: i veri criminali erano stati portati in giudizio. Ora anche la Svizzera minaccia di licenziare la riserva di valuta legale dei bankster. Ma accadrà?

Josiah Stamp ha detto una volta: “Se si vuole continuare ad essere schiavi delle banche e pagare il costo della propria schiavitù, allora lasciate che i banchieri continuino a creare denaro e controllare il credito.”
Stamp sapeva di cosa parlava. Tra i suoi successi, egli fu nominato direttore della Banca d’Inghilterra nel 1928.
Tutti i cosiddetti Paesi moderni, civili sono sotto lo stivale proprio di questo meccanismo descritto da Stamp. Pochissimi Paesi, come la Libia, l’Irak e la Siria, sono riusciti a raggiungere società altamente sviluppate senza di esso.
Questi Paesi hanno tutti qualcos’altro in comune. E così sia?
Tuttavia, altri Paesi che devono ancora diventare obiettivi di genocidio provocato nelle mani di agenzie degli Stati Uniti si stanno svegliando e annusano la tirannia in gessato.
La Svizzera, ad esempio: non certo un luogo tradizionalmente associato con allucinato fanatismo, la Svizzera è in procinto di votare sul divieto alle banche di creare denaro.
Gli Inglesi giocano a calcio, bevono birra e si picchiano a vicenda nei centri urbani la sera. I Francesi fanno il broncio e alzano le spalle e fanno cose semplici che richiedono molto tempo e costano un sacco. Gli Svizzeri forniscono al denaro un luogo sicuro, noioso dove nulla di drammatico accadrà ad esso, in modo che possa poi essere trasmesso alla generazione successiva di persone ricche – preferibilmente in un importo superiore a quando venne ricevuto – da questa generazione di gente ricca.
Quindi il denaro è al centro di quello che fa la Svizzera.
La Svizzera è anche la sede della Banca dei Regolamenti Internazionali, che – mentre suona eccitante come la contabilità a partita doppia – è, infatti, il ragno al centro di tutta la tela finanziaria. Continua a leggere

Il Trattato Transatlantico

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Le ragioni di questo volume si colgono nella lettura degli argomenti portati autorevolmente da Alain de Benoist. Per noi, con quest’ultima pubblicazione, si porta a compimento una triade di titoli – Sull’orlo del baratro, La fine della sovranità e il libro in essere – che ha percorso l’intero svolgimento dell’attuale crisi economica e sociale, unita alla torsione epocale della globalizzazione e dell’occidentalizzazione del mondo.
Il trattato sul commercio transatlantico, tema qui affrontato, non è la scontata conseguenza dell’ampliamento del libero mercato su scala mondiale, quale metastasi nella fibra più profonda delle società; questi accordi, di fatto, vedranno il venire meno della sovranità degli Stati a favore delle multinazionali e delle corporation internazionali. Il potere di citare in giudizio l’autorità statuale fino a rovesciarne le leggi sovrane che regolamentano questioni di primaria importanza – come le relazioni nel mondo del lavoro, l’inquinamento, la sicurezza agroalimentare, gli organismi geneticamente modificati – renderanno norma la mercificazione dell’esistente.
Non è un caso, che i contenuti del mercato unico transatlantico e le sue motivazioni restino privi di trasparenza e discussione pubblica. Le tecnocrazie sulle due sponde dell’Atlantico, in simbiosi con le lobby del profitto, stanno codificando un modello di società a uso e consumo dell’avidità della speculazione finanziaria, nella connivenza della servile rappresentanza politica e della deliberata privazione della partecipazione e legittimazione popolare.

(Dalla prefazione)

Come la Federal Reserve alimenta l’acquisto compulsivo

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Tutti noi compriamo. Ci sono dei generi necessari che dobbiamo acquistare per vivere. Ma quanti di noi hanno avuto modo di comprendere esattamente cosa alimenta l’ossessione dietro questo passatempo?

Molti di noi saranno d’accordo in merito al fatto che fare acquisti è necessario. Non è come l’uso dell’eroina. La gente va avanti tutta la vita senza usare eroina. Non c’è bisogno di eroina per sopravvivere. Fare acquisti è assimilabile al cibo, ne hai un assoluto bisogno per essere una persona in salute.
La questione riguarda solo il grado.
Abbiamo sposato l’idea della crescita economica. Ovviamente abbiamo la necessità di produrre qualcosa, ma perché è così importante che la produzione sia maggiore di quella dell’anno precedente? Se ne abbiamo avuto abbastanza, perché dovrebbe essere sbagliato averne abbastanza anche quest’anno?
La risposta risiede nella natura stessa del nostro sistema economico.
La moneta è legale. Ciò significa che il nostro mezzo di scambio invece di essere collegato a qualcosa di valore è ancorato al nulla.
Negli Stati Uniti la moneta è creata con un inganno praticato dalla Federal Reserve e dal governo. Questa procedura ha un po’ di fumo, specchi e una terminologia complicata attorno a sé, ma il meccanismo di base è piuttosto semplice.
In termini profani: gli Stati Uniti prendono in prestito moneta senza valore portandola ad esistenza e sono poi i suoi cittadini a dare lavoro reale, beni e servizi in cambio di questa moneta senza valore.
Poiché questo imbroglio crea debito e il debito incorre in interessi, ci deve essere “crescita”.
Per ritornare al discorso dell’eroina: l’intero sistema è come un tossicodipendente in cerca di una dose. Quando ne ottiene una sta altrettanto bene quanto una persona normale starebbe senza usarne.
Ma poi ha bisogno di un’altra dose. Continua a leggere

Chi pensa semplice ha già perso

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Lezioni di metodo

“Chi pensa semplice ha già perso: se agisce in buona fede, altrimenti è soltanto strumento di coloro che organizzano, in centri di necessità segreti, le diverse strategie. Alle volte si fanno i nomi di alcuni strateghi, più o meno grandi. Basti pensare a Kissinger, tuttavia conosciuto come singolo individuo (che, a suo tempo, consigliò Nixon), più o meno messo alla pari del finanziere Soros o di altri personaggi similari. Perché chi pensa – o vuol far pensare gli altri – semplice, formula sempre nomi di singoli individui. Kissinger sarebbe ben poco se non fosse la punta di diamante, ma pure il nome rappresentativo, di dati centri strategici, i cui componenti non sono conosciuti; ma nemmeno si conosce la loro esistenza. Quando si mettono nomi, allora salta fuori, ad es., il gruppo Bilderberg o il Club di Roma, che non sono centri strategici e hanno altre finalità.
Gruppi del genere possono certo intrecciarsi con i centri, ma soprattutto quali loro strumenti, solo dotati di maggiore rappresentatività “pubblica”, appunto quella più superficiale e solo necessaria a nascondere ciò che deve restare nei “segreti meandri” delle più autentiche autorità strategiche. Certamente tali gruppi si riuniscono abbastanza spesso, e a queste riunioni partecipano uomini di potere, ma a volte solo rappresentativi per nome e fama più che dotati di poteri propri. Insomma, il loro potere dipende da altri poteri assai più discreti e nascosti. Servono da “specchietto per le allodole”, dove queste sono rappresentate sia da superficiali individui in buona fede, affascinati dalle sembianze (e i paramenti) del potere, sia da altri invece lautamente pagati (non in solo denaro) dai centri strategici (e gruppi di governo e di potere che ne seguono le indicazioni) per distogliere l’attenzione dalle loro effettive mene e indirizzarla verso le “rappresentanze più ufficiali”; le quali, per assolvere tale funzione, devono spesso dare comunque l’impressione di essere “massonerie” attive in gran segreto. Solo che poi, guarda caso, il segreto viene in parte svelato (con distorsioni varie), ma sempre ammantato di misteriosità per affascinare e deviare l’attenzione del “gran pubblico”.
E’ inutile chiedere: allora chi sono questi centri strategici? Se avessero nome e cognome, sarebbero centri del piffero. Nemmeno si può sapere con sicurezza come agiscano a meno di non avere a disposizione dei servizi di intelligence, ben preparati e con buoni addentellati presso gli avversari. Noi, persone comuni, non possiamo sapere, possiamo solo usare il cervello evitando d’essere dei “sempliciotti”. Per capire le strategie è indispensabile prendere atto che i centri ci sono, non sono noti (e nominativi), agiscono dietro le quinte e con manovre tendenti a finalità in genere opposte o comunque assai differenti da quelle realmente perseguite; a meno che, in qualche caso, compiere le mosse più ovvie non sia proprio il modo migliore per trarre in inganno. Bisogna procedere, nell’interpretazione della politica, secondo i principi del sapere indiziario; inoltre formulare ipotesi, perfino quelle che sembrano più strampalate. S’incorrerà in errori, ma precisamente da questi il sapere indiziario trarrà informazioni utili per correzioni molteplici e che consentono – non sempre ma nemmeno raramente – di giungere a conclusioni molto vicine alla realtà. Con aggiustamenti successivi si può arrivare a cogliere il “segreto” o comunque sospettare e prevedere quanto poi verrà in luce.
A questo punto bisogna diffidare dei semplicisti e dei mentitori spudorati e consapevoli che ingannano sulle vere finalità strategiche di questo o quel Paese, di questo o quel gruppo politico o economico, ecc. Oggi, ad es., per quel che riguarda la politica internazionale, si sono andati consolidando due precisi indici dell’imbroglio a cui – per faciloneria o per consapevole menzogna – si va incontro da un bel po’ di tempo in qua. Il primo e principale di questi indici è appunto l’enfasi posta sul settore finanziario che tutto fa, tutto può. Chi comanderebbe sarebbe anzi, più precisamente, il “grande finanziere”; perché nominare esplicitamente il “potente”, colui che sarebbe all’origine di ogni misfatto, è la mania dei semplici o di quei mentitori assoldati per mascherare i reali centri del potere e finanziati per organizzare convegni, manipolare stampa, girare mezzo mondo a fare conferenze, apparire in TV, ecc. E spesso con l’abito del più accanito critico del sistema capitalistico.
L’altro indice è l’attacco alla Germania come il vero cattivo all’opera, come la principale causa di ogni nostra difficoltà. Dimenticando bellamente, o comunque mettendo in sordina, il ruolo degli Stati Uniti. Una variante può essere quella di attaccare, per quanto riguarda il lato statunitense del potere, la presidenza Obama, sostenendo inoltre che ha fallito tutto, e che continua a provocare danni alla “nostra” causa. Indizi secondari sono quelli del can can per l’uscita dall’euro e dalla UE. Intendiamoci bene, l’attacco a Obama o la polemica accesa contro UE ed euro non sono negativi al 100%. L’importante è però l’obiettivo “ultimo”, il quale deve essere l’appoggio a tutto ciò che indebolisce sul serio il prepotere statunitense e favorisce il multipolarismo. Altrimenti, simili critiche destano sospetti. Anche una certa simpatia verso la Russia, sempre con distinguo di vario genere, può essere manifestazione di ambiguità, di retropensieri nebulosi; lascia dubbi perfino il mettere in luce che essa ha adesso l’iniziativa e ha messo in difficoltà gli USA di Obama in Siria.
Il vero punto cruciale è che la UE è puro strumento degli USA (e non soltanto di quelli dell’attuale presidenza, lo è da sempre e lo sarà in futuro); per questo va attaccata. Non ci si deve battere per la semplice uscita da essa; e nemmeno però per una sua “riforma”. Decisiva è invece la ripresa di certe autonomie nazionali, sulla base di una indipendenza dagli USA e di un diverso sistema di contatti internazionali (senza dubbio pure con la Russia) onde mettere in crisi ogni possibile ritorno verso un monocentrismo americano. E nemmeno l’uscita dall’euro è questione centrale; va soprattutto denunciata la BCE come ulteriore organo del predominio statunitense. Vi sembra fondamentale che ogni Paese riconquisti il suo potere di controllo monetario? E l’autonomia politica concreta, l’affrancamento dagli USA (e non solo da quelli di Obama) – implicanti lo scontro assai duro con il Paese più potente al mondo senza semplici rivalse contro la Germania, ecc. – dove vanno a finire per favore? E mi dite come intendete procedere politicamente, non monetariamente, per ottenere un tale risultato di autentica indipendenza e sovranità?
Su problemi del genere balbettate perché in effetti nessuno ha al momento idee chiare in proposito. Allora smettetela di blaterare su misure che semplicemente aggirano il compito primario: affrontare in condizioni assai difficili lo scontro politico con gli USA, avendo la NATO sempre tra i piedi, una miriade di loro basi militari in Europa, i Servizi di tutti i Paesi europei largamente influenzati e controllati da quelli statunitensi. Dibattete questi problemi e non svicolate. Altrimenti, sapremo che siete o del tutto superficiali al limite dell’incoscienza o al servizio di chi ancora comanda oggi nel mondo: i centri strategici americani.”

Da Non dimentichiamo né aggiriamo le questioni centrali, di Gianfranco La Grassa.

Il diritto di restare nella propria terra

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“I lavoratori di tutto il mondo rivendicano come proprio diritto prima di tutto quello di restare nel proprio Paese, di modificare e migliorare le proprie condizioni di vita e l’ambiente sociale circostante. Di poter avere un futuro di lavoro, di sicurezza, di pace da condividere con i propri fratelli, gli amici, i propri figli. Questo diritto viene prima di quello di emigrare, perché qualsiasi uomo preferirebbe avere ciò di cui necessita per un’esistenza degna nel luogo in cui è vissuto. Solo dopo questo passaggio, solo quando le condizioni economiche e sociali non spingeranno gli uomini a dover emigrare, allora emigrare sarà realmente una scelta libera, espressione di una vocazione individuale, naturale di scelta. Solo allora emigrare e migrare saranno sinonimi nella nostra lingua.
Da quando la sinistra ha perso i suoi connotati di classe e si è adagiata su posizioni borghesi la sua ottica è diventata quella del cosmopolitismo, che è la visione della borghesia progressista a cui si contrappone quella nazionalista della borghesia più reazionaria. Ma nessuna di queste due posizioni appartiene alla classe operaia. Le masse lavoratrici si sentono parte del proprio Paese. L’internazionalismo non è la negazione della propria appartenenza nazionale, anzi. Si è rivoluzionari perché prima di tutto si vuole cambiare la condizione del proprio Paese. Si è internazionalisti perché si riconosce nella condizione di classe e nel conflitto capitale lavoro quella dimensione complessiva che non è legata a confini e frontiere e che rende fratelli o nemici al di là di ogni differenza nazionale, caratteristica che fa rifiutare a noi comunisti ogni forma di nazionalismo borghese.
Fino a quando la sinistra guarderà all’immigrazione con la sua ottica cosmopolita non comprenderà che i fenomeni migratori oggi sono determinati dalle logiche e dagli interessi del capitale. Che dietro la libera circolazione e la più vasta richiesta di libertà di movimento delle persone, c’è la ricerca di manodopera per le necessità del sistema produttivo. Un circolo vizioso in cui il capitale è allo stesso tempo causa e utilizzatore dell’effetto. Perché di quel fenomeno di eradicamento dalla propria terra la colpa principale è negli interessi del grande capitale. Sono i grandi monopoli internazionali che determinano la ricchezza e la povertà di nazioni intere in Africa. Sono aziende petrolifere, minerarie, agricole che condizionano la politica degli Stati. Sono le grandi concentrazioni finanziarie che determinano il prezzo di beni come il grano, il riso che possono innalzarsi per attività di speculazione, rendendoli beni inaccessibili per milioni di persone. Attraverso la corruzione, gli accordi, le spartizioni impongono governi amici a qualsiasi prezzo, anche scatenando guerre civili. E quando questo non accade si possono finanziare movimenti terroristi come in Siria con l’ISIS, oppure scatenare vere e proprie guerre, trasformando gli Stati in polveriere invivibili. È da questo che migliaia di persone scappano.
Ma lo sfruttamento non finisce qui. Enormi masse di lavoratori sono disponibili – per necessità e condizione, non certo per naturale propensione – a tramutarsi in manodopera a basso costo per il capitale. Lo sono gli Africani che vengono in Italia, lo sono gli Italiani che emigrano nel Nord Europa: ad ogni livello di concentrazione monopolistica del settore produttivo corrisponde un suo livello di specializzazione nella manodopera richiesta, con annessa livellazione salariale. Ma la questione non cambia nella sostanza. Il capitale che determina la necessità di emigrare, utilizza la forza lavoro degli emigranti, come esercito industriale di riserva, come manodopera a basso costo, come grimaldello per la riduzione dei salari e delle condizioni dei lavoratori. In Italia sono i grandi latifondi agricoli, le fabbriche specie se di medie dimensioni che sfruttano il lavoro nero, senza diritti con forme di vero e proprio caporalato, mentre fascisti e estremisti di destra soffiano per generare una guerra tra poveri.
Non è negando questo ruolo dell’immigrazione, come elemento funzionale al capitale, che si renderà un buon servigio agli immigrati. Così come un lavoratore è costretto a vendere la propria forza lavoro e ciò non lo rende corresponsabile del suo stesso sfruttamento e dello sfruttamento dei suoi simili, un immigrato non è individualmente responsabile del ruolo che il fenomeno complessivo dell’immigrazione genera. È qui la differenza incolmabile con le teorie reazionarie e classiste dell’estrema destra.
La questione dell’immigrazione deve essere trattata in tutta la sua drammaticità, come questione che è legata indissolubilmente alle sorti della classe operaia. Combattere l’imperialismo, significa combattere le cause dell’immigrazione, garantire a tutti prima di tutto il diritto di restare nella propria terra e di non dover scappare. Senza di questo ogni discorso sull’immigrazione si riduce a perbenismo e carità, che sono propri della borghesia progressista e della Chiesa, e che in entrambi i casi, non dicendo con chiarezza i responsabili, difendono il sistema imperialista e si limitano a lavare pubblicamente le coscienze collettive. Rifiutare le teorie borghesi del nazionalismo da una parte e del perbenismo dall’altra è una condizione necessaria. Perché gli immigrati non siano né migranti né nemici, ma nostri necessari compagni nella lotta di classe contro i veri nemici: chi sfrutta e guadagna sulle spalle del lavoro altrui indipendentemente dal colore della sua pelle e dalla sua nazionalità.”

Da Non chiamiamoli migranti, in “Senza Tregua. Giornale comunista”.
[I grassetti sono nostri]

Goldman Sachs – NATO Corp.

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Dopo essere stato dal 2009 al 2014 segretario generale della NATO (sotto comando USA), Anders Fogh Rasmussen è stato assunto come consulente internazionale dalla Goldman Sachs, la più potente banca d’affari statunitense.
Il curriculum di Rasmussen è prestigioso. Come primo ministro danese (2001-2009), si è adoperato per «l’allargamento della UE e della NATO contribuendo alla pace e prosperità in Europa». Come segretario generale, ha rappresentato la NATO nel suo «picco operativo con sei operazioni in tre continenti», tra cui le guerre in Afghanistan e Libia, e, «in risposta all’aggressione russa all’Ucraina, ha rafforzato la difesa collettiva a un livello senza precedenti dalla fine della guerra fredda». Rasmussen inoltre ha sostenuto il «Partenariato transatlantico su commercio e investimenti (TTIP)» tra Stati Uniti e UE, base economica di «una comunità transatlantica integrata».
Competenze preziose per la Goldman Sachs, la cui strategia è allo stesso tempo finanziaria, politica e militare. Suoi dirigenti e consulenti, dopo anni di lavoro alla grande banca, sono stati messi in posti chiave nel governo USA e in altri: tra questi Mario Draghi (governatore della Banca d’Italia, poi presidente della BCE) e Mario Monti (nominato capo del governo dal presidente Napolitano nel 2011).
Non c’è quindi da stupirsi che la Goldman Sachs abbia le mani in pasta nelle guerre condotte dalla NATO. Ad esempio, in quella contro la Libia: si è prima impadronita (adducendo perdite del 98%) di fondi statali per 1,3 miliardi di dollari, che Tripoli le aveva affidato nel 2008; ha quindi partecipato nel 2011 alla grande rapina dei fondi sovrani libici (stimati in circa 150 miliardi di dollari) che USA e UE hanno «congelato» al momento della guerra. E, per gestire attraverso il controllo della «Central Bank of Libya» i nuovi fondi ricavati dall’export petrolifero, la Goldman Sachs si appresta a sbarcare in Libia con la progettata operazione USA/NATO sotto bandiera UE e «guida italiana».
In base a una lucida «teoria del caos», si sfrutta la caotica situazione provocata dalle guerre contro Libia e Siria, strumentalizzando e incanalando verso Italia e Grecia (tra i Paesi più deboli della UE) il tragico esodo dei migranti conseguente a tali guerre. Esso serve come arma di guerra psicologica e pressione economica per dimostrare la necessità di una «operazione umanitaria di pace», mirante in realtà all’occupazione militare delle zone strategicamente ed economicamente più importanti della Libia.
Come la NATO, la Goldman Sachs è funzionale alla strategia di Washington che vuole una Europa assoggettata agli Stati Uniti. Dopo aver contribuito con la truffa dei mutui subprime a provocare la crisi finanziaria, che dagli Stati Uniti ha investito l’Europa, la Goldman Sachs ha speculato sulla crisi europea, consigliando «gli investitori a trarre vantaggio dalla crisi finanziaria in Europa» (si veda il rapporto riservato reso noto dal Wall Street Journal nel 2011).
E, secondo documentate inchieste effettuate nel 2010-2012 da Der Spiegel, New York Times, BBC, Bloomberg News, la Goldman Sachs ha camuffato, con complesse operazioni finanziarie («prestiti nascosti» a condizioni capestro e spaccio di «titoli tossici» USA), il vero ammontare del debito greco. In tale faccenda, la Goldman Sachs si è mossa più abilmente di Germania, BCE e FMI, il cui cappio messo al collo della Grecia è evidente.
Reclutando Rasmussen, con la rete internazionale di rapporti politici e militari da lui tessuta nei cinque anni alla NATO, la Goldman Sachs potenzia la sua capacità di influenza e penetrazione.
Manlio Dinucci

(il manifesto, 18 agosto 2015)

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