La battaglia per Aleppo e le menzogne dei giornalisti di regime

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Desta veramente scandalo ed indignazione il cumulo di menzogne spudorate con cui i giornalisti dei principali canali TV e dei maggiori quotidiani descrivono le operazioni militari in Siria che potrebbero segnare una svolta nel corso della guerra che insanguina il Paese da quasi 5 anni. L’apice dello scandalo è raggiunto nella descrizione, del tutto capovolta rispetto alla realtà, della battaglia per Aleppo, che potrebbe rivelarsi decisiva per le sorti della guerra.
La grande città industriale, posta nel nord della Siria, è stata sempre la capitale economica del Paese. Nel 2012 la città fu attaccata da bande jihadiste di diversa tendenza, in buona parte costituite da jihadisti e mercenari stranieri, che riuscirono a circondarla quasi completamente, ad occupare alcuni quartieri periferici comprendenti varie industrie e le centrali elettrica ed idrica, e ad infiltrarsi anche in alcuni quartieri centrali.
Gli abitanti non collaborarono minimamente all’attacco, ma ne subirono tutte le conseguenze. Infatti le industrie furono tutte smantellate dai jihadisti, continuamente riforniti dalla vicina Turchia con armi e rinforzi. Le attrezzature industriali furono tutte rivendute nella stessa Turchia, ovviamente con la complicità delle autorità turche.
Poiché però la città continuava a resistere, grazie anche ad un’incerta via di rifornimento posta a sud-est del centro e tenuta aperta dall’esercito, i jihadisti, cui nel frattempo si erano aggiunti anche i miliziani dello Stato Islamico (o DAESH) provenienti dall’est, da Raqqa, tagliarono l’acqua e l’energia elettrica agli assediati, bombardando nel contempo i quartieri centrali con razzi e mortai e tormentando gli assediati con sanguinosi attentati condotti con autobombe ed altri mezzi (il più grave e micidiale fu condotto contro l’Università con la morte di decine di studenti). Su tutto questo vi sono, tra le altre, le continue testimonianze dei vescovi delle comunità cristiane cittadine, che riferiscono anche di aver fatto scavare pozzi nei recinti delle chiese per alleviare le sofferenze della popolazione assetata, testimonianze che i giornalisti non potevano ignorare, anche se non avessero voluto prestare fede alle dettagliate notizie fornite dall’agenzia siriana SANA, o dalle fonti russe (Sputnik-edizione italiana) e libanesi (Al Manar).
La controffensiva dell’esercito siriano, scattata negli ultimi mesi del 2015 con l’appoggio dell’aviazione russa, è diretta innanzitutto a “liberare” la città dall’assedio. L’esercito è quindi avanzato “dal centro della città verso la periferia e le località vicine” per allontanare gli assedianti. Verso nord-est è stata “liberata” la grande base militare di Kuweiri, posta a circa 25 kilometri e assediata da oltre tre anni, respingendo i miliziani di DAESH verso l’Eufrate. Verso nord-ovest sono state “liberate” due cittadine distanti circa 40 chilometri, assediate anch’esse dal 2012 dai jihadisti di Al Nusra (ramo siriano di Al Queda) e dai loro alleati di Ahrar Al Sham e dell’Esercito Libero Siriano. L’agenzia SANA ha mostrato le folle festanti che accolgono l’esercito “liberatore”. Anche verso sud-ovest l’esercito avanza per riaprire le strade verso le province di Homs ed Hama e permettere un maggior afflusso di rifornimenti essenziali alla popolazione.
Ebbene, le parole usate dai nostri giornalisti di regime dicono vergognosamente l’esatto opposto della realtà. Secondo loro (e secondo le veline che ricevono) sarebbe l’esercito nazionale che “avanza verso Aleppo” per “riconquistarla”, come se la città fosse in mano ai rivoltosi e ai mercenari stranieri, e non invece assediata da oltre tre anni dai jihadisti. Da Aleppo gli abitanti fuggirebbero verso la Turchia, terrorizzati dai bombardamenti russi.
In realtà all’interno del perimetro cittadino non si combatte più. I gruppi jihadisti e mercenari che si erano infiltrati in città sono accerchiati ed hanno solo la prospettiva di arrendersi o raggiungere un accordo con il governo simile a quello raggiunto dai jihadisti che erano accerchiati in un quartiere isolato di Homs e furono accompagnati alla frontiera turca con degli autobus forniti dal governo.
Il fronte si trova ormai molto a nord della città a soli 20 chilometri dalla frontiera turca (notizia del 7 febbraio). L’esercito nazionale vuole raggiungere la città frontaliera di Azaz per bloccare i continui rifornimenti di armi e mercenari stranieri che la Turchia fa affluire. Anche in altre zone della Siria, come nell’estremo sud nella provincia di Deraa, l’esercito respinge i jihadisti verso la Giordania (che prudentemente sta cambiando il suo atteggiamento ostile verso il governo siriano), mentre anche il tratto di frontiera con la Turchia nel nord della provincia di Latakia (dove venne proditoriamente abbattuto da un missile turco un aereo russo) è ormai sotto il controllo dell’esercito che blocca le infiltrazioni dei mercenari.
Di fronte a questa svolta nella guerra i nostri giornalisti, che per anni hanno ignorato la fame e la sete dei civili intrappolati ad Aleppo e taciuto sulle loro condizioni drammatiche per cui molti hanno abbandonato la città e sono finiti profughi, ora si stracciano le vesti parlando dei civili che fuggono dalle zone dei combattimenti. Facendo eco alla propaganda ed alle richieste dei due avventurieri criminali, il presidente turco Erdogan ed il suo primo ministro Davutoglu, tra i principali responsabili del massacro siriano insieme ai Sauditi e agli USA, chiedono la fine dei “bombardamenti russi”. Ma questo fervore pseudo-umanitario nasce solo dal fatto che i mercenari al servizio del neo-colonialismo e dell’imperialismo occidentale e delle monarchie oscurantiste del Golfo stanno perdendo la guerra e che la Siria, con l’aiuto della Russia, dell’Iran e degli Hezbollah libanesi, si dimostra un osso più duro del previsto. Quando i popoli resistono è vero che “l’imperialismo è una tigre di carta”.
Vincenzo Brandi

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Per una critica del radicalismo liberale

immaginesinistramurosam“Il radicalismo liberale postmoderno è l’unico e solo totalitarismo del nostro tempo storico e per legittimarsi strumentalmente come suo contrario, ossia come “religione identitaria salvifica” apportatrice di “libertà” e di “democrazia”, deve costruirsi un vero e proprio “bestiario” di eterogenei nemici ideologici, di volta in volta identificati nel nazionalismo di matrice anti-coloniale (il moderno, ma incline al recupero di elementi riconducibili a determinate specificità culturali tradizionali, soprattutto religiose, di popoli e nazioni, patriottismo solidaristico dei movimenti di liberazione antimperialisti del XX secolo), nel socialismo come teoria economica e come laborioso, difficoltoso e non privo di contraddizioni e di interessanti risvolti troppo spesso misconosciuti, processo di apprendimento finalizzato alla costruzione di moderne società postcapitalistiche, nel Tradizionalismo metafisico alla radice della cultura e dell’identità europea, nella spiritualità tradizionale cristiano-ortodossa quale vettore del patriottismo neobizantino, nell’eurasiatismo come originale “Quarta Teoria Politica” alternativa alla società liberale tecno-mercantile, al comunismo utopico e al fascismo storicamente concretizzatosi, nell’Islam (in particolar modo nello sciismo rivoluzionario, ma non solo) come fattore identitario di resistenza anti-coloniale e antimperialista (Iran, resistenza nazionale libanese, resistenza nazionale palestinese, ecc.). Inoltre, il crollo del comunismo storico novecentesco, avvenuto in Europa tra il 1989 e il 1991, ha contribuito all’innesco di un conflitto ideologico tra liberalismo totalitario contemporaneo, uscito “vittorioso” dalla pressoché cinquantennale confrontazione bipolare USA-URSS, e le varie ipotesi di Rivoluzione Conservatrice, una corrente di pensiero marginalizzata dopo il 1933 e ritornata di attualità, principalmente in Russia ma non solo, come alternativa “tradizional-socialista” sia al modello di liberalismo concretizzato sia al comunismo come utopico, messianico e apocalittico determinismo storicista di proletarizzazione sociale integrale, nonché tra Rivoluzione Conservatrice e residui, più o meno organizzati, del pensiero di sinistra novecentesco (sia nella variante veteromarxista, sia nella variante trasformistico-postmoderna).
Gli esiti di questo conflitto ideologico sono incerti (essendo il futuro imprevedibile per definizione), ma il dato imprescindibile è quello concernente il fatto che fino a quando le sinistre persevereranno nel proprio settarismo centrato sulla sacralizzazione della simulazione dicotomica destra/sinistra e privilegeranno il confronto e l’alleanza politica con i liberali e i “democratici” in chiave genericamente “anti-destra”, “anti-populista” e “antifascista” (in totale assenza di fascismo), il capitalismo americano e la globalizzazione di McMondo avranno già vinto, a causa dell’inesistenza di un coerente e praticabile progetto politico, ideologico, culturale e programmatico alternativo. La sinistra infatti non rappresenta, oggi come in passato, un campo di azione politica alternativo al capitalismo in nome della costruzione di una società socialista. Storicamente infatti, socialismo e sinistra non sono definizioni coincidenti.
(..)
napolitano-dalema-e-occhettoIl comunismo storico novecentesco dunque, levatosi miseramente dai piedi (in Europa) nel 1989, lasciò dietro di sé una scia di riciclati e convertiti al dogma liberaldemocratico anglosassone, rappresentanti, oggi, a livello continentale, l’espressione del più triste e marcescente degrado intellettuale e politico, generalmente e giornalisticamente indicato come «cultura di sinistra». Tuttavia, l’affermazione, in Europa, dopo il 1991, di una «cultura di sinistra» espressione di élite postcomuniste convertitesi al liberalismo anglosassone (adesione degli ex piccisti alla vulgata filosofica rappresentata da Hannah Arendt, Popper, Rawls, Bobbio, Habermas, allo scetticismo liberale, ecc.) o al radicalismo postmoderno (attraverso l’adozione, da parte dei gruppi sedicenti antagonisti o della stessa maggioranza del Partito della Rifondazione Comunista, dell’anarchismo postoperaistico e ultralibertario di Toni Negri) non può essere ricondotta alla categoria politica di «tradimento» (trahison des clercs) bensì più propriamente a quella filosofica di nichilismo (fine dell’hegelismo e sconfitta della filosofia, trionfo dell’ultimo uomo nicciano, ecc.), a quella politica di «opportunismo mercenario» e a quella psicologica di «mancata elaborazione del lutto» (per la fine del comunismo storico novecentesco e, soprattutto, per la supposta mancata attuazione dei propositi di «rivoluzione anarco-individualistica» e di liberalizzazione integrale dei costumi borghesi contenuti nel movimento del Sessantotto).
La sinistra odierna non si stanca di tributare sperticate lodi a quelle che definisce le «virtù del mercato globale senza frontiere e di ogni forma di affrancamento da appartenenze e identità date (comprese quelle sessuali)». La sinistra è il fattore di riproduzione, nella cultura, attraverso il Politicamente Corretto, della società liberale tecno-mercantile. La sinistra, nelle sue varianti liberaldemocratica, radicallibertaria e paleocomunista, combatte strenuamente la destra cosiddetta «reazionaria » (monarchici, clericali, fascisti) quando quest’ultima categoria politica, con i suoi apparati partitici e burocratici, è dileguata a seguito della stagione del Sessantotto, polverizzata dal travolgente incedere del capitalismo speculativo (americano), un capitalismo liberale totalmente incompatibile con ogni soggettività, fondamento storico-culturale e abitudine tradizionalista.
(…)
Il socialismo non aveva nulla a che spartire con la filosofia (e la mitologia) del progresso così come la costruzione di un impero tradizionale tellurocratico eurasiatico (il suolo prima del sangue) aveva nulla a che vedere (e anzi si situava in perfetta antitesi) con la categoria del moderno nazionalismo etnocentrico (il sangue prima del suolo) di impronta sciovinista (e inevitabilmente liberale). La democrazia liberale, a sua volta, è l’autogoverno dei ceti ricchi, proprietari, integrati, cosmopoliti e borghesi. Un regime crematistico-oligarchico che consente (e talvolta, subdolamente finanche agevola, al preciso scopo di autolegittimazione) il pluralismo delle opinioni individuali nell’ambito della chiacchiera televisiva, giornalistica e amicale ma che non tollera forme politiche organizzate di resistenza, critica incompatibile e opposizione a esso. I democratici liberali (di destra e di sinistra) definiscono infatti «comunismo», «fascismo» e «populismo» qualsivoglia proposta ideologica, culturale, politica e programmatica di alternativa pubblica alla cosiddetta democrazia di libero mercato e libero desiderio consumistico (perché, in regime di liberalismo reale, lo spazio pubblico è integralmente appaltato ai fautori della perpetuazione del sistema demoliberale vigente e le critiche non compatibili possono essere tollerate esclusivamente nel momento in cui restano confinate alla dimensione privata, individuale).
La democrazia patriottica (sia nella sua variante moderata di democrazia sovrana sul modello patrocinato da Vladimir Putin in Russia, sia nella sua variante radicale di democrazia organica tratteggiata dagli eurasiatisti quali Aleksandr Dugin) intesa come potere popolare di indirizzo politico della comunità storica di appartenenza, sia essa una comunità nazionale o nazional-statale, è un’ideologia e un processo politico decisamente difforme dalla democrazia liberale. Il potere popolare infatti ha nulla a che vedere con la democrazia liberale perché i ceti popolari, tradizionalmente orientati alla spiritualità religiosa degli avi (le Tradizioni d’Europa descritte da Alain de Benoist in un libro pubblicato da Controcorrente nel 2006), al patriottismo ancestrale, radicale e comunitario, al socialismo nazionale (peronismo) e al nazional-populismo, nonché istintivamente conservatori dal punto di vista culturale, rifiutano, come estranei alla loro forma mentis, il liberalismo e il cosmopolitismo.
(..)
putinLo Stato liberale, con la sua malcelata e falsa pretesa di “neutralità politica” rispetto alle opinioni dei propri consociati, non fa che veicolare la «perdita dei riferimenti, il materialismo pratico e il nichilismo. La religione idolatrica del mercato (monoteismo del mercato), del denaro e delle “libertà individuali” veicolata dai liberali postmoderni, stermina i popoli, favorisce il dileguare delle differenze (di nazionalità, di religione, di classe, di genere) e sostituisce alle classi sociali indistinte moltitudini biopolitiche snazionalizzate, dedite esclusivamente alle variabili attitudinali dei flussi di desiderio e dei modelli di consumo consentiti nell’ambito della subcultura del nomadismo cosmopolitico della rete internet globale (World Wide Web).
Il celebre giornalista Massimo Fini ha scritto che, nel mondo postcontemporaneo, vi sono «due totalitarismi. Da un lato quello occidentale», egemonizzato da «coloro che hanno scelto un certo modello di sviluppo e vorrebbero imporlo al mondo intero, dall’altro quello jihadista che vorrebbe imporre la sua legge a tutti». Peccato che questi due totalitarismi siano di fatto alleati nella strategia americanocentrica di smantellamento di ogni fattore di resistenza all’incedere dei processi di fine capitalistica della Storia (e di ogni tentativo di elaborazione di una filosofia alternativa all’odierno pensiero dominante liberal-progressista) e che solo il primo (fondamentalismo liberale contemporaneo, di ascendenza illuministica e anglosassone) sia riconducibile alla categoria di totalitarismo (un totalitarismo tecnomercantile, sentimentalistico e pubblicitario non repressivo, espressione della società liquido-moderna) mentre il secondo, (il jihadismo di ascendenza wahhabita) non sia che una risorsa d’intelligence, in funzione anti-europea, anti-russa, anti-cinese e anti-iraniana, dell’attuale totalitarismo neoliberale.
L’affermazione, in Europa, di una precaria quanto pervasiva e unificante cultura politica mondialista americanocentrica di questo tipo non è che la dimostrazione di quanto, nell’era del capitalismo assoluto e della relativa «impotenza della filosofia» come «invito alla trasformazione del mondo», quello di Europa sia ormai un concetto geopolitico e, soprattutto, culturale, tramontato e precipitato nell’abisso della subalternità e dell’asservimento coloniale. Il radicalismo liberale postmoderno unifica “destra” e “sinistra” in nome dell’antropologia della fine capitalistica della Storia. Esso è la cultura politica funzionale all’affermazione dell’“Idea di America” e alla negazione dell’“Idea di Europa” e dell’“Idea di Eurasia”.”

Dalle considerazioni conclusive in L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale, di Paolo Borgognone, Zambon editore, 2016, pp. 1015-1024.

Paolo Borgognone, nato nel 1981 in provincia di Cuneo, membro del comitato scientifico del CIVG, è autore di diversi saggi, tra cui una trilogia sul tema della “disinformazione strategica” ed il controverso e discusso Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche.

Il messaggio oscuro del nuovo Guerre Stellari: i super-ricchi contro tutti gli altri

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‘Guerre Stellari’ è una semplice storia del bene contro il male, la luce contro le tenebre, e la libertà contro la tirannia. In altre parole, è la storia della lotta dell’America per preservare la democrazia e la civiltà in un mondo afflitto dal male e dai ‘malfattori’.

Film e propaganda politica hanno a lungo camminato mano nella mano. Infatti, se mai un medium era adatto alla propaganda è il medium del cinema. E se mai ad un’industria potrebbe essere attribuita la creazione di una realtà alternativa in modo così pervasivo da riuscire a convincere generazioni di Americani e di altri in tutto il mondo che l’alto è basso, il nero è bianco e la sinistra è destra, quella industria è Hollywood.
George Lucas, il creatore della saga di Guerre Stellari, che, includendo questa ultima puntata, ha sfornato sette film da quando l’originale è apparso nel 1977, è (insieme a Steven Spielberg) un figlio della reazione alla contro-cultura americana degli anni Sessanta e Settanta.
Sebbene siano entrambe frutto degli anni Sessanta – un decennio in cui la cultura e le arti, in particolare il cinema, sono state nella prima linea di resistenza al complesso militare-industriale degli Stati Uniti – Lucas e Spielberg sono giunti alla ribalta a metà degli anni ’70 con film i quali piuttosto che mettere in discussione il ceto dirigente, invece abbracciavano il suo ruolo sia come protettore del popolo americano che come arbitro della morale della nazione. Continua a leggere

Ascoltatori italiani buonasera!

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di Simona Tobia,
Libraccio Editore, 2014, pp. 216

Per quindici anni, a cavallo tra seconda guerra mondiale e Guerra Fredda, la Voce dell’America portò nelle case degli Italiani una versione della ‘verità’ confezionata dai propagandisti di Washington. Con un budget di svariati milioni di dollari, negli anni Cinquanta l’emittente arrivò a trasmettere in 45 lingue in tutto il mondo, e l’Italia fu da subito in cima alla lista dei Paesi nel mirino della diplomazia culturale delle amministrazioni Truman e Eisenhower.
Questo libro prende in esame tutto ciò che avveniva a microfoni spenti, dai legami tra intelligence, politiche governative statunitensi e radio italiana, fino ai network creati per conquistare i cuori e le menti degli ascoltatori della RAI. Una stretta collaborazione, che si realizzò nonostante la fiera resistenza di alcuni suoi dirigenti, permise alla RAI di trasmettere regolarmente programmi prodotti a New York e Washington dalle agenzie governative americane, e di lanciare quello che presto sarebbe diventato uno dei personaggi più importanti del broadcasting italiano: Mike Bongiorno.

[Dello stesso autore: Advertising America]

Per l’avvio di un programma di ricerca collettiva

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L’élite mondialista è terrorista e “demoniaca”. Come e perché?

Juan Alberto Guerrero Della Malta, alias Emanuele Montagna, membro fondatore di Faremondo lancia una proposta minima per una comunità di ricerca, rivolta a coloro che hanno condiviso interesse verso le recenti iniziative pubbliche realizzate a Bologna.
I contenuti di questa proposta saranno sviluppati anche qui.

Premessa
Dopo i recenti fatti parigini credo non ci sia più bisogno di portare ulteriori argomenti a sostegno delle idee intorno alla natura criminale e “demoniaca” dell’élite mondialista che domina l’attuale Occidente e un pianeta ormai quasi completamente intossicato dai suoi nefasti maneggi.
Se ad un discreto numero di “attivisti” e “uomini di scienza” le innumerevoli, probanti conferme che al riguardo si sono accumulate dall’11 settembre ad oggi non sono ancora bastate a far sorgere una chiara consapevolezza di questa cosa, vuol dire, con tutta probabilità, che nelle loro teste operano alcuni potenti “sbarramenti” psicologici ed ideologici aventi quanto meno un’intima valenza omeostatica. Se è così, con queste persone non c’è niente da fare, almeno in questa fase: l’opera di una loro paziente “rieducazione” dovrà purtroppo aspettare tempi migliori.
Con questo scritto non intendo quindi rivolgermi a questo genere di persone. Mi rivolgo invece a quanti, a partire da una certa consapevolezza di base della natura specifica dell’élite mondialista, sono disposti a farsi ulteriori e più appropriate domande. Continua a leggere

Propaganda e tensione

Quale migliore finzione di quella in cui il perpetratore si presenta come protettore delle sue vittime e custode della loro sicurezza?

“Se facciamo astrazione per un momento dalla canea mediatica che subito ha accompagnato, in diretta persino, i più recenti avvenimenti di Parigi, è possibile delineare delle caratteristiche comuni tra quanto è successo sabato [14 novembre u.s. – n.d.r.] nella capitale francese e tutti gli altri eventi di consimile natura. Gli stessi fatti parigini dello scorso gennaio rientrano in questo quadro.
D’altro canto, la pronta mobilitazione della macchina della propaganda occidentale, col suo monopolio dell’informazione e della comunicazione, si è rivelata per l’ennesima volta una parte integrante indispensabile della nuova operazione ai danni della popolazione civile e della opinione pubblica internazionale. Vomitando su tutti noi il loro letame mediatico, i Network dell’Occidente si sono comportati come un rullo compressore che ha diffuso un’unica versione di comodo dei fatti, additando nell’Islam radicale il responsabile degli accadimenti. E lo hanno fatto con un preciso scopo in mente e con l’intenzione di raggiungere una pluralità di fini determinati. Fra poco li vedremo.
D’altra parte, se una volta il personale dei servizi che a frotte lavorava in queste agenzie (TV, giornali, carta stampata in genere, Atenei, ecc.) si meritava l’appellativo di “prostituta intellettuale” (testuale John Swinton), oggi il suo status si è addirittura inasprito e questi soggetti sono ormai diventati dei veri e propri agenti in doppiopetto propensi a delinquere e facilitatori del terrorismo di Stato. Non solo. La macchina della propaganda che servono e di cui sono esponenti è divenuta ormai parte attiva in causa nella fabbricazione delle guerre e svolge un ruolo di primo piano nella loro promozione. In una ipotetica società governata dalla giustizia, i suoi funzionari dovrebbero essere trascinati in tribunale per rendere conto delle loro attività. La realtà, diceva Borges, è sempre anacronistica, e possiamo dunque di sicuro aspettarci un’escalation di simili eventi anche in altre parti del Vecchio Continente, del resto già preannunciati e debitamente amplificati poi dai cosiddetti social media e dai Megamedia tradizionali. D’altro canto, è anche logico che conoscano in anticipo le cose, visto che i perpetratori si trovano all’interno dei loro ranghi e loro stessi ne sono il braccio propagandistico.”

La natura occidentale del terrorismo. La realtà dietro gli schermi di fumo dei media, di Franco Soldani continua qui.

C’è donna e donna

550046_514038708642269_138765216_n“Ma quanto sono ridicoli questi “media” occidentali?
In Siria le donne votano dal 1949 e, dall’anno successivo, possono essere elette. Il vice presidente attuale è una donna. E tutti, all’unisono tranne rare eccezioni, da quattro anni attaccano il governo siriano ed appoggiano i “ribelli”.
In Iraq, fino al 2003, c’erano donne ad ogni livello di responsabilità: persino scienziate, che qui si misero ad etichettare come “lady antrace” e “dottoressa germe”.
In Francia c’è una donna a capo del Front National che tutti i “media” occidentali demonizzano manco fosse Belzebù. E stasera festeggeranno quando il “tremendo pericolo” sarà sventato grazie all’ammucchiata “antifascista” e panciafichista di tutti gli altri partiti (guidati da uomini: le “quote rosa” non contano più?).
Ma che saranno queste quisquilie: gioiamo per le donne saudite che votano (e sono votate) alle comunali!
Non oso pensare con quali grida di giubilo verrà annunciata la concessione della patente di guida. Cortei di auto in festa – ovviamente guidate da donne – saluteranno, da Parigi a New York, i nuovi “pericoli costanti” circolanti per le strade di Mecca e Medina.
Ora, tutta quest’insistenza sulle suffragette saudite (afghane ecc.) e le donne al volante, tutto fumo e poco arrosto, cela malamente il fatto che, come che vada, “loro” saranno sempre considerati un passo “indietro” rispetto a “noi”.
Per la massa beota, infatti, le donna siriana e quella saudita pari sono. Sono tutte “arabe”, e perciò “oppresse” (per colpa di una religione “retrograda”).
La cosa tragica (e non tragicomica perché qui non c’è nulla da ridere) è che gli occidentali (e cioè l’America col suo codazzo) hanno dichiarato guerra alla Siria, e non all’Arabia Saudita. I motivi sono arcinoti, quindi non è il caso di ricordarli qui.
Se, un giorno, in Arabia dovessero sbarazzarsi di questa monarchia e del relativo clan al potere per metter su una qualche altra formazione statuale non incline a legarsi mani e piedi alle sorti dell’Occidente, c’è da stare sicuri che quand’anche le donne uscissero dall’attuale condizione “deprecabile” secondo i parametri occidentali l’Occidente stesso, coi suoi apparati di manipolazione mediatica e culturale, presenterebbe questa nuova realtà come il solito “male assoluto” da cancellare dalla faccia della terra.
Bisogna pertanto ficcarsi bene in testa il seguente assioma: che l’Occidente non prende di mira questo o quello Stato perché non rispetta i “diritti umani” eccetera, ma addita come nemico e concentrato d’ogni nefandezza solo chi non gli si sottomette collaborando su tutta la linea.
Tutto il resto, comprese le donne felici di “scegliere” se farsi fregare da questo o quel “rappresentante del popolo”, è puro spettacolo ed argomento per i cosiddetti “dibattiti” che tanto appassionano il pubblico che li segue. Un pubblico che s’è addirittura dimenticato che qui avevamo un governo, sostituito con un golpe politico-finanziario e sostituito con ben tre altri esecutivi mai eletti.”

Da Esultate: le donne saudite al voto! E noi, invece, non si vota più?, di Enrico Galoppini.