Lo spirito del tempo o l’islamofobia radicale

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Il presente articolo è apparso in rete il 12 Settembre 2012.

La grande questione del XXIesimo secolo è e sarà quella dell’islamofobia. L’islamofobia è il vero male del nostro secolo, a immagine di quello che fu l’antisemitismo nel secolo passato. Se l’odio ha cambiato bersaglio, esso non ha però cambiato il suo metodo. La ‘bestia infame’ è sempre là e si aggira attorno alla sua preda con lo stesso appetito predatorio. I lupi sono entrati a Parigi, a Washington, a Londra e a Gerusalemme. Oggi sono i Musulmani i principali capri espiatori dell’odio ordinario dei popoli occidentali e delle loro élites, e rischiano di pagare un prezzo molto alto per la scarsa importanza che noi, cittadini dei Lumi e bambini viziati della democrazia, diamo ai loro poco invidiabili destini.
L’Occidente, una volta gettato il cadavere del comunismo nei bassifondi della storia, ha saputo fare dell’Islam il male assoluto, il nemico da combattere, il nuovo totalitarismo che minaccerebbe le nostre libertà, le nostre terre, le nostre identità. Mezzo astuto per deviare la rabbia legittima dei popoli occidentali contro le predazioni ripetute delle loro élites che, per arricchirsi oltre misura, non hanno trovato migliore soluzione che quella di spostare i posti di lavoro dei loro concittadini in lontane contrade, dopo aver aperto le porte dell’immigrazione economica per far pressione sui salari dei loro lavoratori. Di fronte al fallimento di un sistema liberale dominato dalla finanza e dal profitto, bisognava brandire una minaccia che potesse canalizzare tutti i vecchi risentimenti del popolo, frutto di successivi fallimenti delle nostre società capitaliste.
L’islamofobia ha i suoi teorici rispettati e riconosciuti all’interno della ristretta cerchia delle nostre élites atlantiste: un esempio è Samuel Huntington con il suo “scontro delle civiltà” che è, in qualche modo, un invito alla guerra eterna, un breviario dell’odio dell’altro in nome degli interessi geostrategici di un pugno di Occidentali; oppure una Bat Ye’or con il suo concetto di “Eurabia” (“Eurabia : l’asse euro-arabo), che vorrebbe estendere all’Europa il modello di apartheid e di discriminazione già in opera in Israele al fine di resistere all’invasione dei nuovi ‘barbari’.
Le nostre élites islamofobe non hanno solo i loro teorici, esse hanno anche i loro guerrieri, che sono andati a portare la guerra in terre musulmane per mettere in pratica le loro ripugnanti teorie. Occorreva dare sostanza alla loro paranoia, dar prestigio alla loro volontà di nuocere e praticare la fisica del crimine dopo aver esaurito tutte le risorse della metafisica della paura. I loro signori della guerra sono ritornati dalla loro crociata afghana, irachena, libica, gonfi d’eroismo sanguinario, dopo aver massacrato innocenti, torturato bambini che difendevano i loro villaggi con una pietra o con un pezzo di legno, dopo aver devastato le campagne e le città con armi proibite dalle convenzioni internazionali, dopo essersi impadroniti delle ricchezze dei Paesi aggrediti; sono tornati, dunque, proclamando senza vergogna: “Essi ci detestano”, “essi ci odiano”, “essi ci maledicono”. Hanno osato giustificare le loro guerre con questo presunto odio che i popoli lontani nutrirebbero nei nostri confronti, facendo finta d’ignorare che quest’odio, quando c’è, non è che la conseguenza diretta delle guerre che noi stiamo conducendo contro questi popoli inermi in nome della democrazia. [i].
L’insieme degli intellettuali atlantisti [ii], in altre parole, quelli che ascoltiamo nei media occidentali, condividono, in modo più o meno virulento, con maggiori o minori sfumature, i presupposti islamofobi e guerrafondai di queste ‘teorie del complotto islamista’. Chi non segue alla lettera la dottrina atlantista e non partecipa al linciaggio intellettuale e mediatico dei Musulmani va subito a finire nella categoria dei sospetti di antisemitismo.
Per una sorta di tragica ironia della storia, il presunto antisemitismo degli uni è diventato l’alibi della provata islamofobia degli altri: è così che, per nascondere la loro islamofobia radicale, taluni intellettuali atlantisti fanno la loro denuncia del diffuso antisemitismo, sottolineando con sgomento il pericoloso aumento dell’antisemitismo nelle nostre società, ancora abitate dai demoni del passato. Non importa se i fatti e i numeri invalidano questi discorsi e che l’antisemitismo, sebbene non ancora scomparso, come del resto il razzismo o il sessismo, sia oggi marginalmente diffuso nelle nostre società (ovviamente non per le persone che lo subiscono). Non importa che l’antisemitismo sia l’alleato naturale del sionismo che ha bisogno del suo contrario per esistere e per giustificarsi; ciò che importa è nascondere l’islamofobia sotto le generose parole di chi vuole combattere l’antisemitismo. Si può in questo modo anche conquistare facilmente un merito a livello mediatico e sperare di entrare nella gerarchia atlantista.
Gli islamofobi radicali vanno ben oltre: essi sono all’eterna ricerca di teste da tagliare, e come il Padre Duchène o l’Amico del Popolo che, sotto il Terrore, chiedevano sempre più sangue per epurare il corpo politico dei suoi prodotti indesiderati, essi denunciano come antisemiti (con l’immenso coraggio di chi rischia solo l’approvazione dei suoi padroni) tutti coloro che prendono la difesa dei Musulmani o non sono abbastanza aggressivi nei loro confronti, o ancora chiunque osi esprimere una critica nei confronti dell’Occidente senza associarla a un’altra sugli usi riprovevoli dell’Islam [iii]. Ogni critica dell’Occidente vien fatta passare, dunque, per un difetto d’islamofobia, e, di conseguenza, per un atto antisemita. In generale, chi ha domande sul mondo che lo circonda diventa sospetto e viene immediatamente messo all’indice dal pensiero dominante. Ѐ ora chiaro che gli atlantisti accusano i loro avversari di antisemitismo per evitare di essere accusati di essere loro stessi islamofobi radicali.
10921663_10205012690850426_572502403_nPer raggiungere i loro fini, essi usano una serie di metodi degni dei processi di Mosca: fraintendimento, confusione, retorica dell’esclusione, accuse allo specchio, ecc. Nulla li ferma, pur di stanare l’antiatlantista, farlo uscire dall’ombra e sbatterlo in pubblica piazza per educare i popoli. E la cosa più sorprendente è che ci riescono, nonostante la povertà del loro ragionamento e l’odio radicale che li anima. Le vittime della loro vendetta sono in ritirata, restano sulla difensiva e passano il tempo a cercare di dimostrare di possedere un briciolo di umanità. Esse non possono né osano replicare.
Ora, l’imperativo è reagire, per essere fedeli ai principi dell’Illuminismo, per essere buoni allievi del dovere di memoria e infine, per mantenere il rispetto di se stessi. Non bisogna chinare il capo di fronte agli islamofobi radicali che ci accusano di essere antisemiti perché sono a corto di argomenti razionali. Bisogna combattere con vigore i loro metodi inquisitori, in nome dei valori dell’Illuminismo, che sono loro a mettere in pericolo. Occorre smantellare sistematicamente la loro paranoia delirante, che vede complotti e odio antisemita dappertutto, con il fine di evitare di affrontare la loro propria islamofobia.
Così, in nome dell’islamofobia, tutto sembra oggi permesso nei confronti dei Musulmani da parte dei media atlantisti: eccessi verbali, insulti diretti o indiretti, stigmatizzazioni di ogni tipo, disprezzo e caricature oltraggiose, derisioni paternalistiche. «Tutti terroristi», «tutti delinquenti», «tutti antisemiti»; «delinquenti potenziali terroristi»; «profittatori del sistema»; «parassiti»: questi sono alcuni dei messaggi che gli islamofobi ci propinano quotidianamente nei nostri media. Fino alla famosa affermazione che «il popolo palestinese non esiste», condensato di tutto ciò che può essere inteso come un modo di negare il diritto all’esistenza di un popolo per autorizzarne l’annientamento a fuoco lento, come è in Slow Motion Holocaust. Dopo di che non ci si meraviglierà più della morte di un musulmano sotto le bombe occidentali: essa sarà considerata solo un danno collaterale, un dettaglio senza importanza della gloriosa storia dell’Occidente, baluardo della civiltà di fronte al nulla dell’’altro.

“L’Islam non poteva nascere che in uno stupido deserto, fra sporchi beduini che non avevano altro da fare che – perdonatemi – incularsi i loro cammelli.” Plateforme, Michel Houellebecq, ed. Flammarion, 2001, p. 261

Non importa che i principali crimini di massa nel mondo, dalla caduta del muro di Berlino, siano opera degli Occidentali. Non importa che il terrorismo sia il risultato di una manipolazione sordida realizzata dagli Occidentali e dai loro alleati wahabiti (come si è visto per l’11 Settembre negli Stati Uniti e poi in Libia e in Siria). Quello che conta è affermare con convinzione la propria islamofobia, mascherandola sotto i panni della laicità, dell’umanesimo, del femminismo, della lotta contro gli estremismi, dello stesso Illuminismo, dal momento che non ci sono più contraddizioni o smentite.
Siamo scesi così in basso nell’abisso dell’irrazionalità che, per una strana logica, non c’è più bisogno di provare un complotto o un attentato che coinvolga i Musulmani; qualche sospetto è sufficiente per stilare la lista dei colpevoli e fare della convinzione degli accusatori la verità ufficiale, che non può essere contraddetta senza rischio di subire la condanna dei contemporanei. Se dei Musulmani hanno partecipato a un attentato, di sicuro ne sono i responsabili e i fatti sono incontestabili. Al contrario, è impossibile provare un complotto se è opera degli Occidentali; ogni prova, ogni documentazione, ogni fondato sospetto non è mai abbastanza per i sostenitori dell’innocenza fondamentale degli uomini bianchi; c’è sempre bisogno d’altro.
Così, interrogarsi sull’11 Settembre e il coinvolgimento degli Occidentali nella sua realizzazione è rifiutare la demonizzazione sistematica e immediata dei Musulmani e respingere la teoria ufficiale del complotto, che è, in qualche modo, una teoria del capro espiatorio che si fonda sul dogma dello scontro di civiltà. La teoria ufficiale del complotto sull’11 Settembre è, infatti, una teoria razzista e fondamentalista che vuole addossare agli ‘altri’ i crimini contemporanei, senza prove, senza un esame critico, e allontanare da sé ogni crimine o senso di colpa, a priori, senz’alcuna elaborazione intellettuale.

“Siamo in un momento terribile. Il milieu intellettuale parigino è in una deriva parareligiosa, in uno stato di islamofobia latente. Si tratta di una forma di impeto identitario, un’angoscia da de-occidentalizzazione del mondo, una rottura fra il clan dei dominatori e il mondo multipolare. Questa dottrina occidentale, che vuole che l’Occidente sia ricco e dominatore per l’eternità, mi inquieta”. Emmanuel Todd – El Watan, 3 novembre 2008

Questa logica del ‘Musulmano colpevole per natura’ solo perché Musulmano è alla base dell’istituzionalizzazione della tortura da parte degli Stati Uniti, che possono così sottoporre a trattamenti disumani migliaia di persone nel mondo (Guantanamo non è che uno dei campi di tortura gestiti dall’amministrazione statunitense) sulla base di un semplice sospetto di ‘terrorismo’, sospetto che non può essere oggetto di nessun controllo giudiziario. La colpevolezza di un Musulmano non ha bisogno di essere provata, essa si deduce dal suo stesso essere. Si tratta di una forma di essenzialismo, che è esso stesso una forma radicale di razzismo.
Le democrazie occidentali, in particolare gli Stati Uniti, che si definiscono come Stati di diritto, hanno gradualmente creato, in nome della lotta al terrorismo islamico, delle zone di non-diritto, delle no man’s land giuridiche, destinate a rigettare fuori del loro spazio legale i ‘terroristi’, i ‘nuovi barbari’, gli ‘altri’, essenzialmente i Musulmani, per sottometterli a regimi d’eccezione, dove le condanne senza prove, la tortura, le umiliazioni di ogni tipo sono ammesse e incoraggiate [iv]. Il confinare gruppi umani in uno spazio para-legale, nel seno stesso delle società democratiche o in luoghi che sono sotto la loro sovranità, è la traduzione politica e amministrativa di un essenzialismo la cui spinta principale è la paura frenetica dell’altro.

“Gli individui incarcerati a Guantanamo – non essendo né prigionieri né accusati, ma semplici detenuti – si trovano dunque sotto il giogo di un’autorità senza legge. Siccome la loro detenzione è completamente al di fuori della legge e di ogni autorità giuridica, essa è illimitata nel tempo e di natura indeterminata. L’unica cosa che possiamo paragonare a questo fenomeno è la situazione degli ebrei nei campi nazisti che, oltre alla loro cittadinanza, avevano perduto ogni status legale, a parte la conservazione della loro identità di ebrei” [v]. Giorgio Agamben, Sovereign Power and Bare Life, Stanford University Press, 1998

Questo essenzialismo lo ritroviamo, per fare un esempio mediatico, nelle vignette su Maometto, pubblicate in Francia dal giornale Charlie Hebdo nel febbraio del 2006. Nel contesto attuale di stigmatizzazione dei Musulmani, queste vignette equivalgono a quelle degli Ebrei degli anni ’30 della stampa antisemita. Ed è in nome della libertà d’espressione che ci viene fatta tollerare questa stampa scandalistica, i cui dirigenti sono partigiani dichiarati dell’atlantismo e dello scontro di civiltà [vi]. Bell’esempio di trasmutazione di valori.

(a): “C’è qualcosa, negli uomini arabi, che disgusta le donne di buon gusto”; “I Musulmani si moltiplicano come topi”; “Invece di contribuire al progresso dell’umanità, [i figli di Allah] passano il loro tempo col culo all’aria per pregare cinque volte al giorno”, Oriana Fallaci, La Rage et l’Orgueil, Plon, 2002. (b): “Fallaci ha ragione, anche se con certe frasi può scioccare”, Pierre-André Taguieff, Actualité juive, 20 giugno 2002. (c): “Oriana Fallaci ha il merito distintivo di non farsi intimidire dalle menzogne virtuose. Lei entra nel problema e si sforza di guardare in faccia la realtà”, Alain Finkielkraut, Le Point, 24 maggio 2003

L’islamofobia radicale avanza gradualmente su tutte le altre forme di odio. Questa è la nuova peste del secolo, la nuova passione sociale di un’umanità occidentale all’inseguimento del disprezzo degli altri nel tentativo di comprendere il suo. Osserviamo che tutte le estreme destre europee si vanno pian piano allineando all’islamofobia radicale abbandonando il loro antisemitismo tradizionale (di ciò gli possiamo rendere omaggio) e prendendo a modello il sionismo. Perché l’estrema destra vede nel sionismo tutti gli elementi della sua filosofia: rifiuto dell’altro, discriminazione razziale, nazionalismo, apartheid. Ѐ così che si può comprendere il gesto folle di Breivik in Norvegia: è, in parte, in nome del sionismo, che ha commesso il suo atto atroce, se ci si riferisce al manifesto scritto da lui stesso. Le sue vittime erano giovani militanti che preparavano atti di boicottaggio di Israele per denunciare la sorte riservata ai Palestinesi. L’assassino era un islamofobo radicale, lettore e ammiratore di Samuel Huntington e di Bat Ye’or. Dire questo significa esporsi all’accusa di antisemitismo, anche se si è ebrei.

*

images-1-150x150Questa diffusa islamofobia è radicale nel senso che permette di legittimare, su scala globale, da parte degli Occidentali, la violenza più estrema (guerre, torture, danni collaterali, terrorismo di Stato) contro popolazioni musulmane che sono presentate come colpevoli dei crimini che subiscono. Torturare un Musulmano è considerato come un atto per cercare la verità e non come un atto barbaro, crudele e disumano. In un certo senso, l’islamofobia radicale implica l’uccisione dell’‘altro, il Musulmano, in nome della buona coscienza, a prova di bomba, dell’uomo bianco occidentale.
L’islamofobia radicale è anche un’ideologia totalitaria perché aspira a dare una comprensione del mondo unica e totalizzante, un punto di vista universale attraverso il quale tutto dovrebbe avere una spiegazione semplice, logica, definitiva, e che attribuisce sistematicamente ragione agli Occidentali e ai loro crimini. Essa riguarda ogni Musulmano, qui o altrove, e viene diffusa attraverso tutti i mezzi mediatici che riflettono e plasmano la rappresentazione del mondo degli Occidentali (negli scritti degli intellettuali di ogni tendenza, i film o le serie televisive).
Questa ideologia totalitaria è, infine, uno strumento della geopolitica della paura sviluppata da parte delle élites occidentali allo scopo di continuare le loro rapine (coloniali) come in passato. Essa costruisce un nemico immaginario (il musulmano cattivo che vuole uccidere il bianco gentile) al quale, a forza di desiderarlo, dà corpo e sostanza e, con questo spaventapasseri, ottiene, con la paura e con il terrore, il consenso (volontario o tacito) delle sue popolazioni alle sue avventure belliche capitaliste.
L’apparente paradosso dell’islamofobia radicale è che i suoi promotori si alleano volentieri con l’Islam, anch’esso radicale, d’ispirazione wahabita-salafita, per attuare lo scontro di civiltà. Ciò è parte di un falso paradosso e di un’ambiguità adatta a servire gli interessi geopolitici degli Occidentali e dei Wahabiti.
Da parte dell’Occidente, si sviluppa il male che si finge di combattere per dargli una realtà che altrimenti non avrebbe mai avuto. Infatti, senza l’appoggio dell’Occidente al terrorismo islamico wahabita dell’Arabia Saudita e del Qatar (in Afghanistan, Serbia, Cecenia, Libia, Siria o durante l’11 Settembre, ecc), questo terrorismo sarebbe rimasto limitato e non avrebbe mai potuto avere quella portata internazionale che oggi ha. Senza questo terrorismo islamico globalizzato, le guerre di conquista dell’Occidente, sotto copertura di lotta al terrorismo, non avrebbero mai potuto trovare così facilmente i pretesti necessari per colpire in tutte le direzioni. Da parte dei salafiti, l’islamofobia occidentale giustifica la mobilitazione dell’Islam radicale contro l’Occidente assassino di Musulmani e inganna le popolazioni musulmane (soprattutto sunnite), oppresse da dirigenti decadenti che se la spassano facendo i loro acquisti a Parigi, Londra o New York.

*

Ci vorrà un sacco di coraggio per i cittadini di ogni orizzonte religioso o politico per difendere i Musulmani, dopo tutti i cumuli di odio e di calunnie che sono stati riversati su di loro. Ce ne vorrà molto anche per restare fedeli ai valori dell’Illuminismo, che fanno di tutti gli esseri umani dei simili, degli uguali, dei fratelli umani.
Nessun popolo merita critiche eccessive, come nessun popolo merita lodi esagerate. Né odio né buonismo, ma semplicemente prendere ‘l’altro’ per quello che è: una parte di noi stessi, né migliore né peggiore, solo lo specchio della nostra umanità.
Oggi la disumanità che abita l’Occidente attacca i Musulmani, come ieri attaccava gli Ebrei. Ѐ questo che dobbiamo avere il coraggio di dire e di denunciare. Perché denunciare i potenti non è un atto di delazione ma di civiltà. Perché cessi quest’infamia dei tempi presenti e perché lo spirito luminoso riprenda il sopravvento sul sole nero dell’Occidente; perché non si arrivi a un giorno in cui sarà proibito e considerato criminale tendere la mano a un Musulmano.
Guillaume de Rouville

[Fonte – traduzione a cura di M. Guidoni]

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[i] “La haine de l’Occident”, Jean Ziegler, Albin Michel, 2008
[ii] Per il mondo francofono, e senza pretendere di essere esaustivi, si possono citare le personalità e i principali gruppi d’influenza che sostengono l’atlantismo/neoconservatorismo e che esprimono idee islamofobe, il più delle volte nell’ambito di discorsi universitari, geopolitici, sociologici, antropologi, ecc.; Alain Finkielkraut, André Glucksmann, Bernard Kouchner, Bernard-Henri Lévy, Alexandre Adler, Caroline Fourest, Frédéric Encel, Philippe Val, Francois Heisbourg, Mohamed Sifaoui, Jean-Claude Casanova, Pierre Rosanvallon, Alain Minc, Jean Daniel, Pierre-André Taguieff; la rivista Commentaire, la Fondazione Saint Simon (sciolta nel 1999), il Cercle de l’Oratoire, l’Institut Turgot, l’Atlantis Institute, le riviste Le Meilleur des Mondes, La Règle du Jeu, ecc.
[iii] Due esempi impressionanti: (i) il licenziamento di Richard Labévière de RFI nel 2008 a causa delle sue posizioni troppo critiche nei confronti di Israele; (ii) il libro di Stéphane Hessel “Indignez-vous” che è costato a quest’ultimo un trattamento da antisemita per aver detto nella sua opera che Gaza era la più grande prigione a cielo aperto del mondo
[iv] Su questo argomento, per il mondo anglo-sassone, vedere il libro di Sherene Razack, “La chasse aux Musulmans”, Futur Proche, 2011
[v] Citazione ripresa da “La chasse aux Musulmans”, op. cit., pag. 39
[vi] “Les intellectuels faussaires”, Pascal Boniface, Éditions Gawsewitch, 2011

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4 thoughts on “Lo spirito del tempo o l’islamofobia radicale

  1. Queste “masse”, come al solito, aizzate da degli sprovveduti, non fanno altro che aggiungere danno al danno. Vogliamo seriamente pensare che questi manifestanti col Corano in mano, brandito come il Libretto rosso di Mao, siano tutti davvero dei “devoti”, degli esseri umani dedicati alla causa della religione, che non è essenzialmente quella di trasformarla in uno strumento per la bassa polemica politica?
    Questi manifestanti sono infatti in maggioranza militanti e simpatizzanti dei vari “partiti islamisti”, non semplicemente dei “musulmani”. D’accordo, l’Islam include anche il “politico”, ma non è solo quello!
    L’esempio del Profeta dell’Islam valga poi per tutti: alle offese non ha reagito con la reazione che i provocatori incoraggiavano e auspicavano. Invece questi “islamici” (nel senso di esponenti dell'”Islam politico”) cascano sempre nella trappola. Tutti con le bave alla bocca e sbattuti nei tg dei “media internazionali” a riprova della loro “ferocia”.
    Pensano poi che l’Islam e il Profeta dell’Islam debbano essere difesi arrabbiandosi, strabuzzando gli occhi fuori dalle orbite, incendiando la prima cosa che capita a tiro e minacciando di sgozzare “gli infedeli”?
    Pensano di guadagnare qualcuno alla “causa”?
    Non capiscono assolutamente nulla, anche se la maggioranza è in buona fede, e fatevelo dire da uno che conosce bene quello di cui parla. Tra l’altro, chi riduce l’Islam alla mera “politica” appoggia indefettibilmente la cosiddetta “rivolta siriana”, il che è tutto dire.
    Mi permetto infine di segnalare questo:
    http://www.ildiscrimine.com/diritti-delluomo-negli-insegnamenti-dellislam/

  2. ci sono state anche manifestazioni pacifiche e composte, a cominciare da quella -massicciamente partecipata- in Cecenia, dove gli esponenti politici hanno ben chiaro quali siano gli obiettivi di chi fomenta la “scontro di civiltà”

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