Afghanistan: le manfrine di Frattini, La Russa & soci

Il “Freccia“ è il 5° blindato, in questo caso di produzione FIAT Iveco-Oto Melara, utilizzato dal “nostro“ contingente in Afghanistan ed il 3° progettato ed uscito dalle catene di montaggio nazionali per dotare i militari “tricolori“ di “un mezzo idoneo ad affrontare le minacce di formazioni ostili in Paesi in cui si imponga la necessità di operazioni di polizia internazionale per ristabilire l’ordine e sicurezza“ (dichiarazione di La Russa Ignazio). Insomma, peace-keeping e peace-enforcing sotto l’egida dell’ONU ed occasione utile per soddisfare al tempo stesso le esigenze dell’ Esercito Italiano (E.I.) per dotare i suoi reparti di un numero adeguato di VBL/VCM/VCE/IFV che soddisfi l’esigenza di dotazioni della Forza Armata.
Un esigenza che coincide con l’acquisto da parte del Ministero della Difesa di un numero di blindati tale da generare, in ogni caso, un lauto profitto alle società costruttrici che si accollano, bontà loro, i costi di progetto, produzione, modifica, manutenzione a tempo e le scorte ricambi all’ E.I..
La conseguenza più immediata di una tale procedura è il volatilizzarsi del rischio di impresa e l’acquisizione da parte dell’E.I. di quantità “regolarmente eccedenti di esemplari prodotti, rispetto alle necessità operative“ essendo ben noti i benefici economici che ricava il personale di alto grado della Forza Armata, Marina ed Aviazione comprese, alla quiescenza, dall’’inserimento a livello dirigenziale nell’industria militare pubblica e privata.
Lobbies che opacizzano, nel migliore dei casi, i bilanci di settore ed inquinano, ormai a partire dagli anni Settanta, le destinazioni di spesa di Via XX Settembre.
Il “Freccia“ pesa in ordine di combattimento 26+2 tonnellate, ha un cannone a tiro rapido da 25 mm KBA, una mitragliatrice MG-42 da 7,62 mm ed una trasmissione su quattro assi. L’arma più temibile nelle mani di un coraggiosissimo ed eternamente appiedato straccione pashtun è un RPG-7 che a 150 metri perde i tre quarti della sua precisione di tiro od un AK-47 che a 130 mt la dimezza.
Nella versione controcarro il “Freccia” aggiungerà, grazie al professore, una dotazione di missili antitank “made in Israel“ Spike con un raggio d’azione dai 4 ai 6 km.
Trasporta un equipaggio composto da 3 addetti ed una squadra di 7/8 uomini armati nel vano “protetto“. Vedremo successivamente perché abbiamo usato le virgolette. Ad oggi a Herat ne sono arrivate complessivamente 21 unità in versione “combat“ che arriveranno a 36 entro il 2012 (altro che fine guerra nel 2011 come annunciato dal premio Nobel per la pace!), compresi 6 “Freccia“ con funzioni “Porta Mortaio” e “Porta Feriti”.
Superfluo aggiungere che né i C-130J né tantomeno gli Spartan C-27J in dotazione alla 42° Brigata dell’Aeronautica Militare sono in grado di far arrivare per via aerea al PRT-11 i nuovi VBM.
Intanto, all’aeroporto di Pisa crescerà la militarizzazione delle aree a verde che recintano il corpo centrale della pista di volo. Il portavoce ufficiale maggiore Giorgio Mattia ha dichiarato il 2 Agosto scorso che entro il 2013 l’aeroporto di Pisa diventerà “hub nazionale“ e potrà accogliere e movimentare 30.000 militari al mese (!).
Il comandante generale Stefano Fort, dal canto suo, ha precisato che il progetto sarà portato a completamento per essere lo scalo Dall’Oro servito egregiamente già dai quadriturbina da trasporto C-130J e di godere di ottimi collegamenti autostradali e ferroviari per la movimentazione di materiale militare. In linea d’aria a meno di 3,5 km, la base USA di Camp Darby ha dato il via all’ulteriore costruzione di edifici militari ed aree di sosta per mezzi corazzati di 80.000 mq.
Alle 30.000 tonnellate di esplosivi ad alto potenziale immagazzinati in sotterranei di cemento ed alla logistica per un’intera brigata Stryker, dai carri da battaglia Abrahams agli Humvee, l’8° Comando Logistico SETAF di Camp Darby aggiungerà presto propellenti per munizionamento bellico a lunga gittata.
Da parte “italiana“, l’amministrazione PD di Pisa (sindaco Filippeschi) darà vita ad un consorzio per l’allargamento del Canale dei Navicelli atto a permettere lo spostamento, via acqua fluviale, di materiale bellico a stelle e strisce verso il porto di Livorno, città amministrata anch’essa dal PD (sindaco Cosimi).
L’aeroporto di Herat, all’altro capo del mondo, è nel frattempo cresciuto di altri 100.000 mq di pista in cemento armato spessorato fino a raggiungere un’estensione di 725.000 mq per permettere l’atterraggio ed il decollo di cacciabombardieri USA e NATO nonché di C-5 Galaxy statunitensi che trasportano i “Freccia“.
Il blindato della FIAT Iveco-Oto Melara ha preso servizio per la prima volta il 4 Agosto a Shindand, uno dei punti più caldi della zona Ovest controllata (si fa per dire) dal Bel Paese.
Vediamo ora quanto sono costati e costeranno alle tasche del contribuente i soli nuovi VBM “Freccia“, dal 2006 al 2014, per arrivare ad una produzione finale di 249 unità (tre le linee sostituite dal 2005 al 2010, ripetiamo, approntati con carattere di particolare urgenza per l’uso in Afghanistan, di VBL/VCM).
Quando si invia su un teatro di guerra un mezzo che si rivela inadeguato a proteggere il personale militare come il “Puma“ o il “Lince“ e lo si deve sostituire con un altro di peso pari o superiore, di (rivendicata) maggiore affidabilità sul terreno e con protezione balistica migliorata, si gettano ogni volta al vento decine di milioni di euro.
L’addensamento dei VBL/VCL/VCM presso i reparti della Forza Armata finisce poi per limitarne l’uso e la manutenzione con conseguente abbandono e rottamazione.
Ecco la lista delle spesuccie per l’ultimo grido della FIAT Iveco-Oto Melara:
2006: 6 milioni di euro
2007: 50 milioni
2008: 120 milioni
2009: 220 milioni
2010: 260 milioni
2011: 280 milioni
2012: 280 milioni
2013: 266 milioni
2014: 64 milioni
per un totale di 1.540 milioni di euro. Per ora.
L’acquisto dei primi 49 VBM è stato finanziato dal Ministero dello Sviluppo Economico – cercate di non ridere! – per 310 milioni di euro, in base ad una convenzione tra il Ministero della Difesa e quello dell’Economia e Finanze che trova il suo riferimento normativo nell’art. 1, comma 95, della legge 266 del 23 Dicembre 2005 (legge Finanziaria 2006).
Ai primi 49 “Freccia“ si sono aggiunte ordinazioni di 5 nuove unità per un ammontare di 14 milioni di euro con stanziamento previsto da D.M. in data 6 Agosto 2009.
Abbiamo riportato la tabella 2006-2014 per far capire a chi legge che i costi effettivi della “missione di pace“ della Repubblica delle Banane in Afghanistan superano di gran lunga quelli ufficialmente dichiarati sui semestrali di rifinanziamento approvati (all’unanimità) da tutti i gruppi parlamentari a Camera e Senato, con un’ultima astensione a Palazzo Madama dell’IDV. Bilancio misteriosamente, ma non troppo, fermo ad una ufficialità da barzelletta, anche se non è stato possibile nascondere un “minimum“ di 364 milioni di euro con un aumento di stanziamenti per il 2010 di 54 milioni sul 2009, con 139 milioni destinati al pagamento del personale e 225 per la gestione militare, con integrazione di 18,7 milioni di euro per una cooperazione italo-afghana non meglio precisata e 1,8 milioni per contributi ordinari al “fondo gestione“ NATO.
Intanto nel solo mese di Luglio, il 20 per la precisione, il ministro degli Esteri Frattini ha portato in dono al sindaco di Kabul un assegnetto da 316 milioni di euro in conto spese per l’anno in corso, anche se “il presidente Karzai dovrà concretamente dimostrare di poter garantire, attraverso polizia e forze armate, una maggiore sicurezza nella gestione dell’ordine pubblico e nella difesa del territorio“.
Il solito blablablà arrivato dal solito quaquaraquà gallonato della Repubblica delle Banane.
Lievitato il numero delle basi operative, permanenti, del contingente italiano da Camp Vianini e Camp Arena del PRT-11 di Herat a sette: Shindand, con costruzione di nuove piste di atterraggio e di piazzole per la sosta elicotteri più infrastrutture e l’assegnazione di 500 militari, Bala Baluk e Bala Murghab, Shewan, Delahram. Quanti sono i militari “tricolori“ in Afghanistan in questo mese di Settembre?
Dopo il rinforzo di 1.350 uomini nel corso del 2010, escluso fucilieri dell’aria, personale addetto ai Predator A e B, piloti e copiloti, personale addetto alle armi, alla manutenzione meccanica ed elettronica dei Mangusta, degli AMX (Herat) e Tornado (Mazar-i-Sharif) ed i 200 della Task Force 45, siamo a 3.780. E’ di queste ore la notizia che La Russa ha accolto, senza fiatare, la richiesta di Petreaus di inviare in Afghanista altri 150 “istruttori“ e che commercializziamo – sentite questa! – blocchi di marmo afghani per trasportarli ad… Abu Dhabi e dirottarne una parte nel nord Italia con i C-130J per metterli a disposizione di un’impresa che costruisce manufatti di marmo con marchio certificato UE.
L’aumento delle basi militari “permanenti“ dei militari italiani, le assegnazioni di personale fuori dalla provincia di Herat ed il conseguente allungamento delle vie di rifornimento logistico insieme alla crescente pericolosità della guerriglia pashtun sugli snodi secondari e sull’arteria stradale che inanella l’Afghanistan, ha determinato un uso sempre più massiccio di elicotteri leggeri da ricognizione e medio-pesanti da trasporto CH-47 in dotazione al Gruppo di Volo “Antares“ dell’Aviazione Esercito.
Attualmente i CH-47 in Afghanistan sono quattro più un quinto con la sigla MM80833 utilizzato dai “soldati di Roma (incappucciati)“, come li chiama Alemanno, della Task Force 45.
Un’unità “tricolore“ che ha mutuato il nome da un distaccamento di Artiglieria Antiaerea Alleata addetta alla protezione ravvicinata di trasmettitori “Echelon“, in realtà appartenente a quell’Office of Strategic Service (OSS) che ha sostenuto e armato le formazioni partigiane di “Giustizia e Liberta“ nel centro e nord Italia fino al Gennaio 1945.
La storia della Task Force 45 è stata ricostruita nel dopoguerra dall’italo-americana Nancy Schiesari che ha intervistato in più occasioni Enrico Tassinari comandante dell’O.R.I (Organizzazione Resistenza Italiana) aggregata all’OSS.
Un reparto che operava nelle retrovie alleate dove non volava nemmeno una Cicogna e che ci ha lasciato in eredità roba come Gladio e derivati.
Tanto per precisare.
Dei 40 elicotteri Boeing acquisiti dall’E.I. negli anni Settanta, due sono andati perduti in incidenti di navigazione aerea. Ne resterebbero 38 ma dieci sono in rottamazione e due non sono più utilizzabili per mancanza dei requisiti di sicurezza al volo, nonostante un upgrade per 26 unità allo standard “plus“ nel corso degli anni Ottanta-Novanta.
Dal momento che trasportano fino a 32 militari, una sola perdita di un CH-47, macchina ormai largamente usurata, dai rotori alle turbine, adibita nel corso degli anni anche ad elicottero antincendio su richiesta della Protezione Civile, farebbe lievitare le perdite italiane in Afghanistan di un sol colpo del 100%, con effetti di portata catastrofica, per maggioranza ed “opposizione“ presso un’opinione pubblica già largamente ostile all’avventura bellica dell’Italietta ai… confini della Cina.
Tanto per dare un po’ di spazio all’attualità, un altro CH-47 appartenente ad Enduring Freedom USA, non sappiamo se di modello C o F, si è schiantato al suolo in queste ore.
Una “guerra di aggressione“, quella scelta dai governi di centrosinistra e di centrodestra con ISAF NATO, che sottrae anno dopo anno al Paese sempre più ingenti risorse finanziarie.
Ricchezza che esce dalle tasche della gente perbene che paga le tasse alla fonte e non riesce più a mettere insieme pranzo e cena.
L’uso in Afghanistan del CH-47 da parte del Comando di Herat è quindi molto ma molto parsimonioso. La Spagna in un solo colpo ha perso nella provincia di Herat 30 militari trasportati da questo stesso modello.
Utilizzo da parte italiana che si scontra con l’esigenza di garantire un sempre maggior numero di voli nell’arco dei trenta giorni per poter assicurare i rifornimenti liquidi e solidi, e la sostituzione del personale, alle basi sparse per l’ovest dell’Afghanistan.
Un Paese che sta affogando le forze USA e NATO nei suoi 648mila e rotti kmq e 30 milioni di uomini tra i 18 e i 35 anni, residenti tra il Paese delle Montagne e le Zone Federate del Pakistan, in grado di imbracciare un AK-47 od un RPG.
L’affermazione non è mia ma del generale Fabio Mini.
Esigenza che ha determinato l’input per aprire un altro gigantesco “punto spesa“ nei bilanci miliardari a due cifre gestiti, annualmente, da Ignazio La Russa & soci del Consiglio Supremo di Difesa che non esitano a stringere mani che grondano fiumi di sangue.
Ecco la chicca che mancava.
Agusta-Westland, su licenza Boeing, ha siglato il 13 Maggio del 2009 un contratto di vendita per 16 elicotteri medio-pesanti CH-47 F Chinook all’Aviazione Esercito, Reggimento “Antares” di Viterbo, più un opzione per altre quattro macchine, per la bazzecola di altri 900 milioni di euro compreso – sembra – 5 anni di fornitura di pezzi di ricambio.
E l’elenco delle spesuccie è tutt’altro che finito.
Giancarlo Chetoni

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22 thoughts on “Afghanistan: le manfrine di Frattini, La Russa & soci

  1. altri 150 “istruttori”? no, 200!

    (AGI) New York – L’Italia inviera’ altri 200 addestratori in Afghanistan, in prevalenza carabinieri: l’annuncio e’ di Franco Frattini.
    A New York al termine dell’incontro con il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, Frattini ha specificato che i dettagli saranno definiti dal collega della Difesa, Ignazio La Russa.

  2. Ottimo come sempre quest’articolo di Chetoni. Un vero peccato non poter più leggere su “Rinascita” questi articoli, ma se i “rivoluzionari” sono persone che si perdono per strada pezzi come Chetoni, siamo messi male… Probabilmente il web dà anche maggiore visibilità, quindi poco male.

  3. Nel ringraziare Chetoni per l’interessante articolo, vorrei fare alcune considerazioni un po’ “tecniche” su quanto esposto a proposito dei blindati. Spero di non generare un polverone come sull’articolo del Lince.
    Dando per scontato quali siano gli usi e costumi dell’industria degli armamenti, i giri di prebende e le pressioni lobbistiche, in Italia come in tutti gli Stati dotati di una propria industria bellica, bisognerebbe sempre cercare di confrontare mele con mele ed arance con arance dato che nell’articolo si lascia supporre un’inadeguatezza del mezzo (vedi la protezione dell’equipaggio messa tra virgolette).
    Preso per quel che è, il Freccia oggi compete con mezzi come lo Stryker americano e altri come il Fuchs tedesco, il Piranha svizzero (di cui lo Stryker è un derivato) etc. Orbene uno Stryker costa circa 3,2milioni di $ (cercando un po’ in rete si arriva grosso modo a questa cifra) ma beneficia di economie di scala ben superiori e viene venduto anche all’estero (India per es.), cosa che non avviene per il Freccia per il veto della nostra forza armata. Lo Stryker ha un armamento decisamente inferiore e, probabilmente, delle caratteristiche di mobilità inferiori (ma qui siamo nel campo delle pure speculazioni, lo ammetto, che si basano sulla valutazione dell’altezza a cui è sospesa la “cassa” del veicolo in rapporto alla larghezza della carreggiata) infine lo Stryker è aviotrasportabile con il C130 solo perchè ce lo spingono dentro a forza, a parità di deroghe alle specifiche per l’aviotrasportabilità, sarebbe aviotrasportabile anche il freccia. A fine programma il Freccia sarà costato mediamente 6 milioni di euro (1540mio del programma diviso 249 veicoli totali) ma per il momento parrebbe che ne costi molti meno dato che per 5 esemplari si sono spesi 14mio quindi 2milioni e ottocentomila. Questo per dire che il nostro sistema industriale della difesa, se non altro, non è più marcio degli altri. Quanto all’opportunità di schierare questi mezzi in Afghanistan, cinicamente è comprensibile che né l’Iveco né l’Esercito vogliano perdere l’occasione di testare il mezzo in condizioni operative: qui gli ingegneri e i militari fanno solo il loro mestiere (cerdo che anche il Gen. Mini lo troverebbe ragionevole). Trovo ingiusto sminuire la minaccia costituita da un coraggioso pashtun armato di RPG7, nel senso di pensare che un mezzo che non sia in grado di resistere ad un “vecchio RPG” sia una ciofeca: 100mt sono ancora tanti, nonostante tutte le diavolerie tecnologiche che ci si possono inventare, per individuare un uomo ben cammuffato e nonostante la vetustà del concetto, la carica cava di un RPG rimane ancora una minaccia estremamente seria per qualsiasi mezzo blindato o corazzato. Un colpo di RPG ben piazzato è in grado di ferrmare un carro della categoria dell’Abrams e sicuramente di perforare la corazza di un Freccia o di uno Stryker, che da requisiti delle forze armate che li hanno commissionati, devono resistere a colpi da 14,7 (l’equivalente russo del 12,7Nato) e solo grazie a corazzature aggiuntive possono resistere a cose più serie.
    Il senso di questo intervento vuole essere quello di separare la sacrosanta critica del servo interventismo di questa italietta con la critica agli strumenti “tecnici” di cui si serve. Forse non riesco a spiegarmi bene: avremmo finalmente degli strumenti tecnici in mano ad una forza armata competente (rispetto agli standard del passato e a quelli medi dei paesi europei) per dare credibilità ad autorevolezza, anche dal punto di vista militare, ad una poilitica autonoma dell’Italia, svincolata dal vassallaggio USA e che potrebbe essere di beneficio per tutti i Paesi del mediterraneo e dell’Europa. Non sto dicendo che dobbiamo fare la guerra a questo o a quello, dico che avremmo la possibilità di affermare una “neutralità svizzera” ed una sfera di autonomia politica molto più importante se ci rendessimo conto che non abbiamo più un esercito con le scarpe di cartone (il che è solo uno degli elementi per affermare una propria politica, auspicabilmente di pace, ma non il più trascurabile).
    Oggi noi potremmo, per dire, disseminare l’adriatico di piattaforme eoliche off-shore richiamando la marina militare al loro controllo e difesa (facendo rientrare la MM nei suoi compioti istituzionali e in accordo con l’art.11 Cost. invece che mandarla a caccia di improbabili pirati somali) e potremmo avere un esercito snello ed efficace, sostanzialmente credibile, per poter parlare ad un Gheddafi senza dovergli baciare le mani… Avere una prospettiva, come dire, senza offesa, un po’ meno ideologizzata, sul nostro apparato militare e sulla nostra industria bellica, potrebbe portarci a cogliere delle opportunità e a governare questi “strumenti” in un’ottica riformista e per il perseguimento di un’agenda politica “di pace”.
    Cordiali saluti

  4. lasciando all’autore una eventuale replica in merito alle questioni più tecniche (anche se crediamo esse verranno affrontate in un successivo articolo), ci limitiamo a notare che l’auspicio di una “politica autonoma dell’Italia, svincolata dal vassallaggio USA e che potrebbe essere di beneficio per tutti i Paesi del mediterraneo e dell’Europa… e per il perseguimento di un’agenda politica “di pace” è certamente condivisibile ma è nostra opinione che la “competenza” della Forza Armata venga arricchita unicamente in funzione di una sua proiezione nei contesti internazionali delle cosiddette “missioni di pace”, da realizzarsi sempre e comunque sotto il cappello USA/NATO.
    una Forza Armata davvero rivolta alla tutela degli interessi nazionali, od ancora meglio continentali – previa una indispensabile loro precisa definizione – crediamo debba avere caratteristiche tecniche (ma soprattutto umane per non dire “spirituali”) di ben altra natura. e sicuramente essa non si imbarcherebbe nella condivisione di programmi d’armamento quale quello, ad esempio, che dovrebbe condurre (usiamo il condizionale perché speriamo sempre che i vincoli di bilancio abbiano la meglio) all’acquisizione di 131 esemplari di F-35…

    in tema di libertà di stampa in terra afghana segnaliamo:

    (ASCA-AFP) – Kabul, 123 set – La tv araba al-Jazeera ha accusato la Nato, che ha arrestato all’inizio della settimana due dei suoi cameramen, di cercare di impedirle di raccontare la guerra in Afghanistan. L’emittente televisiva con sede a Doha, che e’ stata sempre critica nei confronti della missione Isaf e del governo afgano, ha dichiarato che due dei suoi dipendenti afgani sono stati arrestati ”nel tentativo di sopprimere i suoi reportage” sul conflitto.
    La Nato, all’inizio della settimana, ha fatto sapere di aver catturato i due in quanto ”sospetti facilitatori della propaganda mediatica talebana” per aver filmato attacchi della guerriglia nel giorno delle elezioni e per aver intrattenuto rapporti con i ribelli. Secondo quanto riferito da al-Jazeera, i due cameramen sono Mohammad Nader, arrestato ieri nella provincia meridionale di Kandahar, e Rahmatullah Nekzad, preso lunedi nella provincia di Ghazni, a sud di Kabul.

  5. Beh, ricordiamoci che quando Kabul venne bombardata nel 2001, a farne le spese fu anche il locale ufficio di Aljazeera. Poi, il direttore della sede di kabul, Taysir Alluni, che aveva anche la nazionalità spagnola, venne per l’appunto, non molto dopo, arrestato dalle autorità di Madrid con l’accusa di essere in realtà un “megafono dei talebani”, ovvero la stessa accusa portata ai due appena arrestati.
    Resta da chiedersi quale sia il confine tra giornalismo “serio” e “velinaro”, ma soprattutto, non si capisce perché se un giornalisti passa le veline degli Usa e della nato va tutto bene, ma se uno è minimamente pro-Talebani scatta l’arresto.

  6. Oppure basterebbe ricordare la sceneggiata dell’ospedale di Emergency.
    Comunque in guerra (perchè nonostante i tripli carpiati lessicali dei notri politicanti sappiamo tutti che di questo si tratta) nessuno può rivendicare un primato morale quindi non dobbiamo stupirci se accadono cose del genere (diverso è indignarsi, che è doveroso). D’altra parte neanche la controparte è tenera con i reporter che non ritiene amici, se non altro si può riconoscere la maggiore coerenza degli insorti che non hanno mai fatto mistero del fatto che la libertà di stampa non rientra certo tra le loro priorità.
    Per quanto riguarda la risposta di byebyeunclesam al mio precedente intervento, il fatto che le forze armate vengano rafforzate in funzione di truppa ausiliaria (nel senso dei latini) dell’esercito imperiale è una (non) scelta politica, credo però che molti ufficiali e soldati sarebbero ben contenti di sostenere un diverso corso della politica nazionale, un corso che li facesse sentire meno subalterni e più fieri dell’appartenenza alla nazione (mi scuso per la scelta un po’ risorgimentale dei termini, ma siamo nell’anno dell’anniversario dell’unità e credo che certi temi e simboli non vadano lasciati in monopolio ad una sola parte politica). D’altra parte non deve essere esaltante trovarsi in un ambiente come quello afghano legati mani e piedi da regole di ingaggio che fanno correre molti più rischi dei colleghi USA che magari ti prendono pure in giro perchè dal loro punto di vista stai rintanato tutto il tempo mentre loro combattono. Infatti secondo me non dovremmo stare lì, e se ci stiamo dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, cambiare l’art. 11 affrontando il giudizio degli elettori e poi scegliere dove andare e come alle nostre condizioni… ma quasto vorrebbe dire essere uno Stato sovrano: fantascienza quindi…
    Infine concordo con byebye sulla faccenda F35 e aggiungo che se proprio dovessimo spendere quei soldi nella difesa anzichè in scuola, sanità o welfare, allora io opterei per un serio sistema di difesa atiaerea in grado di rispondere alla minaccia rappresentata proprio da aerei della categoria degli F35…

    Saluti

  7. credo però che molti ufficiali e soldati sarebbero ben contenti di sostenere un diverso corso della politica nazionale, un corso che li facesse sentire meno subalterni e più fieri dell’appartenenza alla nazione

    è solo una sensazione o si tratta di qualcosa di fondato?
    perché sarebbe davvero importante che finalmente dall’interno delle Forze Armate si levasse una voce di dissenso di questo genere, invece di limitarsi alle rituali rivendicazioni di carattere salariale quando ci si mette al tavolo della contrattazione sindacale…

  8. Purtroppo è solo una sensazione suffragata da sporadici contatti con qualche conoscente.
    Un po’ come l’idea di inaffidabilità del Lince che si è fatta Chetoni, se mi permette la battuta :o)

    Credo (o meglio spero appoggiandomi a qualche indizio ed al buon senso) che, ancorchè non maggioritaria, quella che per semplicità potrei chiamare “la corrente Mini” sia abbastanza viva all’interno delle forze armate e se andiamo a rivedere tra le pieghe dell’informazione anche mainstream si trovano esempi di ufficiali che fanno notare l’incoerenza tra i compiti affidati e le regole assegnate, e, inaudito per un militare, ci si spinge anche a criticare la scarsa chiarezza di indirizzo politico e l’operato dei contingenti alleati. Così su due piedi non ho nessun elemento concreto alla mano, ma se si va a ravanare negli archivi sicuramente qualcosa si trova.

    Saluti

  9. poca roba, insomma

    [battuta piuttosto infelice, visto che nel frattempo l’insicurezza del mezzo è stata testimoniata dal ferimento e dalla morte di vari militari. ma passiamo oltre ché tanto questa, evidentemente, è una polemica non sanabile]

  10. [byebye, se quegli equipaggi si fossero trovati su un VM 90, una Land Rover o anche un Hummer, il bilancio sarebbe stato di molto peggiore, e questa per me è una certezza: dopodiché ognuno si tenga serenamente la propria opinione]

  11. a noi invece sembrano pokine le risorse investite nell’edilizia scolastica, nella prevenzione del dissesto idrogeologico, nel sostegno a disoccupati, anziani bisognosi e giovani coppie etc etc etc

  12. atlantis, specie in un contesto di crisi come quello attuale è OVVIO che qualsiasi decisione di spesa in un capitolo del bilancio dello Stato toglie risorse agli altri.
    Se vuoi possiamo anche dire che la spesa in istruzione toglie risorse alle spese militari… ma mi riuscirebbe difficile sentirmi cittadino in un Paese che si dà di queste priorità.
    In effetti se vai a vedere questo governo (ed in misura minore quelli precedenti) stanno ragionando proprio così: la Gelmini, braccio armato di Tremonti, fa carne di porco dell’istruzione pubblica, ma i soldi per le missioni militari non si toccano, anzi, il budget, grattando di quà e grattando di là, si ampliano, e quello che formalmente viene tagliato in investimenti sul budget della difesa, rientra dalla finestra come acquisizione per far fronte agli impegni assunti in ambito internazionale.
    Considera (vado a memoria, eventualmente prego byebye di correggermi) che il budget della difesa NON comprende le spese per le missioni, che vengono finanziate grattando i barili di altri capitoli di spesa. Se non ricordo male, e lo trovo scandaloso, parte delle risorse è stata pescata dai fondi FAS (Fondo Aree Sottoutilizzate) che servirebbe a finanziare lo sviluppo delle aree più arretrate del nostro Paese, casulamente sto leggendo anche “Terroni” di Pino Aprile, e ti assicuro che, da uno cresciuto a Bolzano, ti girano i santissimi a considerare che dopo il saccheggio subìto dal sud in 150 anni, si fottono pure i soldi del FAS per andare a scodinzolare a pancia all’aria sullo zerbino della casa bianca… ribadisco, almeno gli USA i contractors li pagano… a noi neanche quello.

  13. se non crede a noi, può leggere La Repubblica:

    90mila uomini e 3 miliardi di euro.
    Ecco il vero volto della guerra
    Dal 2003 a oggi lo scopo e i modi dell’intervento sono cambiati: lo dicono i numeri
    di CARLO BONINI
    http://www.repubblica.it/esteri/2010/10/12/news/90mila_uomini_e_3_miliardi_di_euro_ecco_il_vero_volto_della_guerra-7959296/?ref=HRER3-1

    ROMA – In principio, marzo del 2003, furono un colonnello, mille uomini, una promessa di impiego non superiore ai sei mesi e una bolletta da 100 milioni di euro. Una fiche per sedere al tavolo della “War on Terror”. E su un fronte, quello afgano, degradato, con l’avvio dell’offensiva alleata in Iraq, a retrovia. Sette anni e 90mila uomini dopo (tanti sono i nostri soldati ruotati tra i distretti di Kabul, Herat, Farah), ci “scopriamo” in guerra. Con un contingente che, tra due mesi, arriverà a 3mila 950 uomini, articolato in tre “battle group”, una task force di reazione rapida (la “TF 45”), una robusta forza aerea di attacco (caccia “Amx”, elicotteri “Mangusta”, droni “Predator”, elicotteri multi-uso dell’Aviazione e, proprio da ieri, anche della Marina), unità meccanizzate (carri armati “Dardo”, blindati pesanti da trasporto “Freccia”), per un costo di missione che toccherà i 675 milioni di euro annui, 56 milioni al mese. Oltre 3 miliardi di euro dall’inizio di questa avventura.

    Ora, il Parlamento, stupito, chiede come sia stato possibile ritrovarsi impantanati nell’inferno afgano. Eppure, il nostro “surge” ha avuto padri bipartisan. I numeri, nel tempo, sono stati sotto gli occhi di tutti, solo a volerli vedere. Esattamente come il progressivo build-up militare concordato dall’Italia all’interno della Nato. Con un anno – il 2006 – a fare da spartiacque. Tra il maggio e il giugno di 4 anni fa, alla vigilia dell’assunzione del comando Nato per le operazioni belliche nel sud dell’Afghanistan (luglio), il governo Prodi, con il sostegno dell’allora opposizione di centro-destra, battezza nuove regole di ingaggio per il nostro contingente, autorizzando le operazioni offensive di “search and destroy” (ricerca e distruzione del nemico) previo nulla osta del governo entro 72 ore dalla richiesta di ingaggio. Di più. Il nostro contingente sale a oltre 2.300 uomini e Palazzo Chigi dà luce verde al dispiegamento nel teatro delle operazioni di Farah (Afghanistan occidentale) della più grande unità di forze speciali mai impiegata dai tempi della Somalia. Viene battezzata “Task Force 45”. È composta da 200 uomini selezionati tra i ranger del 4° reggimento alpini, gli incursori di marina del Comsubin, il 9° reggimento paracadutisti Col Moschin, il 185° Rao della Folgore.

    È un’epifania. Nell’aprile del 2007, infatti, mentre il costo della missione sfonda per la prima volta il tetto dei 300 milioni di euro annui, è ancora il governo Prodi a disporre l’invio al fronte di carri armati “Dardo” (i “carri neri degli italiani”, li battezza l’insorgenza afgana) e di elicotteri d’attacco “Mangusta”. Mentre nel febbraio 2008, quando il centro-sinistra si prepara a lasciare Palazzo Chigi, nel distretto di Farah, viene costituito il primo “battle group” destinato ad affiancare nelle operazioni di “search and destroy” la Task Force 45.

    A giugno del 2008, Silvio Berlusconi è a Palazzo Chigi per il suo secondo mandato. La spesa per finanziare la missione sale a 349 milioni di euro. Necessari a salire un altro gradino del nostro build-up. In settembre, arriva infatti nel teatro delle operazioni una prima coppia di caccia “Tornado” e, due mesi dopo, viene costituito, sempre nel distretto di Farah, un secondo “battle group” con un incremento dei nostri effettivi di 500 uomini. Anche i “caveat” imposti ai nostri Stati Maggiori si modificano significativamente. E nel prendere atto che 72 ore sono un tempo infinito per un esercito in guerra, il termine temporale per l’autorizzazione di Palazzo Chigi a operazioni offensive di “search and destroy” scende a 6 ore. La notte per il giorno. Il giorno per la notte.

    Insomma, già nel gennaio del 2009, un Paese meno distratto potrebbe concludere che in Afghanistan i nostri uomini stanno combattendo una guerra. Anche perché, con l’aumento della spesa, anche il cosiddetto “dispositivo” d’arma si è modificato. Lungo la linea del fronte, con l’impiego dei carri “Dardo” e dei “Mangusta”, è infatti diventato di routine l’uso dei potenti mortai da 120 millimetri Thompson, che consentono il bombardamento a distanza delle postazioni dell’insorgenza Talebana. Ma il Parlamento non discute. E così, anche il 2009, passa con la ratifica burocratica di un nuovo incremento di spesa (che sfiorerà i 600 milioni di euro) e di un nuovo rafforzamento del “nostro dispositivo”. A gennaio di quest’anno, il contingente supera i 3200 uomini, 4 caccia Amx, dopo un lungo addestramento nel deserto del Nevada, sostituiscono i “Tornado”. E nell’estate scorsa, a sud di Herat fanno la loro comparsa 17 blindati “Freccia”. Bestioni da 28 tonnellate su ruote (quattro volte il peso dei “Lince”), inadatti alle montagne afgane, ma necessari al trasporto rapido di unità da combattimento (ogni mezzo carica 11 militari) lungo le poche rotabili.

    Poi, la strage degli alpini. L’invito del ministro della Difesa (“il Parlamento decida se dotare i caccia Amx di bombe”). L’affacciarsi dell’oziosa domanda (“siamo in guerra?”). E, intanto, una nuova partenza per il fronte. Storia di ieri. Tre elicotteri EH-101 della Marina militare addestrati al volo notturno, alle operazioni speciali e alla guida caccia.

    (12 ottobre 2010)

  14. Evidentemente c’è stato un errore di numerazione nella Costituzione, si passa dallìart 10 al 12 direttamente…
    Che tristezza…

  15. circa gli ultimi arrivati:

    (ASCA) – Roma, 11 ott – Si concludera’ il 13 ottobre il trasferimento, con un velivolo C-17 della U.S. Air Force, di tre elicotteri EH-101 della Marina Militare che dovranno operare in Afghanistan in supporto alle operazioni della forza Isaf a guida Nato. A darne notizia lo stesso Stato maggiore della Marina. La missione, che durera’ dodici mesi, si specifica, e’ di supporto al Comando Italiano del settore ovest, ad Herat. Gli elicotteri della Marina Militare svolgeranno compiti di sorveglianza, pattugliamento, supporto alla movimentazione di convogli e personale sensibile, deterrenza, evacuazione medica.
    Il personale e i mezzi della Marina costituiranno in Afghanistan un Task Group, denominato ”Shark”, costituito da 3 elicotteri medi EH-101 opportunamente configurati con sistemi di auto protezione e capacita’ di visione notturna; da un gruppo di 67 militari che comprende personale degli equipaggi qualificati e abilitati al volo notturno con i visori; una squadra tecnica di specialisti abilitata alla manutenzione delle macchine. Sul posto operera’ anche un piccolo nucleo di personale con compiti nel settore del supporto operativo, amministrativo-logistico e medico e un team di fucilieri del Reggimento San Marco con compiti di protezione e sicurezza.
    L’invio degli elicotteri EH-101, programmato da tempo, si sottolinea, da’ attuazione all’indirizzo voluto dal Ministro della Difesa di dotare il Contingente italiano in Afghanistan di maggiore mobilita’ e sicurezza, allo scopo di ridurre i trasporti via terra. E’ la prima missione in teatro per questo tipo di elicotteri, ma le Forze aeree della Marina Militare hanno gia’ operato in Afghanistan. Gli elicotteri e la maggior parte del personale provengono dal 1* Gruppo elicotteri, con base nella Stazione Elicotteri della Marina Militare di Luni Sarzana (La Spezia).

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