Il mito della guerra buona

pauwels“L’edizione riveduta di Jacques Pauwels di The Myth of the Good War [Il mito della guerra buona], contiene importanti e significativamente nuove ricerche e contribuisce a una considerazione storicamente più accurata e più critica del ruolo degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Il libro dimostra che molti capitalisti statunitensi e funzionari di governo ebbero un atteggiamento amichevole verso i regimi fascisti prima della guerra e anche dopo l’inizio della guerra, che Washington rimase neutrale nel conflitto fino a quando la neutralità servì gli interessi capitalistici e che questi interessi – non già la vantata causa della libertà e della democrazia – determinarono come gli Stati Uniti entrarono, combatterono e conclusero la guerra.
Pauwels rifiuta le opere convenzionali “buoniste” sulla partecipazione degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Invece, prendendo a prestito una frase di Michael Parenti, Pauwels esplora le “verità sporche” nelle azioni degli Stati Uniti prima, durante e dopo la guerra. Concentrandosi sull’economia politica e gli interessi della classe capitalista degli Stati Uniti e dell’elite al potere, attraverso la ricostruzione critica del contesto storico della guerra, l’autore è in grado di spiegare il coinvolgimento di Washington nel conflitto più catastrofico della storia come il prodotto dell’imperialismo.
(…)
Entro metà dell’estate del 1945, i leader giapponesi sapevano di essere stati sconfitti e stavano cercando un modo per arrendersi. Anche se i Sovietici stavano preparandosi per attaccare le forze giapponesi in Cina, Truman non volle il loro aiuto. Mentre la guerra stava per finire, Truman era determinato a riaffermare e ampliare il potere prebellico degli Stati Uniti in Asia, senza alcuna concessione all’Unione Sovietica. Attingendo alla ricerca di altri storici, Pauwels mostra che il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki non era militarmente necessario, ma era invece destinato a garantire l’acquiescenza di Stalin all’ordine globale del dopoguerra dettato dagli Stati Uniti. Come sottolinea l’autore, questo “ricatto nucleare” fallì e condusse a cinquanta anni di Guerra Fredda, con gravi conseguenze per l’intero pianeta.
Pauwels scrive acutamente che mentre l’Unione Sovietica fu utile agli Stati Uniti come alleato durante la guerra, divenne utile come nemico dopo. Invocando lo spettro del cosiddetto “impero del male”, i leader di governo e i capitalisti degli Stati Uniti potevano sostenere massicce spese militari per lo stato di guerra, razionalizzare la corsa agli armamenti nucleari e giustificare gli interventi militari in tutto il mondo.
L’opera scrupolosamente ricercata e ben scritta di Pauwels dimostra in modo convincente che il ruolo del governo degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale fu in gran parte determinato dagli interessi della classe capitalista del Paese, non dagli alti ideali di libertà e democrazia professati. Questa importantissima comprensione storica, anche se ancora controversa, è stata affrontata da alcuni altri autori, ma il libro di Pauwels è probabilmente il più completo e penetrante riguardo le motivazioni e le azioni dei governi inglese e statunitense prima, durante e dopo la guerra.
Molto può ancora essere appreso dalle importanti conclusioni dell’autore sulla più sanguinosa e distruttiva deflagrazione della storia, rivelatasi decisamente “buona” per gli Stati Uniti che emersero dalla guerra come la più potente potenza imperialista del pianeta. Questo volume rende così un contributo sostanziale per comprendere le origini dell’imperium dominante nel mondo del dopoguerra in capo agli Stati Uniti.”

Da Il mito della guerra buona: gli USA nella Seconda Guerra Mondiale, di David Smith.

Come può uno scienziato tollerare tali mostruosità?

OperationIraqiFreedom“Molti medici iracheni, da anni stanno cercando di allertare la comunità internazionale per ottenere aiuto, attraverso figure di spicco a livello internazionale. Invano. A seguito del blocco del rapporto dell’OMS, 58 esperti del mondo scientifico, intellettuali, operatori sanitari e difensori dei diritti umani hanno scritto nel maggio 2013 all’OMS e al ministero della sanità iracheno per chiedere la pubblicazione immediata del rapporto. Nessuna reazione a questo appello firmato da studiosi provenienti da tutto il mondo, tra cui Noam Chomsky, Ken Loach, John Tirman, la dottoressa Mozhgan Savabieasfahani e organizzazioni come Human Rights Now Giappone, Health Alliance International e molte altre persone eminenti del mondo scientifico e intellettuale. Davanti questo deliberato ostruzionismo, Hans von Sponeck, ex vice segretario generale delle Nazioni Unite e membro del Tribunale BRussels ha dichiarato: “Il governo degli Stati Uniti ha fatto di tutto per evitare che l’OMS indagasse nelle zone del sud dell’Irak, dove è stato utilizzato l’uranio impoverito che ha causato gravi danni alla salute e rischi ambientali”.
Le autorità statunitensi ammettono di aver utilizzato 320 tonnellate di uranio impoverito, cifre contestate dalla fondazione LAKA di Amsterdam che stima la quantità reale più vicina alle 800 tonnellate, lanciate in Irak durante la guerra del 1991, e 1.200 tonnellate durante l’invasione del 2003. Nel 1991, l’esercito statunitense ha lanciato quasi un milione di ordigni all’uranio impoverito in tre giorni su migliaia di profughi e soldati iracheni in ritirata sulla strada per Bassora. Molto rapidamente, alcune zone del sud dell’Irak hanno visto un incremento annuo del 350% dei casi di leucemia, deficienze immunitarie, cataratta e disfunzioni renali. Le statistiche ufficiali del governo iracheno mostrano che prima dello scoppio della prima guerra del Golfo, nel 1991, il tasso dei casi di cancro era di 40 su 100.000. Nel 1995 era salito a 800 su 100.000, e nel 2005 era raddoppiato ad almeno 1.600 persone su 100.000.
Le stime più recenti indicano un innalzamento regolare continuo. “Il mondo deve sapere che gli iracheni sono stati vittime di aggressioni inflitte con l’uso di munizioni all’uranio impoverito da parte delle truppe statunitensi e inglesi durante la guerra. Questo è un genocidio”, ha detto il dottor Jawad al-Ali, oncologo del Cancer Treatment Centre di Bassora. Egli stima che vi siano 300 siti in tutto l’Irak contaminati da radiazioni da munizioni all’uranio impoverito. “Prima della guerra del Golfo, avevamo due o tre casi di pazienti affetti da tumore al mese, ora 30-35 persone muoiono ogni mese. I nostri studi indicano che una percentuale compresa tra il 40 e il 48% della popolazione avrà un cancro entro cinque anni”. Considerando che l’OMS quantificava la popolazione irachena attorno ai 33.765.000 abitanti nel 2013, si può stimare che circa 15 milioni di persone riceverà una diagnosi di cancro nei prossimi anni.
Inoltre, mai prima era stato rilevato un tasso così alto di spina bifida nei bambini, per esempio a Bassora e il tasso continua ad aumentare. Il numero di idrocefali (acqua nel cervello) nei neonati è sei volte superiore a Bassora che negli Stati Uniti e si riscontrano malformazioni note solamente nei manuali di medicina riscontrate nei bambini nati nei pressi dei siti dei test nucleari nel Pacifico: bambini con monconi al posto degli arti, intestini fuori dell’addome, tumori enormi, occhi fuori dalle orbite o con un solo occhio come ciclopi, o senza occhi, senza arti, bambini anencefalici (assenza di una gran parte del cervello e del cranio), o con gravi problemi respiratori, con tumori maligni molto aggressivi che implicano amputazioni. Questi sono solo alcuni esempi tra i tanti. Una specialista in pediatria presso il Fallujah General Hospital, la dottoressa Samira Alani, ha condotto un’indagine a seguito della proliferazione dei difetti di nascita a seguito dei bombardamenti degli Stati Uniti dal 2005.
La sua ricerca l’ha portata in Giappone dove ha incontrato i medici giapponesi che studiano il tasso di malformazioni nei neonati a causa delle radiazioni dei bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki. Il tasso di incidenza delle malformazioni a Hiroshima e Nagasaki è attualmente tra l’1 e il 2%. La dottoressa Alani ha rilevato che i casi di malformazioni congenite è pari al 14,7% sui bambini nati a Fallujah, vale a dire più di 14 volte la frequenza delle zone colpite in Giappone. I medici iracheni ritengono che i difetti di nascita siano aumentati in un range compreso tra le 2 e le 6 volte, e tra le 3 e 12 volte la probabilità per un bambino di sviluppare un cancro o la leucemia dal 1991. Un rapporto pubblicato su The Lancet nel 1998 dichiarava all’epoca che circa 500 bambini morivano ogni giorno a causa della guerra e delle sanzioni e che il tasso di mortalità dei bambini iracheni sotto i 5 anni di età era aumentato dal 23 per mille nel 1989 al 166 per mille nel 1993. Che dire nel 2015, sapendo che questa tendenza è in crescita?
(…)
Alla luce di questa tragedia oscurata dalle organizzazioni internazionali, ci sorge una domanda: qual è il ruolo preciso dell’OMS? La funzione di questa organizzazione che alimenta il pianeta con le sue campagne fasulle contro la polio, la lebbra, ecc. e impartisce lezioni a destra e a manca, è quella di nascondere un rapporto che incrimini un qualche governo? Lo sterminio del popolo iracheno mediante l’uso di uranio su larga scala da parte degli eserciti americani e britannici è un argomento che non rientra nelle norme dell’OMS e delle ONG dei “diritti”, facciate che l’Impero ha usato per radere al suolo l’Irak e molti altri Paesi e i cui effetti devastanti continueranno a colpire per secoli? Cos’è un’organizzazione che osa nascondere un rapporto che coinvolge i mostri che gestiscono Washington e Londra e nascondono i crimini efferati commessi contro le famiglie irachene, la natura e gli animali? Come può uno scienziato tollerare tali mostruosità?”

Da Insabbiato il rapporto dell’OMS sui crimini statunitensi in Irak, di Mohsen Abdelmoumen.
All’articolo originale è allegata la documentazione fotografica di alcuni esempi di malformazioni neonatali, la cui visione è sconsigliata ai deboli di stomaco.

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Il terrorismo atlantista e il concetto di “danni collaterali”

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Qualche giorno fa Noam Chomsky riportava uno studio della CIA pubblicato il 14 ottobre dal New York Times dal quale si evince che gli Stati Uniti sono ufficialmente il primo Stato terrorista del mondo. L’intellettuale americano evidenziava la naturalezza con cui nel mondo occidentale si accetta che la guida del ‘mondo libero’ possa essere uno Stato canaglia terrorista e che il suo Presidente premio Nobel per la pace possa preoccuparsi di come svolgere in maniera più efficace tali operazioni criminali. L’articolo citato da Chomsky riporta gli esempi dell’Angola, del Nicaragua e di Cuba. [1]
Quello del Nicaragua, in particolare, è stato un caso unico, perché la Corte Internazionale di Giustizia dichiarò gli USA colpevoli di «uso illegale della forza», cioè di terrorismo, e ordinò a Washington di pagare ingenti risarcimenti. Gli Stati Uniti risposero respingendo con disprezzo la sentenza della Corte e, con l’appoggio di entrambi gli schieramenti politici, intensificarono gli attacchi terroristici degli squadroni della morte chiamati Contras.
Le aggressioni compiute dagli USA in altri Paesi dell’America Centrale, come El Salvador e il Guatemala, condotte con indicibile brutalità, lasciarono sul campo «duecentomila morti e milioni di profughi e orfani in paesi devastati». [2]
Questi sono solo pochissimi esempi della enorme casistica che mostra il diretto coinvolgimento degli USA nel terrorismo internazionale. Ciò che è più scioccante è la totale indifferenza dei politici atlantisti di ogni formazione politica e di tutta la stampa di corte di fronte a una questione di così grande importanza. Essi accettano tacitamente che gli USA, loro padroni, presentati come paladini della libertà e della lotta al terrorismo, siano una superpotenza terroristica, al di sopra delle leggi internazionali, che si può permettere di fare stragi, torturare e devastare interi Paesi. Nessuna reazione, quindi, da parte di servi fedeli, occupati a diffondere un chiaro messaggio: nessuno ha il diritto di difendersi dalle aggressioni degli Stati Uniti, che sono, per usare ancora le parole di Noam Chomsky, «uno Stato terrorista di diritto».
Ma se i media atlantisti accettano senz’alcuna discussione la dottrina dello “Stato terrorista di diritto”, dandola per scontata, non così la pensano in tutto il mondo. Il Presidente della Bolivia Evo Morales, per esempio, due anni fa, aveva avuto il coraggio di affermare davanti all’Assemblea Generale dell’ONU che «il Governo statunitense è il primo terrorista del mondo» e aveva parlato apertamente di «terrorismo di Stato». Queste le sue parole: «Che autorità ha il governo degli USA di menzionare o mettere nelle liste Paesi che sono ritenuti terroristi? Cari delegati e delegate, forse il mondo non si rende conto che il primo Paese terrorista che pratica il terrorismo di Stato sono proprio gli USA. Tanti interventi, tanti morti e feriti per il pretesto di difendere la democrazia. E cosa è accaduto in Libia? Si è detto che in Libia si è intervenuti per recuperare la democrazia. E’ una bugia. In Libia si è intervenuti per recuperare il petrolio libico per le potenze internazionali a svantaggio del popolo libico. Dobbiamo essere sinceri davanti all’umanità». [3]
Anche le popolazioni di gran parte del mondo sembrano non condividere la dottrina tacitamente accettata dalla stampa atlantista. Un sondaggio internazionale reso noto l’anno scorso dal Worldwide Independent Network/Gallup International Association (WIN/GIA) poneva gli USA in testa alla classifica come «l’attuale più grande minaccia per la pace nel mondo». [4]
Proponiamo, sullo stesso tema, un testo dell’autore francese Guillaume de Rouville, curatore del sito l’idiot du village. geopolitique, chaos & idiotie, del quale recentemente abbiamo pubblicato la traduzione di L’Atlantismo è un totalitarismo (in tre parti: 1, 2 e 3),

[1] Noam Chomsky, Ѐ ufficiale: gli USA sono il principale Stato terrorista
[2] Noam Chomsky, Pirati e imperatori, Marco Tropea Editore, 2004, pag. 19
[3] Il discorso di Evo Morales è qui
[4] Paul Street, Zio Sam: la più grande minaccia per la pace

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Danni collaterali: il volto nascosto di un terrorismo di Stato

Durante le guerre condotte dagli Stati Uniti dopo la caduta del muro di Berlino in nome della loro idea di potere, è apparso un nuovo concetto, quello di «danni collaterali», che è stato usato dagli organi addetti alle pubbliche relazioni del Pentagono per giustificare e rendere accettabili da parte delle pubbliche opinioni occidentali le azioni di guerra che provocano vittime civili. Questi danni collaterali non sarebbero voluti dalla potenza militare, che mostra di deplorarli come tragici errori, presentandoli come frutto di errori di informazione o di una tecnologia difettosa.
Ma a un’osservazione più attenta, ci si rende conto che la maggior parte di questi atti di guerra, che hanno distrutto la vita di migliaia di civili in Afghanistan, in Irak, in Libia questi ultimi anni [1], non sono errori, danni collaterali di un’azione militare che avrebbe come obiettivo solo soldati in uniforme appartenenti alla parte avversa, ma veri e propri atti deliberati volti a uccidere donne, bambini e uomini indifesi.
Ci si potrebbe chiedere per quali scopi sarebbero intrapresi orrori del genere. La dottrina militare dà una chiara risposta: per imporre il terrore, che è fonte di ogni obbedienza.
La dottrina militare nega senza mezzi termini la propaganda politica: far soffrire le popolazioni civili è uno dei modi per vincere la guerra; torturare è uno dei modi per annientarle; raggiungere la loro coscienza è uno dei modi per conquistare la loro anima (i bombardamenti degli Alleati alla fine della Seconda Guerra Mondiale lo attestano ampiamente – la questione di sapere se il fine giustifica i mezzi è un altro discorso).
Forse ancora dubitate e pensate che tali mezzi non faranno che spingere dei non combattenti a prendere le armi e a rafforzare l’esercito delle ombre [2]. Ma i soldati di tutto il mondo lo sanno bene e rispondono con grande chiarezza: le vittime del terrore umano non si vendicano; esse soffrono in silenzio e non sognano altro che la pace per seppellire i loro morti. Non solo: le vittime innocenti finiscono spesso per chiedere protezione ai loro aguzzini. Infine, demoralizzate da tanta sofferenza e da tanta violenza, finiscono per accettare la mano che il nemico tende loro dall’altro lato della pistola.
Durante la guerra d’Algeria, i militari francesi (soprattutto i Colonnelli Trinquier e Lacheroy) hanno elaborato una dottrina che mette al centro dei conflitti armati le popolazioni civili [3] (gli Inglesi avevano già avuto un approccio simile in Kenya all’inizio degli anni ’50, dove avevano volontariamente massacrato interi villaggi di non combattenti, ma non avevano ancora pensato di farne una dottrina degna di essere insegnata nelle scuole militari).
Non più obiettivi involontari di una guerra brutale, le popolazioni civili diventano invece l’obiettivo militare da conquistare e da distruggere in nome di obiettivi umani, troppo umani. La tortura, le esecuzioni sommarie, i bombardamenti di civili non sono più solo crimini di guerra, ma parte di una strategia militare al servizio di una causa politica. I Colonnelli Trinquier e Lacheroy esporteranno questa dottrina nelle scuole militari americane che sapranno farne buon uso nei paesi dell’America Latina, soprattutto in America Centrale, nei cinquant’anni che seguirono la guerra d’Algeria [4].
bombe democraticheLe legioni atlantiste che, sotto l’egida della NATO, sono partite all’attacco della l’ex Jugoslavia, dell’Afghanistan e della Libia hanno ugualmente applicato questa dottrina per tentare d’imporre l’American Way of Life e il liberismo trionfante alle popolazioni refrattarie. La dottrina militare dello shock and awe (colpisci e terrorizza) applicata dagli Stati Uniti durante l’invasione dell’Irak nel 2003 non è che la riattivazione di questa dottrina da parte di teorici interessati ad aggiornare il corpus dottrinario militare americano. Gli autori di questo rimaneggiamento, Harlan Ullman e James Wade [5], prendono come esempio i bombardamenti di Hiroshima e di Nagasaki da parte degli Stati Uniti nell’agosto del 1945 e descrivono senza mezzi termini l’effetto desiderato: si tratta di infliggere distruzioni di massa, di natura umana o materiale, al fine d’influenzare una società nella direzione desiderata da parte di chi attua l’operazione colpisci e terrorizza, anziché attaccare direttamente obiettivi puramente militari [6].
Come si vede, questa nozione di «danni collaterali» nasconde in realtà un terrorismo di Stato [7], un terrorismo di massa, un terrorismo occidentale al quale i media occidentali si adattano facilmente poiché esso è opera dei loro padroni atlantisti. In verità, fanno qualcosa di più che adattarvisi: essi commettono un crimine mediatico quando usano il termine «danni collaterali» per mascherare le azioni terroristiche dei loro leader dalle mani lorde di sangue.
Ѐ interessante osservare che questo terrorismo di Stato occidentale è, preso nel suo insieme, più assassino del terrorismo islamico (che ai nostri occhi non ha maggiori giustificazioni), terrorismo islamico che può essere, inoltre, come nel caso della Libia e della Siria, un prezioso strumento degli obiettivi geostrategici degli Occidentali e delle loro élites.
Pertanto, il terrorismo sembra essere il cuore della dottrina e delle strategie militari delle democrazie occidentali. Per lottare con efficacia contro il terrorismo, cosa che i nostri dirigenti affermano di fare con tanta energia, bisognerebbe avere il coraggio di intraprendere un duro combattimento contro noi stessi. In caso contrario, la morte della democrazia sarà (se non è già avvenuta) il danno collaterale del nostro cinismo e della nostra ipocrisia.

[1] Esattamente come in Vietnam, in Cambogia, in America Centrale e in ex Jugoslavia, per citare solo qualche altro esempio
[2] ‘L’Armée des Ombres’, titolo di un romanzo di Joseph Kessel sulla Resistenza, è un’espressione che utilizziamo per indicare le varie forme di resistenza civile all’oppressione
[3] Per uno studio generale sul tema degli squadroni della morte, leggere il libro di Marie-Monique Robin, «Les escadrons de la mort. L’école française», 2004, La Découverte
[4] Vedere, per un’analisi di questa dottrina militare: «De la guerre coloniale au terrorisme d’État», di Maurice Lemoine, Le Monde Diplomatique, novembre 2004
[5] Harlan K. Ullman, James P. Wade, «Shock And Awe: Achieving Rapid Dominance» (National Defense University, 1996)
[6] «The second example is “Hiroshima and Nagasaki” noted earlier. The intent here is to impose a regime of Shock and Awe through delivery of instant, nearly incomprehensible levels of massive destruction directed at influencing society writ large, meaning its leadership and public, rather than targeting directly against military or strategic objectives even with relatively few numbers or systems. The employment of this capability against society and its values, called “counter-value” in the nuclear deterrent jargon, is massively destructive, strikes directly at the public will of the adversary to resist, and ideally or theoretically, would instantly or quickly incapacitate that will over the space of a few hours or days». Op. Cit., capitolo 2, pagina 23
[7] Il terrorismo in quanto uso di mezzi violenti miranti a terrorizzare una popolazione a fini politici

(Fonte – traduzione e introduzione di M. Guidoni)

Ipocrisia anglo-americana

“Tanto più odioso appare l’inferno di fuoco scatenato dall’aviazione britannica, per il fatto che due settimane dopo lo scoppio della guerra il primo ministro inglese Chamberlain aveva dichiarato: «Indipendentemente dal punto dove altri potranno giungere, il governo di Sua Maestà non farà mai ricorso all’attacco deliberato contro donne e bambini per fini di mero terrorismo». In realtà i piani per bombardamenti indiscriminati e terroristici avevano cominciato a prender forma nel corso del Primo conflitto mondiale: mentre esso si trascinava senza giungere alla conclusione, Churchill «aveva previsto per il 1919 un attacco di mille bombardieri su Berlino». Tali piani continuano ad essere sviluppati dopo la vittoria. E cioè, si potrebbe dire imitando lo sbrigativo modo di argomentare degli ideologi oggi alla moda, il paese-guida in quel momento dell’Occidente liberale programmava un nuovo “genocidio” mentre portava a termine quello iniziato il 1914. In ogni caso, proprio l’Inghilterra diventa la protagonista della distruzione sistematica inflitta alle città tedesche ancora sul finire della Seconda guerra mondiale (si pensi in particolare a Dresda), una distruzione programmata e condotta con l’obiettivo dichiarato di non lasciare via di scampo alla popolazione civile, inseguita e inghiottita dalle fiamme, bloccata nel suo tentativo di fuga dalle bombe a scoppio ritardato, e spesso mitragliata dall’alto.
Queste pratiche appaiono tanto più sinistre se si pensa alla dichiarazione fatta da Churchill nell’aprile del 1941: «Ci sono meno di 70 milioni di unni malvagi. Alcuni (some) di questi sono da curare, altri (others) da uccidere». Se non al vero e proprio genocidio, come ritiene Nolte, è chiaro che qui si pensa comunque ad uno sfoltimento massiccio della popolazione tedesca. È in questa prospettiva che possiamo collocare la campagna di bombardamenti strategici: «Nel 1940-45, Churchill liquidò gli abitanti di Colonia, Berlino e Dresda come fossero unni». Non meno spietato si rivelò il primo ministro britannico nel ritagliare la zona d’influenza di Londra e nel liquidare sistematicamente le forze partigiane considerate ostili o sospette. Eloquenti sono le disposizioni impartite al corpo di spedizione inglese in Grecia: «Non esitate ad agire come se vi trovaste in una città conquistata in cui si fosse scatenata una rivolta locale». E ancora: «Certe cose non si devono fare a metà».
Veniamo ora alla Guerra fredda. Qualche tempo fa “The Guardian” ha rivelato che tra il 1946 e il 1948 la Gran Bretagna approntò in Germania campi dove erano destinati ad essere rinchiusi comunisti o elementi sospettati di simpatie per il comunismo, vere o presunte spie sovietiche: «Le immagini mostrano le facce stravolte e sofferenti di giovani uomini dal fisico scheletrico, sottoposti per mesi alla privazione del cibo e del sonno, bastonati ripetutamente ed esposti a bassissime temperature. Trattamenti disumani che provocarono la morte di alcuni detenuti». Ad esservi rinchiuse «furono anche dozzine di donne cui non fu risparmiata la tortura». Per metterla in atto venivano utilizzati strumenti talvolta ereditati dalla Gestapo; in effetti, si tratta di campi «degni dei lager nazisti». Come si vede, emerge di continuo il confronto tra le pratiche messe in atto nel Novecento dalla Gran Bretagna e le pratiche care al Terzo Reich.
A risultati non diversi giungiamo allorché ci occupiamo degli Stati Uniti. In questo caso l’ipocrisia che abbiamo visto caratterizzare Chamberlain raggiunge il suo apice. Subito dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale è Franklin D. Roosevelt a condannare come contrari ai sentimenti di «ogni uomo e donna civile» e alla «coscienza dell’umanità», e come espressione di «disumana barbarie», i bombardamenti aerei che colpiscono la popolazione civile. Successivamente, a dar prova di una «disumana barbarie» ancora più accentuata è per l’appunto la macchina da guerra statunitense, che procede alla distruzione sistematica e terroristica delle città giapponesi e partecipa attivamente all’analoga operazione messa in atto contro le città tedesche. Non vanno neppure sottovalutati i bombardamenti che si abbattono sull’Italia, che mirano anch’essi a colpire la popolazione civile e a minarne il morale. A metterlo in evidenza è lo stesso F. D. Roosevelt: «Faremo assaggiare agli italiani il gusto di un vero bombardamento, e sono più che certo che essi non resteranno in piedi sotto una pressione come questa». La campagna di bombardamenti terroristici culmina, sotto l’amministrazione Truman, nel ricorso all’arma nucleare contro un paese ormai allo stremo. È da aggiungere un particolare ulteriormente raccapricciante: è stato fatto notare che per lo meno l’annientamento della popolazione civile di Hiroshima e Nagasaki, più che il Giappone vicino alla capitolazione, aveva di mira l’Unione Sovietica, cui veniva lanciato un pesante avvertimento. Dunque: siamo in presenza di due atti di terrorismo su larghissima scala e per di più trasversale: si massacrano decine e decine di migliaia di civili inermi del vecchio nemico (anzi dell’ex nemico che ci si appresta a trasformare in alleato) al fine di terrorizzare l’alleato, già preso di mira quale nuovo nemico e quale nuovo bersaglio delle pratiche genocide appena sperimentate!
Ma la guerra in Asia si presta a ulteriori considerazioni. Ormai è largamente accolta negli Stati Uniti la tesi secondo cui l’attacco di Pearl Harbor è stato ben previsto (e in realtà provocato con un embargo petrolifero che lasciava al Giappone ben poche alternative). Ma, una volta che l’attacco si verifica, la guerra è condotta da Washington all’insegna di un’indignazione morale certamente ipocrita, alla luce di quello che ora sappiamo, ma tanto più micidiale. Non si tratta solo della distruzione delle città. Si pensi alla mutilazione dei cadaveri e persino alla mutilazione del nemico che ha ancora gli ultimi sussulti di vita, in modo da ricavarne souvenir, spesso ostentati in modo tranquillo od orgoglioso. È soprattutto significativa l’ideologia che presiede a queste pratiche: i giapponesi sono bollati in quanto «subumani», col ricorso ad un categoria centrale del discorso nazista. E a questo discorso siamo di nuovo condotti allorché vediamo F. D. Roosevelt accarezzare l’idea della «castrazione» da infliggere ai tedeschi. Questi, a guerra finita, vengono rinchiusi in campi di concentramento dove, per puro sadismo o per puro spirito di vendetta, sono costretti a subire la fame, la sete e privazioni e umiliazioni di ogni genere, mentre sul popolo sconfitto nel suo complesso aleggia lo spettro della morte per inedia.
Sempre a proposito dello statista che forse più di ogni altro è stato stilizzato quale campione della libertà: egli non modifica la politica tradizionalmente seguita da Washington in America Latina, e nel 1937 giunge al potere in Nicaragua, grazie alla Guardia Nazionale messa in piedi dagli USA, un dittatore sanguinario quale Anastasio Somoza. Sul piano interno: le città costruite sotto l’amministrazione di F. D. Roosevelt continuano ad escludere esplicitamente gli afroamericani; anzi, «gli alloggi per i lavoratori impegnati nella difesa, costruiti o finanziati dal governo durante la Seconda guerra mondiale, furono deliberatamente sottoposti ad una segregazione più rigida persino di quella in vigore negli alloggi delle comunità circostanti». Peraltro, «anche le forze armate mantennero una rigida segregazione durante la guerra». C’è di più: nonostante la sollecitazione di settori del partito repubblicano, «il presidente non spinse mai per un progetto di legge contro i linciaggi», i quali continuarono nel sud ad essere inscenati come spettacolo per una massa di uomini, donne e bambini che si godevano la visione delle umiliazioni e delle torture più sadiche e del supplizio inflitto alla vittima, un supplizio lento, prolungato il più possibile, interminabile (intra, pp. 302-3).
Infine, dopo aver celebrato nel gennaio 1941 gli Stati Uniti come il paese che evolve incessantemente e in modo pacifico, «senza campi di concentramento», subito dopo lo scoppio della guerra, a questa istituzione totale F. D. Roosevelt fa ricorso per privare sovranamente e collettivamente della libertà, senza distinzioni di età o di sesso, la comunità statunitense di origine giapponese.”

Da Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, di Domenico Losurdo, Carocci editore, pp. 250-253.
[grassetti nostri]

Okinawa

Okinawa è la prefettura più meridionale e più povera del Giappone.
Con i suoi 726 chilometri quadrati di superficie è grande pressoché quanto Los Angeles ed è l’isola più grande dell’arcipelago delle Ryukyu. La capitale, Naha, è molto più vicina a Shanghai che a Tokyo e la cultura di queste zone riflette forti influenze cinesi. In passato le Ryukyu erano un regno indipendente, poi annesse al Giappone nel tardo XIX secolo, nello stesso periodo in cui le Hawaii vennero annesse agli Stati Uniti.
Nel 2005, Okinawa ospitava trentasette delle ottantotto basi militari statunitensi presenti in Giappone. Le basi di Okinawa coprono un totale di 233 chilometri quadrati, ossia il 75% di tutto il territorio occupato da installazioni militari USA sul suolo giapponese, nonostante l’isola rappresenti solo lo 0,6% del territorio dell’intero arcipelago.
Il Giappone, come la Germania, è una pietra angolare del dispositivo militare statunitense sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Se la fedeltà del Giappone dovesse venir meno, tutta la struttura USA in Asia Orientale finirebbe probabilmente per crollare. Nel novembre 2004, secondo statistiche del Pentagono, gli Stati Uniti avevano 36.365 militari in uniforme in Giappone, senza contare gli 11.887 marinai della Settima Flotta distaccati presso le basi di Yokosuka (prefettura di Kanagawa) e di Sasebo (prefettura di Nagasaki), alcuni dei quali, a turno, sono in servizio per mare. A questi vanno aggiunti i 45.140 dipendenti che lavorano nelle basi, i 27.019 impiegati civili del dipartimento della Difesa ed i circa 20.000 giapponesi che collaborano con le forze USA in mansioni che vanno dalla manutenzione dei campi da golf al servizio come camerieri nei molti locali riservati agli ufficiali fino alla traduzione dei giornali giapponesi per conto della CIA e della Defense Intelligence Agency. E si tenga conto che Okinawa, anche in assenza di tutti questi ospiti stranieri, sarebbe comunque un’isola sovrappopolata: con una densità demografica di quasi 2.200 unità per chilometro quadrato, è una delle aree maggiormente popolate del mondo. In termini assoluti, vi risiedono 1,3 milioni di abitanti circa.
L’isola principale di Okinawa fu teatro dell’ultima grande battaglia della seconda guerra mondiale, nonché dell’ultimo successo militare colto dagli Stati Uniti in Asia orientale. Circa 14.000 americani e 234.000 giapponesi, tra soldati e civili, persero la vita in quella feroce campagna durata tre mesi, così sanguinosa che divenne la principale giustificazione per i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. La battaglia durò da aprile a giugno del 1945 e devastò completamente l’isola.
Dal 1945 al 1972 gli ufficiali militari americani governarono Okinawa come una loro esclusiva proprietà. Nel 1952 la concessione di Okinawa fu il prezzo che il governo nipponico dovette pagare in cambio della firma di un immediato trattato di pace e del trattato di sicurezza nippo-americano, che segnò la fine dell’occupazione. Molti abitanti di Okinawa credono ancora che l’imperatore Hirohito li abbia sacrificati nel 1945 in un’inutile battaglia intesa a ottenere migliori condizioni di resa dagli alleati e che Tokyo li abbia poi sacrificati di nuovo nel 1952 per permettere al resto del paese di riconquistare la propria indipendenza e godere i primi frutti di una rinnovata prosperità economica. In quest’ottica, il Giappone accettò abbastanza di buon grado il trattato di sicurezza nippo-americano in quanto la maggior parte delle basi militari statunitensi erano dislocate in un’isoletta dell’estremo sud, dove tutti i problemi correlati alla loro presenza poterono essere ignorati dalla maggioranza della popolazione.
Le due grandi guerre americane contro il comunismo asiatico – in Corea ed in Vietnam – non avrebbero potuto essere combattute senza basi militari sul territorio giapponese. Quegli avamposti militari furono teste di ponte d’importanza vitale in Asia, nonché rifugi sicuri, invulnerabili agli attacchi di Corea del Nord, Cina, Vietnam e Cambogia. Allorché, al culmine della guerra del Vietnam, le proteste degli abitanti di Okinawa contro i B-52, i bar, i bordelli*, le scorte di gas nervino ed i crimini commessi dai soldati raggiunsero l’apice, gli Stati Uniti si decisero a restituire ufficialmente l’isola al Giappone. Nulla tuttavia cambiò in termini di presenza militare.
Negli anni Novanta la vita quotidiana sull’isola era di gran lunga migliore rispetto al periodo in cui il territorio era soggetto all’esclusiva giurisdizione americana. Il Giappone profuse cospicue somme di denaro, ben comprendendo che l’economia postbellica del paese fosse stata alimentata in parte a spese dei locali e che fosse dunque necessario un trasferimento di ricchezza. Sebbene Okinawa sia ancor oggi la prefettura più povera del Giappone, alla fine degli anni Novanta ha raggiunto il 70 per cento del livello di ricchezza nazionale.

*In Corea del Sud, sin dai tempi della guerra sono sorti enormi accampamenti militari (kijich’on) tutt’intorno alle basi americane. Ha scritto Katharine Moon: “Queste basi fungono in un certo senso da vetrina della presenza militare americana in Corea, caratterizzate da viuzze appena illuminate con insegne al neon intermittenti tipo Lucky Club, Top Gun o King Club. Musica country o da discoteca a volume altissimo rimbomba per le vie, dove uomini ubriachi scatenano risse e in cui soldati americani in divisa e truccatissime donne coreane passeggiano avvinghiati palpeggiandosi reciprocamente il sedere”. Fino al ritiro delle forze armate americane dalle Filippine nel 1992, la città di Olongapo, adiacente la base navale americana di Subic Bay, non aveva nessuna industria eccezion fatta per quella dell’”intrattenimento”, con circa 55.000 prostitute ed un totale di 2.182 strutture registrate, che offrivano “riposo e divertimento” ai militari statunitensi.