Ascoltatori italiani buonasera!

51e9Mf3qFOL._SX352_BO1,204,203,200_Voice of America e l’Italia 1942-1957
di Simona Tobia,
Libraccio Editore, 2014, pp. 216

Per quindici anni, a cavallo tra seconda guerra mondiale e Guerra Fredda, la Voce dell’America portò nelle case degli Italiani una versione della ‘verità’ confezionata dai propagandisti di Washington. Con un budget di svariati milioni di dollari, negli anni Cinquanta l’emittente arrivò a trasmettere in 45 lingue in tutto il mondo, e l’Italia fu da subito in cima alla lista dei Paesi nel mirino della diplomazia culturale delle amministrazioni Truman e Eisenhower.
Questo libro prende in esame tutto ciò che avveniva a microfoni spenti, dai legami tra intelligence, politiche governative statunitensi e radio italiana, fino ai network creati per conquistare i cuori e le menti degli ascoltatori della RAI. Una stretta collaborazione, che si realizzò nonostante la fiera resistenza di alcuni suoi dirigenti, permise alla RAI di trasmettere regolarmente programmi prodotti a New York e Washington dalle agenzie governative americane, e di lanciare quello che presto sarebbe diventato uno dei personaggi più importanti del broadcasting italiano: Mike Bongiorno.

[Dello stesso autore: Advertising America]

Il mito della guerra buona

pauwels“L’edizione riveduta di Jacques Pauwels di The Myth of the Good War [Il mito della guerra buona], contiene importanti e significativamente nuove ricerche e contribuisce a una considerazione storicamente più accurata e più critica del ruolo degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Il libro dimostra che molti capitalisti statunitensi e funzionari di governo ebbero un atteggiamento amichevole verso i regimi fascisti prima della guerra e anche dopo l’inizio della guerra, che Washington rimase neutrale nel conflitto fino a quando la neutralità servì gli interessi capitalistici e che questi interessi – non già la vantata causa della libertà e della democrazia – determinarono come gli Stati Uniti entrarono, combatterono e conclusero la guerra.
Pauwels rifiuta le opere convenzionali “buoniste” sulla partecipazione degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Invece, prendendo a prestito una frase di Michael Parenti, Pauwels esplora le “verità sporche” nelle azioni degli Stati Uniti prima, durante e dopo la guerra. Concentrandosi sull’economia politica e gli interessi della classe capitalista degli Stati Uniti e dell’elite al potere, attraverso la ricostruzione critica del contesto storico della guerra, l’autore è in grado di spiegare il coinvolgimento di Washington nel conflitto più catastrofico della storia come il prodotto dell’imperialismo.
(…)
Entro metà dell’estate del 1945, i leader giapponesi sapevano di essere stati sconfitti e stavano cercando un modo per arrendersi. Anche se i Sovietici stavano preparandosi per attaccare le forze giapponesi in Cina, Truman non volle il loro aiuto. Mentre la guerra stava per finire, Truman era determinato a riaffermare e ampliare il potere prebellico degli Stati Uniti in Asia, senza alcuna concessione all’Unione Sovietica. Attingendo alla ricerca di altri storici, Pauwels mostra che il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki non era militarmente necessario, ma era invece destinato a garantire l’acquiescenza di Stalin all’ordine globale del dopoguerra dettato dagli Stati Uniti. Come sottolinea l’autore, questo “ricatto nucleare” fallì e condusse a cinquanta anni di Guerra Fredda, con gravi conseguenze per l’intero pianeta.
Pauwels scrive acutamente che mentre l’Unione Sovietica fu utile agli Stati Uniti come alleato durante la guerra, divenne utile come nemico dopo. Invocando lo spettro del cosiddetto “impero del male”, i leader di governo e i capitalisti degli Stati Uniti potevano sostenere massicce spese militari per lo stato di guerra, razionalizzare la corsa agli armamenti nucleari e giustificare gli interventi militari in tutto il mondo.
L’opera scrupolosamente ricercata e ben scritta di Pauwels dimostra in modo convincente che il ruolo del governo degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale fu in gran parte determinato dagli interessi della classe capitalista del Paese, non dagli alti ideali di libertà e democrazia professati. Questa importantissima comprensione storica, anche se ancora controversa, è stata affrontata da alcuni altri autori, ma il libro di Pauwels è probabilmente il più completo e penetrante riguardo le motivazioni e le azioni dei governi inglese e statunitense prima, durante e dopo la guerra.
Molto può ancora essere appreso dalle importanti conclusioni dell’autore sulla più sanguinosa e distruttiva deflagrazione della storia, rivelatasi decisamente “buona” per gli Stati Uniti che emersero dalla guerra come la più potente potenza imperialista del pianeta. Questo volume rende così un contributo sostanziale per comprendere le origini dell’imperium dominante nel mondo del dopoguerra in capo agli Stati Uniti.”

Da Il mito della guerra buona: gli USA nella Seconda Guerra Mondiale, di David Smith.

La Cina è vicina (agli Stati Uniti)

A partire soprattutto dallo scoppio della Guerra fredda, per decenni la campagna anticomunista dell’Occidente ha ruotato attorno alla demonizzazione di Stalin. Sino al momento della disfatta dell’Unione Sovietica, non era il caso di esagerare nella polemica contro Mao, e neppure contro Pol Pot, fino all’ultimo appoggiato da Washington contro gli invasori vietnamiti e i loro protettori sovietici. Il mostro gemello di Hitler era uno solo: aveva imperversato per trent’anni a Mosca e continuava a pesare in modo funesto e massiccio sul paese che osava sfidare l’egemonia degli USA.
Il quadro non poteva non cambiare con l’ascesa prodigiosa della Cina: ora è il grande paese asiatico che dev’essere incalzato sino a smarrire la sua identità e la sua autostima. Al di là di Stalin l’ideologia dominante è impegnata a individuare altri mostri gemelli di Hitler. Ed ecco riscuotere un grande successo internazionale un libro che bolla Mao Zedong come il più grande criminale del Novecento o forse di tutti i tempi.
Le modalità della “dimostrazione” sono quelle che già conosciamo: si prendono le mosse dall’infanzia del “mostro” piuttosto che dalla storia della Cina.
(…)
Questa storia tragica alle spalle della rivoluzione dilegua nella storiografia e nella pubblicistica che ruotano attorno al culto negativo degli eroi. Se nella lettura della storia della Russia si procede alla rimozione del Secondo periodo dei disordini, per il grande paese asiatico si sorvola sul Secolo delle umiliazioni (il periodo che va dalla Prima guerra dell’oppio alla conquista comunista del potere). Come in Russia, anche in Cina a salvare la nazione e persino lo Stato è in ultima analisi la rivoluzione guidata dal partito comunista. Nella biografia già citata su Mao Zedong non solo si ignora il retroterra storico qui sommariamente ricostruito, ma il primato dell’orrore a carico del leader comunista cinese viene conseguito mettendo sul suo conto le vittime provocate dalla carestia e dalla fame che hanno afflitto la Cina. Un rigoroso silenzio viene osservato sull’embargo inflitto al grande paese asiatico subito dopo l’avvento al potere dei comunisti.
Su quest’ultimo punto conviene allora consultare il libro di un autore statunitense che descrive in modo simpatetico il ruolo di primo piano svolto nel corso della Guerra fredda dalla politica di accerchiamento e strangolamento economico messa in atto da Washington ai danni della Repubblica popolare cinese. Continua a leggere

John Hopkins University, Bologna: studiare, e non solo

In questo articolo daremo qualche informazione sulla Paul H. Nitze School of Advanced International Studies (SAIS, Scuola di Studi Internazionali Avanzati) di Bologna, spesso identificata semplicemente come la “Johns Hopkins di Bologna”, ovvero la sezione italiana della SAIS della Johns Hopkins University di Washington.
Il ruolo e gli obiettivi “profondi” di questa istituzione “italiana” sono impliciti nelle vicende della sua storia e dei suoi protagonisti e nel modo in cui si è sempre posta  in relazione con l’ambiente esterno; crediamo che per i lettori di questo blog non sarà difficile riconoscerli.
La Johns Hopkins University è stata fondata nel 1876 negli USA. Dopo 130 anni di attività, essa si pone oggi come leader nell’insegnamento e nella ricerca in numerose discipline. Oltre alle relazioni internazionali, l’università ha altri corsi come quelli in medicina, economia, scienze naturali, ingegneria e musica. Le sedi di questi diversi dipartimenti si trovano tutti nell’area di Baltimora – Washington, compresa la sede del dipartimento che si occupa delle relazioni internazionali, la già citata Paul H.Nitze School of Advanced International Studies, la casa madre di quella italiana, che ha sede nell’area del Dupont Circle di Washington.
A differenza degli altri rami fondati a fine XIX ed inizio XX secolo, la nascita della SAIS è relativamente recente. Essa fu fondata come scuola autonoma nel 1943, durante la seconda guerra mondiale,  da due uomini di stato che faranno significative carriere nel governo statunitense, Christian A. Herter e Paul H. Nitze.
Dal primo prende nome il comitato (Herter Committee) che nel 1947 ha presentato la relazione dalla quale sono scaturite le proposte che hanno portato al Piano Marshall del presidente Truman e sarà, tra le altre cose, segretario di Stato sotto Eisenhower; il secondo coprirà importanti ruoli nella maggior parte dei governi USA del dopoguerra ed è il principale autore del significativo National Security Council Report 68 firmato dal presidente Truman nel 1950, un documento importante per il cambiamento generale della politica estera statunitense verso una strategia globale di contenimento dell’URSS e che fu confermata dalle amministrazioni successive. Sarà proprio Nitze a dare il nome alla scuola di studi internazionali. Continua a leggere

Ipocrisia anglo-americana

“Tanto più odioso appare l’inferno di fuoco scatenato dall’aviazione britannica, per il fatto che due settimane dopo lo scoppio della guerra il primo ministro inglese Chamberlain aveva dichiarato: «Indipendentemente dal punto dove altri potranno giungere, il governo di Sua Maestà non farà mai ricorso all’attacco deliberato contro donne e bambini per fini di mero terrorismo». In realtà i piani per bombardamenti indiscriminati e terroristici avevano cominciato a prender forma nel corso del Primo conflitto mondiale: mentre esso si trascinava senza giungere alla conclusione, Churchill «aveva previsto per il 1919 un attacco di mille bombardieri su Berlino». Tali piani continuano ad essere sviluppati dopo la vittoria. E cioè, si potrebbe dire imitando lo sbrigativo modo di argomentare degli ideologi oggi alla moda, il paese-guida in quel momento dell’Occidente liberale programmava un nuovo “genocidio” mentre portava a termine quello iniziato il 1914. In ogni caso, proprio l’Inghilterra diventa la protagonista della distruzione sistematica inflitta alle città tedesche ancora sul finire della Seconda guerra mondiale (si pensi in particolare a Dresda), una distruzione programmata e condotta con l’obiettivo dichiarato di non lasciare via di scampo alla popolazione civile, inseguita e inghiottita dalle fiamme, bloccata nel suo tentativo di fuga dalle bombe a scoppio ritardato, e spesso mitragliata dall’alto.
Queste pratiche appaiono tanto più sinistre se si pensa alla dichiarazione fatta da Churchill nell’aprile del 1941: «Ci sono meno di 70 milioni di unni malvagi. Alcuni (some) di questi sono da curare, altri (others) da uccidere». Se non al vero e proprio genocidio, come ritiene Nolte, è chiaro che qui si pensa comunque ad uno sfoltimento massiccio della popolazione tedesca. È in questa prospettiva che possiamo collocare la campagna di bombardamenti strategici: «Nel 1940-45, Churchill liquidò gli abitanti di Colonia, Berlino e Dresda come fossero unni». Non meno spietato si rivelò il primo ministro britannico nel ritagliare la zona d’influenza di Londra e nel liquidare sistematicamente le forze partigiane considerate ostili o sospette. Eloquenti sono le disposizioni impartite al corpo di spedizione inglese in Grecia: «Non esitate ad agire come se vi trovaste in una città conquistata in cui si fosse scatenata una rivolta locale». E ancora: «Certe cose non si devono fare a metà».
Veniamo ora alla Guerra fredda. Qualche tempo fa “The Guardian” ha rivelato che tra il 1946 e il 1948 la Gran Bretagna approntò in Germania campi dove erano destinati ad essere rinchiusi comunisti o elementi sospettati di simpatie per il comunismo, vere o presunte spie sovietiche: «Le immagini mostrano le facce stravolte e sofferenti di giovani uomini dal fisico scheletrico, sottoposti per mesi alla privazione del cibo e del sonno, bastonati ripetutamente ed esposti a bassissime temperature. Trattamenti disumani che provocarono la morte di alcuni detenuti». Ad esservi rinchiuse «furono anche dozzine di donne cui non fu risparmiata la tortura». Per metterla in atto venivano utilizzati strumenti talvolta ereditati dalla Gestapo; in effetti, si tratta di campi «degni dei lager nazisti». Come si vede, emerge di continuo il confronto tra le pratiche messe in atto nel Novecento dalla Gran Bretagna e le pratiche care al Terzo Reich.
A risultati non diversi giungiamo allorché ci occupiamo degli Stati Uniti. In questo caso l’ipocrisia che abbiamo visto caratterizzare Chamberlain raggiunge il suo apice. Subito dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale è Franklin D. Roosevelt a condannare come contrari ai sentimenti di «ogni uomo e donna civile» e alla «coscienza dell’umanità», e come espressione di «disumana barbarie», i bombardamenti aerei che colpiscono la popolazione civile. Successivamente, a dar prova di una «disumana barbarie» ancora più accentuata è per l’appunto la macchina da guerra statunitense, che procede alla distruzione sistematica e terroristica delle città giapponesi e partecipa attivamente all’analoga operazione messa in atto contro le città tedesche. Non vanno neppure sottovalutati i bombardamenti che si abbattono sull’Italia, che mirano anch’essi a colpire la popolazione civile e a minarne il morale. A metterlo in evidenza è lo stesso F. D. Roosevelt: «Faremo assaggiare agli italiani il gusto di un vero bombardamento, e sono più che certo che essi non resteranno in piedi sotto una pressione come questa». La campagna di bombardamenti terroristici culmina, sotto l’amministrazione Truman, nel ricorso all’arma nucleare contro un paese ormai allo stremo. È da aggiungere un particolare ulteriormente raccapricciante: è stato fatto notare che per lo meno l’annientamento della popolazione civile di Hiroshima e Nagasaki, più che il Giappone vicino alla capitolazione, aveva di mira l’Unione Sovietica, cui veniva lanciato un pesante avvertimento. Dunque: siamo in presenza di due atti di terrorismo su larghissima scala e per di più trasversale: si massacrano decine e decine di migliaia di civili inermi del vecchio nemico (anzi dell’ex nemico che ci si appresta a trasformare in alleato) al fine di terrorizzare l’alleato, già preso di mira quale nuovo nemico e quale nuovo bersaglio delle pratiche genocide appena sperimentate!
Ma la guerra in Asia si presta a ulteriori considerazioni. Ormai è largamente accolta negli Stati Uniti la tesi secondo cui l’attacco di Pearl Harbor è stato ben previsto (e in realtà provocato con un embargo petrolifero che lasciava al Giappone ben poche alternative). Ma, una volta che l’attacco si verifica, la guerra è condotta da Washington all’insegna di un’indignazione morale certamente ipocrita, alla luce di quello che ora sappiamo, ma tanto più micidiale. Non si tratta solo della distruzione delle città. Si pensi alla mutilazione dei cadaveri e persino alla mutilazione del nemico che ha ancora gli ultimi sussulti di vita, in modo da ricavarne souvenir, spesso ostentati in modo tranquillo od orgoglioso. È soprattutto significativa l’ideologia che presiede a queste pratiche: i giapponesi sono bollati in quanto «subumani», col ricorso ad un categoria centrale del discorso nazista. E a questo discorso siamo di nuovo condotti allorché vediamo F. D. Roosevelt accarezzare l’idea della «castrazione» da infliggere ai tedeschi. Questi, a guerra finita, vengono rinchiusi in campi di concentramento dove, per puro sadismo o per puro spirito di vendetta, sono costretti a subire la fame, la sete e privazioni e umiliazioni di ogni genere, mentre sul popolo sconfitto nel suo complesso aleggia lo spettro della morte per inedia.
Sempre a proposito dello statista che forse più di ogni altro è stato stilizzato quale campione della libertà: egli non modifica la politica tradizionalmente seguita da Washington in America Latina, e nel 1937 giunge al potere in Nicaragua, grazie alla Guardia Nazionale messa in piedi dagli USA, un dittatore sanguinario quale Anastasio Somoza. Sul piano interno: le città costruite sotto l’amministrazione di F. D. Roosevelt continuano ad escludere esplicitamente gli afroamericani; anzi, «gli alloggi per i lavoratori impegnati nella difesa, costruiti o finanziati dal governo durante la Seconda guerra mondiale, furono deliberatamente sottoposti ad una segregazione più rigida persino di quella in vigore negli alloggi delle comunità circostanti». Peraltro, «anche le forze armate mantennero una rigida segregazione durante la guerra». C’è di più: nonostante la sollecitazione di settori del partito repubblicano, «il presidente non spinse mai per un progetto di legge contro i linciaggi», i quali continuarono nel sud ad essere inscenati come spettacolo per una massa di uomini, donne e bambini che si godevano la visione delle umiliazioni e delle torture più sadiche e del supplizio inflitto alla vittima, un supplizio lento, prolungato il più possibile, interminabile (intra, pp. 302-3).
Infine, dopo aver celebrato nel gennaio 1941 gli Stati Uniti come il paese che evolve incessantemente e in modo pacifico, «senza campi di concentramento», subito dopo lo scoppio della guerra, a questa istituzione totale F. D. Roosevelt fa ricorso per privare sovranamente e collettivamente della libertà, senza distinzioni di età o di sesso, la comunità statunitense di origine giapponese.”

Da Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, di Domenico Losurdo, Carocci editore, pp. 250-253.
[grassetti nostri]

E annessione sia!

city lights

Caro presidente, Se non vi disturbo e se il mio messaggio non vi trova mal disposto, vogliate accettare l’umile appello di un giovane che è molto lontano dall’America e vi chiede aiuto per la realizzazione di un sogno che fino ad oggi non è riuscito ad avverare. Permettete che mi presenti. Il mio nome è Salvatore (….). Sono stato annessionista fin dalla fanciullezza (…) [ma] non ho potuto mostrare palesemente i miei sentimenti (…) seguivo da vicino la libertà politica portata dagli americani, (….) Ci occorre la cosa più essenziale; il vostro appoggio morale. Voi potreste, ed a ragione, chiedere: “Qual’è il fattore più importante che vi spinge a questa lotta per la separazione dall’Italia?” (…) Perché in anni di unità nazionale, o, per essere esatti, in anni di schiavitù all’Italia, siamo stati depredati e trattati come una misera colonia. Per queste ragioni noi vogliamo unirci agli Stati Uniti d’America (…). Signore, vi preghiamo di ricordare che centinaia di migliaia di uomini aspettano d’essere liberati.
È una lettera all’allora presidente Harry Truman di Salvatore Giuliano (1922-1950), notissimo bandito e indipendentista palermitano negli anni dopo la seconda guerra mondiale. All’epoca la Sicilia aveva un suo partitino che sognava la pura e semplice annessione dell’isola a Washington. E Giuliano, bandito per lo Stato, era addirittura “colonnello” nei ranghi dell’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana): un misterioso crogiuolo di umori secessionistici locali, connessioni con i servizi segreti americani, contiguità ad ambienti fascisti ma anche socialisti. Ma che c’entra il bandito Giuliano con noi? Beh, le analogie con la situazione vicentina non mancano. Con lo Stato italiano, e Roma capitale, il Veneto ha ormai – si sa – un rapporto conflittuale. Ci sentiamo guardati con sufficienza e disprezzo. La locomotiva economica del paese tira, s’ingegna, lavora, dà moltissimo al paese, mentre Roma – come la cicala della favola – sperpera. Dai oggi, dai domani, viene da pensare, prima o poi qualcosa ci restituiranno. Macchè. Chiedi la TAV, e non ci sono i soldi (ma per il ponte sullo Stretto di Messina, che avrebbe fatto inorridire il bandito Giuliano, sì). Chiedi di tenere un po’ di tasse prodotte sul territorio, e ti guardano come fossi matto. E quando Roma si ricorda di noi, è ancora per chiedere: ci serve fare un’altra base militare, ci date il vostro aeroporto?
A questo punto, guardiamo ai fatti. Vicenza è già oggi la città più americana d’Italia. Con la nuova base lo sarà ancora di più. Per popolazione, numero di installazioni militari (abbiamo perso il conto), presenza abitativa sul territorio. Abbiamo dato i natali ad Amy Adams (diva hollywodiana in irresistibile ascesa, guardatela sculettare bellissima in “La guerra di Charlie Wilson”). Abbiamo stregato il Comandante Petraeus (astro degli alti comandi militari a stelle e strisce), diplomato Sharon Tate, ospitato valanghe di soldati in partenza per la guerra. Abbiamo perfino un vino (il clinto) che si chiama quasi come uno degli ultimi presidenti americani. E se guardate bene la copertina un po’ provocatoria di questo mese, vedrete come si sposano l’architettura vicentina a quella d’oltreoceano: non a caso, si sa, il disegno della Casa Bianca deriva dall’influenza palladiana. E allora, cosa aspettiamo? Fatto 30, facciamo 31: torniamo alla vera madrepatria, assimilata fin da bambini a suon di film e telefilm. Si, chiediamo l’anschluss allo Zio Sam anche noi. Sai i vantaggi poi! Per il popolo delle partite IVA il sistema delle tasse americano sarebbe una manna. Gli hamburger ai vicentini già piacciono e molto. E non sarebbe bellissimo avere al liceo la squadra di football con le majorette e il ballo di fine anno? Attendiamo solo il nostro Salvatore che prenda carta e penna, e scriva: Caro presidente Obama…

[Lettera al presidente degli Stati Uniti di America pubblicata nel numero estivo di CityLights]