Dall’assassinio di “Afrika” alle atrocità di Attica

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Il razzismo dei poliziotti copre la repressione sistemica di 38 milioni di Afroamericani.
Regime del terrore nelle Guantanamo nazionali. Su 7 milioni di detenuti e in libertà condizionata più della metà sono neri, mentre costituiscono il 12,5% della popolazione.

Continua a correre sangue afroamericano sulle strade degli Stati Uniti: cinque assassinii ad opera delle “forze dell’ordine” in poco più di due mesi. Dopo Ferguson nel Missouri, Staten Island nello Stato di New York ed altrove è stato il turno di Los Angeles dove sei poliziotti, dopo averlo immobilizzato, hanno ucciso con cinque colpi di pistola un giovane nero affetto da disturbi mentali noto con il nomignolo di “Afrika”. Se l’omicidio non fosse stato filmato da un passante, il caso sarebbe stato archiviato con la formula tradizionale della legittima difesa degli agenti minacciati dall’ucciso. Lo stesso giorno, lunedì 2 marzo, il Presidente Barack Obama ha chiesto che indagini indipendenti vengano condotte sugli omicidi di Ferguson e di Staten Island per “ripristinare la fiducia dell’opinione pubblica nelle forze dell’ordine”. Nell’assassinio di Los Angeles, come in quelli che lo hanno preceduto, è stato denunciato dai benpensanti il razzismo degli assassini: una denunzia motivata dal fatto che le vittime sono quasi sempre nere e le Beretta 9 sono sempre impugnate da agenti bianchi. Un più vasto giro di orizzonti sulla storia degli Stati Uniti degli ultimi quarant’anni, pur non ignorando la causale razzista, evidenzia in questi assassinii e nel trattamento spietato dei detenuti neri nei penitenziari USA una persecuzione sistemica ed una repressione violenta e generalizzata dei 38 milioni di afroamericani – il 12,5% della popolazione – nella land of the free and the home of the brave.
Le motivazioni sottaciute ma palesi in una lettura sia pur benevola della storia della “terra dei liberi e della casa dei coraggiosi” sono chiare e si riassumono nel potenziale eversivo, ribellistico se non rivoluzionario della gente di colore – il bianco apparentemente non è un colore. Tralasciamo gli antefatti di Nat Turner o di Abrahm Lincoln, il grande emancipatore che nella sua preveggenza aveva consigliato agli ex-schiavi di emigrare nell’isola di Barbados e torniamo ai nostri tempi. Tutti coloro che ricordano solo “I have a dream” di Martin Luther King preferiscono ignorare la radicalizzazione dell’Apostolo della Pace che aveva visto quel sogno infranto e sepolto dagli eventi seguiti alla marcia di Washington: malgrado i progressi sulla carta dell’integrazione razziale, le ulteriori perdite di diritti civili da parte della sua gente, la disgregazione e la non osservanza delle “quote” nell’assunzione di manodopera, la guerra nel Vietnam, l’aumento esponenziale dei detenuti neri. Il rev. King era diventato un rivoluzionario, molto vicino a Malcom X e alle Black Panthers che rivendicavano il diritto all’autodifesa armata contro la violenza sanguinaria della polizia: questa si affrettò a trucidarne dirigenti e militanti. L’assassinio di King nel 1968 e l’arresto del suo esecutore, ma non dei mandanti, suggellarono quel capitolo e ne promossero un altro già aperto anni prima e poi esteso con metodi illegali, anti-costituzionali e segreti a tutti gli esponenti del dissenso, neri o bianchi che fossero: prese il nome di “Cointelpro (Counter Intelligence Program), Richard Nixon lo portò ad estremi mai prima toccati grazie anche allo zelo dello FBI. Il Federal Investigation Bureau persegue, è vero, i linciaggi magari con ritardi di venti anni, ma le vittime del Ku Klux Klan sono diventate oggi quelle delle “forze dell’ordine”. Un’esagerazione? Sembra proprio di no, a giudicare da quanto è accaduto il 9 agosto 2011 nel carcere di massima sicurezza di Attica e dal procedimento giudiziario aperto il 2 marzo scorso nel piccolo centro di Varsavia, stato di New York.
Non credo che i corrispondenti italiani negli Stati Uniti abbiano mai visitato Attica come facemmo noi nel settembre 1971, quando i detenuti in gran parte afroamericani si ribellarono, presero 9 ostaggi e occuparono la grande struttura carceraria. Quattro giorni dopo, quando le trattative con gli insorti erano giunte a buon punto il governatore dello stato, Nelson Rockefeller scatenò la guardia nazionale, la polizia statale e le guardie carcerarie contro gli insorti e pose fine all’occupazione con 43 morti, compresi i nove ostaggi uccisi dalle mitragliatrici degli attaccanti. Le punizioni e le torture di centinaia di detenuti, primo tra tutti John Smith, detto “Big Black” – divenuto poi nostro grande amico – furono estreme e vennero solo alla luce durante una causa protrattasi per 19 anni intentata dall’avvocato dei diritti civili Elizabeth Fink e conclusasi con un risarcimento di 12 milioni di dollari ai parenti delle vittime.
Il regime del terrore instaurato dalle guardie è continuato e ha assunto un profilo istituzionale di inusitata ferocia. Lo ha documentato l’inchiesta di Tom Robbins, difensore dei diritti civili dei detenuti, pubblicata dal New York Times il 28 febbraio u.s.. L’incidente del 9 agosto 2011 viene descritto in ogni minimo particolare: durante la distribuzione della posta sui corridoi del Blocco C, i detenuti avevano reagito verbalmente all’insulto di una guardia carceraria, avevano cioè violato la regola del silenzio. Era stato ordinato il “lock in”, il ritorno dei detenuti nelle celle, poi tre guardie carcerarie avevano sottoposto ad un bestiale pestaggio durato sei minuti uno dei detenuti, il ventinovenne afroamericano George Williams, ricoverato poi in infermeria con fuoriuscita di un globo oculare, tre costole e una caviglia spezzate, ematomi cranici e perdita della conoscenza. Se non fosse stato per l’assistente sanitaria di nuova nomina Katherine Tara che dopo aver constatato l’eccezionalità del caso “al di là di un normale uso della forza” aveva ottenuto il ricovero d’urgenza del Williams in un ospedale esterno, il caso non sarebbe mai venuto alla luce e il processo a carico delle tre guardie carcerarie non avrebbe mai avuto luogo anche se l’esito di un’assoluzione degli indiziati è più che probabile, accompagnato forse da un risarcimento di qualche migliaio di dollari alla vittima.
Dal 1971 al 1992 come corrispondente di un quotidiano romano e poi del TG3 abbiamo visitato altri penitenziari di massima sicurezza e non solo quelli dov’era rinchiusa Silvia Baraldini (anche se bianca e cittadina italiana venne sottoposta a prolungati isolamenti in cella, deprivazione sensoria, sonno interrotto ogni venti minuti per mesi e mesi ed altre amenità del genere).
Se Guantanamo verrà mai chiusa, non verranno certo chiuse le numerose Guantanamo della Repubblica Stellata: il primato di Attica nella repressione e deumanizzazione dei detenuti afroamericani viene eguagliato e spesso superato dalle “correctional facilities” di Marion nell’Illinois, di Pelican Bay in California, di Florence in Colorado, di Reiford in Florida, di Angola in Louisiana, di Atmore Holman in Alabama e di un’altra dozzina di penitenziari. I tagliagole dell’ISIS propagandano a fini terroristici le loro atrocità, il regime del terrore istituzionalizzato nelle carceri USA viene tenuto nascosto tranne le poche rare eccezioni quando viene alla luce per interventi esterni di enti umanitari non controllati dal “Department of Justice” o da omicidi, come quello di Los Angeles, perpetrati nelle strade delle città e filmate da cineamatori.
Un’ultima statistica: sono 7 milioni i detenuti, quelli in libertà condizionata e sottoposti a sorveglianza giudiziaria mediante bracciali elettronici. Più della metà sono afroamericani, mentre, ripetiamo, rappresentano solo il 12,5% della popolazione statunitense che nel 2012 aveva raggiunto e superato i 316 milioni. E questa guerra non dichiarata contro i neri d’America continua a imperversare nel Grande Impero d’Occidente.
Lucio Manisco

Droni e discriminazione: diciamo basta

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Il 10 dicembre, Giornata Internazionale dei Diritti Umani, il Magistrato federale Matt Whitworth mi ha condannata a tre mesi di carcere per aver varcato il confine di una base militare che conduce la guerra coi droni. La punizione per il nostro tentativo di parlare in nome di gente disperata e intrappolata all’estero, sarà ora un’opportunità per parlare con la gente intrappolata dalle prigioni e dalla povertà qui negli Stati Uniti.
Il nostro processo si è basato sull’accusa di sconfinamento avvenuto il 1 giugno 2014.  Io e Georgia Walker siamo state immediatamente arrestate non appena abbiamo messo piede nella base dell’Air Force di Whiteman in Missouri, dove i piloti guidano i droni che vanno a colpire l’Afghanistan e altri Paesi.  Portavamo con noi una pagnotta di pane e una lettera per il generale di brigata Glen D. Van Herck.  In tribunale, abbiamo sostenuto di non aver agito con intenzioni criminali ma, al contrario, di aver esercitato il nostro diritto (e la responsabilità) sancito dal Primo Emendamento, quello cioè alla riunione pacifica allo scopo di ottenere giustizia.
Un gruppo di amici afghani mi aveva affidato un semplice messaggio di protesta, che loro non potevano consegnare personalmente: “Per favore, smettete di ucciderci”.
Sapevo che la gente con cui sono vissuta, nello sforzo di mettere fine alle guerre, anche perché le loro comunità subiscono i bombardamenti dei droni, avrebbero capito il simbolismo della richiesta di spezzare il pane con il comandante della base.
Il giudice Whitworth ha detto di comprendere la nostra opposizione alla guerra, ma che ci avrebbe potuto consigliare almeno cento altri modi per sostenere il nostro punto di vista senza infrangere la legge.
L’accusa aveva chiesto sei mesi di reclusione, il massimo della pena. “La signorina Kelly deve essere rieducata”, ha sostenuto uno zelante, giovane avvocato militare. Il giudice ha letto velocemente un riassunto di quattro pagine di accuse e ha convenuto che non avevo ancora imparato a non infrangere la legge.
Quello che ho imparato dalle esperienze del passato in carcere è che il sistema di giustizia penale utilizzata l’incarcerazione come arma contro imputati che spesso non hanno quasi alcun mezzo per difendersi. L’accusa può minacciare un imputato con un’onerosa sentenza di condanna a una lunga pena detentiva, accompagnata da pesanti multe se l’imputato rifiuta il patteggiamento.
Nel suo articolo “Perché gli innocenti si dichiarano colpevoli,” Jed S. Rakoff richiama l’attenzione sull’istituto del patteggiamento che fa sì che meno del 3% dei casi federali vada a processo. “Dei 2,2 milioni di cittadini statunitensi ora in carcere” scrive Rakoff, “più di 2 milioni sono quelli che hanno accettato il patteggiamento dettato dai pubblici ministeri del governo, che hanno in realtà anche dettato la sentenza.”
“Nel 2012, la condanna media degli imputati federali per reati di droga che accettavano un qualunque tipo di patteggiamento era di cinque anni e quattro mesi,” scrive Rakoff, “mentre la condanna media per gli accusati che andavano a processo era di sedici anni”.
Una cosa è leggere del razzismo vergognoso e della discriminazione del sistema di giustizia penale statunitense, un’altra è sedere accanto a una donna che si trova ad affrontare dieci o più anni di carcere, isolata dai bambini che non ha tenuto per anni, e sentire da lei le circostanze che l’hanno portata in prigione.
Molte donne detenute, impossibilitate a trovare un lavoro dignitoso nell’economia legale, si rivolgono all’economia sommersa. Molti miei lontani parenti, parecchie generazioni orsono, conoscevano molto bene quest’economia. Non riuscivano a trovare lavoro, come immigrati irlandesi, e così entravano nel business del contrabbando di alcolici in tempi in cui l’alcol era proibito. Ma, per dieci anni, nessuno li mandò in prigione quando venivano catturati.
Le donne detenute possono sentirsi attraversate da ondate di colpa, di rimorso, di sfida e di disperazione. Nonostante le dure punizioni che si trovano a fronteggiare, le emozioni forti e l’isolamento traumatico, la maggior parte delle donne che ho incontrato in carcere hanno mostrato una straordinaria forza di carattere.
Quando ero nel carcere “Pekin”, ero solita vedere uomini giovani, incatenati e ammanettati, scendere in massa dal bus per trascorrere il loro primo giorno nel carcere di medio-alta sicurezza della porta accanto. La sentenza media era di 27 anni. Sapevamo che sarebbero diventati vecchi, molti di loro nonni, prima di uscire di nuovo.
Gli USA sono il leader mondiale indiscusso della detenzione, così come sono il leader del dominio militare. Su 28 vittime dei droni, solo una è un obiettivo intenzionale, che sia colpevole o innocente. Un terzo delle donne detenute nelle prigioni di tutto il mondo si trovano, in questo momento, nelle prigioni statunitensi.  I reati che più minacciano la sicurezza e la vita della gente negli Stati Uniti restano, naturalmente, quelli dei potenti, delle corporazioni che sporcano i nostri cieli col carbone e le piogge acide, vendono armi in un globo già sofferente, distruggono fabbriche e intere economie alla ricerca di facile ricchezza, e mandano i nostri giovani in guerra.
Molto probabilmente gli amministratori delegati delle grandi aziende che producono prodotti dannosi per la sopravvivenza umana non saranno mai accusati né tanto meno condannati per alcun reato. Io non voglio vederli incarcerati. Voglio vederli rieducati.
Ogni volta che ho lasciato una prigione degli Stati Uniti, mi sono sentita come se stessi lasciando la scena di un crimine. Quando torno negli Stati Uniti da siti della nostra produzione di guerra all’estero, ho gli stessi sentimenti. Riemergere nel mondo normale sembra equivalere ad accettare un contratto, che ci impegna a dimenticare le punizioni che infliggiamo ai poveri. Sono invitata a dimenticare la gente ancora imprigionata dentro i mondi da incubo che abbiamo creato per loro.
Il 23 gennaio 2015, quando entrerò in una qualunque prigione il Bureau of Prisons scelga, avrò poco tempo per ristabilire il contatto con la realtà sopportata dalla gente incarcerata. Non si tratta della rieducazione come la intendono il giudice e il pubblico ministero, ma mi aiuterà a essere un’abolizionista più empatica e consapevole, con la volontà di metter fine a tutte le guerre.
Kathy Kelly

(Fonte – traduzione di M. Guidoni)

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Strumenti di tortura: “Migliaia di carcerati statunitensi tenuti in isolamento per anni”

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Circa 80mila persone negli Stati Uniti sono tenute in isolamento per anni, che non è nulla di meno di una tortura. Il sistema carcerario americano necessita di essere messo sotto pubblico esame, dice Alexis Agathocleous, del Centro per i Diritti Costituzionali, a Russia Today.

RT: La California ha la popolazione carceraria più numerosa degli Stati Uniti. Puoi per favore descriverci le condizioni inumane di alcuni di questi prigionieri?
AA: Noi del Centro per i Diritti Costituzionali siamo, proprio in questo momento, coinvolti in una causa per i diritti civili che sfida l’uso che si fa in California dell’isolamento. Per l’uso dell’isolamento la California supera di gran lunga tutti gli altri Stati federali. Stanno chiudendo migliaia di prigionieri in isolamento e non c’è proprio nessun altro Stato nella nazione che detenga così tanti prigionieri in isolamento per periodi di tempo così incredibilmente lunghi. I nostri clienti sono attualmente detenuti in una cosiddetta “unità speciale di detenzione a Pelican Bay”. Pelican Bay è una prigione nel nord della California. Le persone coinvolte nelle nostre cause sono state tenute in isolamento in questa unità speciale dai 12 ai 23 anni. E molti di loro sono stati mandati a Pelican Bay dopo essere stati tenuti in isolamento in altre strutture carcerarie, alcuni sono stati in isolamento per 25 anni, altri per 30. Ciò che sappiamo per certo è che ci sono circa 500 prigionieri nella sola struttura di Pelican Bay che hanno passato almeno un decennio in isolamento. Sono numeri davvero impressionanti di persone rinchiuse in queste condizioni e per periodi di tempo incomparabili, noi sosteniamo che tutto ciò costituisca tortura.

RT: Puoi descriverci le ‘SHU’ (Security housing units – unità di detenzione) a Pelican Bay?
AA: Certamente. I prigionieri a Pelican Bay marciscono in anguste celle senza finestre per 22,5-24 ore al giorno, completamente soli. Nessuna luce naturale e nessuna interazione faccia a faccia con altri esseri umani. Il cibo è consegnato attraverso fessure metalliche da un agente carcerario, quel cibo è frequentemente freddo, marcio, senza valore nutrizionale. Come detto non hanno interazioni faccia a faccia con altri esseri umani, solo attraverso la porta con gli agenti carcerari e quando vengono trasportati in catene in una cella scoperta, conosciuta come “dog run”, un’ora al giorno per esercitarsi fisicamente. Non c’è attrezzatura se non una barra e un singolo asse. E sono portati lì incatenati. Viene negato il diritto alle telefonate, così non possono contattare le proprie famiglie. Le visite sono strettamente senza contatto, il che significa che non possono abbracciare o stringere la mano ai propri famigliari. E’ un’incredibile esperienza di isolamento. Fondamentalmente non c’è una comunicazione normale neanche tra prigionieri, l’unico modo per comunicare con un altro prigioniero è quello di strillare forte abbastanza da essere sentito attraverso le tubature o le mura, ma ognuna di queste comunicazioni può essere ritenuta un’evidenza di associazione criminale. Se infatti l’altro prigioniero appartiene a una banda, il tuo strillare può essere ritenuto una prova per tenerti ancora di più in isolamento. In altre parole, queste sono le condizioni incredibilmente dure che sono state imposte per decenni.

RT:  Molti attivisti per i diritti umani hanno espresso la loro preoccupazione per il trattamento dei detenuti. Ci sono stati progressi?
AA: Credo che nella nazione ci sia una consapevolezza degli effetti patologici dell’isolamento. C’è una crescente comprensione dei gravi effetti psicologici. Si comprende che un isolamento prolungato causi un pericolo significativo di degenerazione in forme irreversibili di malattia mentale e che provochi una costellazione di sintomi come ansia, insonnia, pensieri paranoici, allucinazioni. Come risultato di questa comprensione stiamo vedendo alcuni sviluppi positivi nella nazione. La prima seduta del Congresso sui problemi causati dall’isolamento ha avuto luogo la scorsa estate e si è visto che il governo federale sta fondamentalmente ripensando all’uso dell’isolamento nelle strutture federali. Contemporaneamente, diversi Stati federali hanno volontariamente ridotto il numero di prigionieri in isolamento, con risultati molto positivi. Ad esempio, il Maryland e il Mississippi hanno ridotto il numero di persone in isolamento senza che ciò minacciasse la pubblica sicurezza. In California stiamo partecipando a questa causa in nome dei prigionieri di Pelican Bay e intendiamo dimostrare che mettere delle persone in isolamento per periodi di tempo così lunghi porta un inaccettabile rischio di danno psicologico, e vogliamo chiaramente porre delle sfide di carattere costituzionale a questa pratica.

RT: Un gran numero di prigionieri sono rinchiusi per 23 ore al giorno. I funzionari carcerari sostengono che questo non dovrebbe essere considerato isolamento. Vuoi commentare queste dichiarazioni?
AA:  Credo che l’argomentazione per cui lasciare qualcuno un’ora al giorno fuori da una cella per fare esercizi in un’altra cella sia piuttosto esplicativa. Guardando a qualsiasi definizione di isolamento per il diritto internazionale, per gli standard dei diritti umani o ad ogni definizione di isolamento in qualsiasi causa, è riconosciuto che non esista un isolamento puro nel quale una persona sia detenuta tra quattro mura senza mai vedere un’altra persona. Semplicemente ciò non succede. Ma l’attuale definizione di isolamento comprende 22 ore di cella senza significativi contatti umani. E questo è certamente ciò che stiamo vedendo in California.

RT: Recentemente c’è stato uno sciopero della fame dei prigionieri. Puoi dirci perché i prigionieri stanno protestando e se questa protesta ha ottenuto qualche cambiamento?
AA: Assolutamente. Gli scioperi della fame di Pelican Bay – di fatto ce ne sono stati diversi – hanno visto i prigionieri adottare questa misura per sollevare l’attenzione necessaria sulle loro terribili condizioni. E quindi i prigionieri avevano letteralmente la volontà di rischiare la loro vita per attirare l’attenzione su cosa stesse loro accadendo da decadi e per smuovere le coscienze e la consapevolezza di queste violazioni dei diritti umani. Dopo il primo sciopero della fame del 2011 erano stati promessi loro diversi cambiamenti dal Dipartimento californiano di correzione, ma sfortunatamente questi cambiamenti non si sono mai materializzati. E così c’è stato un altro sciopero della fame la scorsa estate. Uno sviluppo molto positivo è venuto fuori dal fatto che il problema è stato preso in carico dal Legislatore californiano e ci sono due progetti di legge in attesa di essere discussi dall’Assemblea, in merito a cambiamenti nel processo attraverso il quale i prigionieri sono destinati all’isolamento; e speriamo che ciò modifichi alcune attuali condizioni. C’è quindi certamente attenzione per questo problema, sia nel Legislatore che nei tribunali e credo anche nella popolazione; penso che negli ultimi anni questo problema abbia trovato maggiore copertura sui media e la gente stia cominciando ad afferrare le implicazioni dell’abuso americano dell’isolamento. Negli Stati Uniti abbiamo all’incirca 80.000 persone al giorno in isolamento e ora che abbiamo una comprensione dell’impatto medico e psicologico, credo che vedremo un reale cambiamento nella pratica dell’isolamento.

RT: I critici sostengono che l’isolamento sia spesso usato per prigionieri che hanno commesso reati minori. Perché?
AA: Credo che sia molto importante capire che l’isolamento non è qualcosa imposto da un giudice o da un tribunale in base a ciò per cui sei condannato. Si viene messi in isolamento in base a procedimenti amministrativi gestiti dai funzionari carcerari. Questi hanno una larga discrezionalità nel decidere in merito al collocamento dei prigionieri. Così in California non devi essere coinvolto in associazioni a delinquere per essere messo in isolamento; non devi essere stato coinvolto in azioni violente o in altre azioni che indichino chiaramente la tua associazione criminale. Invece, in California si può essere mandati in isolamento per quanto gli ufficiali correzionali giudichino come appartenenza a un associazione criminosa. Ora, questa appartenenza viene interpretata in maniera incredibilmente larga. Quindi fra i nostri clienti, persone il cui nome è apparso in una lista di associati a bande criminose, solo il fatto di essere apparsi in questa lista ha determinato la loro condizione di isolamento. In altri casi, del materiale grafico di cui i nostri clienti sono stati trovati in possesso è stato sufficiente a determinarne l’associazione a bande criminose. Anche il possedere libri “black power” è stato ritenuto dai funzionari californiani come evidenza di associazione con una banda. In altre parole, c’è questa percezione sbagliata che l’isolamento sia riservato ai peggiori dei peggiori e che sia imposta solo a seguito di azioni pericolose e violente; ma non è così. Queste decisioni amministrative sono prese in una più ampia varietà di casi di quanto ci si possa aspettare.

RT: Molte prigioni negli Stati Uniti sono state privatizzate. Credi che le condizioni migliorerebbero se tutte le prigioni fossero gestite dallo Stato?
AA: Ovviamente una intera schiera di problematiche deriva dalla privatizzazione delle prigioni. Penso che sia molto importante che il nostro sistema penitenziario sia il più possibile sotto pubblico controllo e, ovviamente, la privatizzazione difende il sistema carcerario da questo tipo di esame. Ma, sfortunatamente, il problema è che l’isolamento sia utilizzato nel sistema penitenziario. E’ utilizzato in ogni genere di prigione, statali e federali; è onnipresente nel nostro sistema. Credo che solo adesso le persone stiano iniziando a mettere in dubbio la validità dell’isolamento e credo ci sia una crescente consapevolezza delle malattie e del mancato rispetto dei diritti umani associato all’isolamento. E stiamo vedendo un interrogarsi sul suo utilizzo, sia in istituti pubblici che in istituti privati.

[Fonte – traduzione di M. Janigro]

American Gulag 2013

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“L’incontrollata crescita dell’universo concentrazionario americano si è arrestata. Fino al 2008 ogni settimana 1.000 detenuti si aggiungevano al più grande esperimento di imprigionamento di massa dai tempi di Stalin, mentre ora una lieve diminuzione del numero dei detenuti fa ben sperare, anche se la situazione resta comunque senza confronti.
Poco meno di un milione e seicentomila carcerati gremiscono le prigioni statali e federali (quarant’anni fa erano duecentomila), settecentocinquantamila quelle locali (jails) e di questi cinquecentomila sono in attesa di giudizio. Con un po’ meno di centomila minori nei riformatori (e alcune migliaia nelle carceri per adulti) si arriva così a 2,4 milioni di detenuti.
Gli Stati Uniti d’America detengono il record mondiale di un carcerato ogni 125 abitanti, con un tasso di detenzione di 800 per 100.000. Ma, se aggiungiamo ai 2,4 milioni in prigione i 5 milioni che sono in libertà vigilata (probation e parole)2, arriviamo a un condannato ogni 40 abitanti e a un tasso di 2.466 per centomila. Nessuno sa quanti siano in libertà su cauzione (on bail) e in attesa di un giudizio che può anche perdersi nei meandri del sistema giudiziario.”

American Gulag di Claudio Giusti, aggiornato al 22 Settembre 2013, continua qui.

Sul caso Chico Forti e l’American Gulag

Cosa penso del caso Chico Forti, di Claudio Giusti
membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti

Se Enrico “Chico” Forti fosse stato condannato a morte tutto sarebbe più semplice: daremmo per scontata la sua colpevolezza e cercheremmo di salvargli la pelle. Ma Forti non ha una sentenza capitale e proclama la sua innocenza da uno dei supermax dell’American Gulag (1) dove sta scontando l’ergastolo senza possibilità di rilascio anticipato (LWOP) (2).
Le sue proteste d’innocenza non si trovano a cozzare solo contro la “mission impossible” di convincere una corte americana, ma anche contro il prudente scetticismo di chi, come noi abolizionisti, non ha l’abitudine di prendere per buona qualsiasi dichiarazione innocentista (3) e, per quanto ne sappiamo, l’unica cosa inusuale del processo Forti è stata la sua notevole lunghezza.
Malauguratamente del caso giudiziario e dei dodici anni di appelli sappiamo solo quel poco che raccontano gli amici di Forti. Non abbiamo il verbale del processo, gli opening statements e le istruzioni date alla giuria, non possediamo i writs of certiorari che hanno preparato i difensori nei sei tentativi d’appello, non conosciamo il punto di vista dell’Accusa e nemmeno quello del tanto vituperato collegio di difesa. Non abbiamo le cronache dei giornali della Florida e nemmeno una time table degli avvenimenti. Inoltre i media italiani hanno, con poche eccezioni, sposato acriticamente le lacunose tesi della famiglia Forti. Tuttavia, grazie ai documenti e alle interviste reperibili su Internet, è possibile farsi un’idea, per quanto approssimativa, dei fatti. Senza mettere in dubbio la buona fede degli amici di Forti faccio notare alcuni dei punti che non mi convincono.. Continua a leggere

Carceri-fabbriche negli USA

I prigionieri delle carceri federali che guadagnano ventitre centesimi di dollaro l’ora stanno producendo componenti high-tech per missili Patriot a lunga gittata, rampe di lancio per i missili anti-carro TOW (Tube-launched, Optically tracked, Wire-guided) e altri sistemi missilistici. Un articolo, pubblicato lo scorso marzo dal giornalista e ricercatore finanziario Justin Rohrlich di World in Reviews, merita una lettura attenta per capire tutte le implicazioni di questo inquietante sviluppo (minyanville.com)
La diffusione dell’utilizzo di carceri-fabbriche, che pagano salari da schiavi, per incrementare i profitti dei giganti corporativi militari, è un attacco frontale ai diritti di tutti i lavoratori.
Il lavoro carcerario, senza garanzie sindacali, straordinari, vacanze, pensioni, benefit, garanzie sulla salute e sicurezza o la Social Security, fabbrica anche componenti per i caccia bombardieri F-15 della McDonnell Douglas/Boeing, per gli F-16 della General Dynamics/Lockheed Martin e per gli elicotteri Cobra della Bell/Textron. Il lavoro carcerario produce occhiali per la vista notturna, giubbotti antiproiettile, mimetiche, strumenti radio e di comunicazione, sistemi d’illuminazione, componenti per i cannoni antiaerei da 30 mm a 300 mm insieme a spazza-mine e materiale elettro-ottico per tracciatori laser della BAE Systems Bradley Fighting Vehicle. I prigionieri riciclano il materiale elettronico tossico e revisionano i mezzi militari.
Il lavoro nelle prigioni federali è appaltato alla UNICOR, già conosciuta in precedenza come Federal Prison Industries, una corporazione in parte pubblica e a fine di lucro diretta dal Bureau of Prisons. In quattordici fabbriche carcerarie, più di tremila prigionieri producono materiale elettronico per la comunicazione terrestre, marina e aerea. L’UNICOR ora è il trentanovesimo assegnatario più grande del governo, con 110 fabbriche in 79 istituti penitenziari.
(…)
Le maggiori compagnie che traggono profitto dal lavoro carcerario comprendono Motorola, Compaq, Honeywell, Microsoft, Boeing, Revlon, Chevron, TWA, Victoria’s Secret ed Eddie Bauer.
IBM, Texas Instruments e Dell si fanno costruire i pannelli elettrici dai prigionieri del Texas. I reclusi del Tennessee hanno cucito jeans per Ksmart e JCPenney. Decine di migliaia di giovani che distribuiscono hamburger per un salario minimo da McDonald’s vestono uniformi cucite da lavoratori carcerati, che sono costretti a lavorare per molto meno.
In California, come in molti Stati, i prigionieri che si rifiutano di lavorare vengono spostati negli istituti disciplinari, perdono il diritto alla mensa e i crediti per rientrare nel programma di benefici per buona condotta, il “Good Time”, che allevia le loro sentenze.
Gli abusi sistematici, i pestaggi, l’isolamento prolungato e la deprivazione sensoriale, la mancanza di cure mediche rendono quelle americane tra le peggiori prigioni al mondo. Ironicamente, lavorare a condizioni estenuanti per qualche centesimo l’ora è considerato come una sorta di “premio” per buona condotta.
(…)
Nella spietata ricerca di massimizzare i profitti e di accaparrarsi ogni possibile fonte di guadagno, quasi ogni agenzia pubblica e di servizio sociale è stata esternalizzata a contractors privati in cerca di profitti.
(…)
La creazione di centinaia di carceri a scopo di lucro è tra le più raccapriccianti privatizzazioni.
La popolazione internata in queste prigioni private a scopo di lucro è triplicata nel periodo compreso tra il 1987 e il 2007. Nel 2007 c’erano 264 prigioni di questo tipo che avevano in custodia circa 99.000 prigionieri adulti (house.leg.state.mn.us, 24 febbraio 2009). Tra le aziende che operano in questi luoghi ci sono la Corrections Corporation of America, il GEO Group Inc. e il Community Education Centers.
I titoli obbligazionari delle prigioni garantiscono un profitto per gli investitori capitalisti come Merrill-Lynch, Shearson Lehman, American Express e Allstate. I prigionieri vengono barattati e spostati da uno Stato all’altro a seconda della convenienza degli accordi commerciali.
(…)

Da Il Pentagono e il lavoro schiavistico nelle carceri USA, di Sara Flounders.

I difensori dei diritti umani

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“Qui ci sono solo due possibilità. O abbiamo il più malvagio popolo sulla terra che abita negli Stati Uniti, oppure stiamo facendo qualcosa di drammaticamente sbagliato nel modo in cui trattiamo la questione della giustizia penale.”
Sen. Jim Webb

L’incontrollata crescita dell’universo concentrazionario americano sembra essersi arrestata.
Fino al 2008 ogni settimana 1.000 detenuti si aggiungevano al più grande esperimento di imprigionamento di massa dai tempi di Stalin, mentre ora, complice la crisi economica, si scorge uno spiraglio e una lieve diminuzione del numero dei detenuti fa ben sperare.
La situazione resta comunque senza confronti nel mondo civilizzato. (**)
Un milione e cinquecentomila carcerati riempiono le prigioni statali e federali (quarant’anni fa erano duecentomila), settecentocinquantamila quelle locali (jails) di cui cinquecentomila sono in attesa di giudizio; con centomila minori nei riformatori e alcune migliaia nelle carceri per adulti. [BJS – Sourcebook]
Gli Stati Uniti d’America detengono il record mondiale di un carcerato ogni 130 abitanti, con un tasso di detenzione di 767 per 100.000. Ma, se aggiungiamo ai 2,3 milioni in prigione i 5 milioni che sono in libertà vigilata (probation e parole), arriviamo a un condannato ogni 41 abitanti e a un tasso di 2.435 per centomila. Nessuno sa quanti siano in libertà su cauzione (bail) in attesa di un giudizio che può anche perdersi nei meandri del sistema giudiziario. [Courier Journal]
Un adulto americano ogni cento è dietro le sbarre [PEW] e per i maschi neri si arriva a uno ogni nove. [Liptak] Con i 5 milioni in probation e parole siamo a uno ogni 31. [PEW]. Ogni 48 uomini in età lavorativa uno è in prigione [CEPR], mentre sono 5 milioni (il 2% degli americani e il 14% dei neri) gli ex carcerati che hanno perso il diritto di voto [Economist]. Inoltre 47 milioni di americani hanno precedenti penali, 13 milioni per felonies [Bach]
Metà dei carcerati sono neri, ma questi sono solo il 13% della popolazione.
Se il tasso d’incarcerazione per i bianchi è di 400 per 100.000 per i neri è 2.500. Se poi si considerano solo i maschi il tasso per i bianchi sale a 700 mentre per i neri arriva a 5.000 ma in molti stati supera abbondantemente quota 10.000. Non stupisce quindi che in un quarto degli stati il 10% dei maschi neri sia in galera. Questo si spiega perché, pur essendo il 13% dei drogati, i neri sono il 35% degli arrestati per possesso di droga, il 55% dei processati per questo reato e il 75% di quelli che stanno scontando una pena per questo delitto. [Prisonsucks – ICJ – Webb]
Un terzo dei ventenni di colore è in prigione o in libertà vigilata e per i giovani neri passare un periodo di tempo in cella è un “rito di passaggio” come lo era per noi fare il servizio militare. Il loro tasso d’incarcerazione è di 13.000 per centomila, mentre per i loro coetanei bianchi è di 1.700. [Sentencing Project – HRW]
Ci sono più ragazzi neri in prigione che all’università [Donohoe – BBC] Continua a leggere