PREMESSA:
scriveva John Kleeves, in “Vecchi trucchi”, un aureo libretto dedicato alle strategie ed alla prassi della politica estera statunitense pubblicato nell’ormai lontano 1991 ma ancora estremamente attuale:
“La politica estera americana è determinata da due fattori: il modo in cui gli Stati Uniti sono organizzati politicamente all’interno, ed il carattere degli americani. Per quanto riguarda l’organizzazione politica interna c’è da dire che gli Stati Uniti sono un’oligarchia, e precisamente un’oligarchia basata sulla ricchezza. (…) Il secondo fattore… è il carattere degli americani. Ogni popolo ha nel carattere un elemento saliente, che domina su tutti gli altri e li condiziona. Questo elemento nel caso degli americani è chiarissimo: è l’ingordigia, l’avidità di cose materiali. Se fosse vero che l’uomo è un misto di materia e spirito, allora sarebbe giusto dire che gli americani sono fatti quasi esclusivamente della prima. Gli americani insomma adorano il denaro, che a loro non basta mai. Essi hanno come scopo nella vita quello di arricchire, uno scopo che in loro è del tutto fine a se stesso. (…)
Alla fine, visti l’organizzazione politica interna ed il carattere nazionale, gli Stati Uniti sono sinteticamente così descrivibili: un’oligarchia mercantile ossessivamente ed aggressivamente dedita ad aumentare la propria ricchezza. L’obiettivo della politica estera americana è così determinato: esso non può essere altro che quello di agevolare le attività economiche all’estero dei propri imprenditori in modo che siano le più proficue possibili. (…) Si comprende meglio la politica estera americana – la si capisce anzi perfettamente – se si pensa agli Stati Uniti non come ad un paese come un altro, ma come un’enorme impresa commerciale privata, con un bilancio aziendale pari ad un terzo del bilancio di tutti i paesi del mondo messi assieme, privata ma armata, dotata di un “esercito aziendale”…
Gli Stati Uniti dai loro rapporti col mondo vogliono dunque questo: esportarvi ed investirvi proficuamente, il più proficuamente possibile. Tali esigenze meramente economiche si trasformano rapidamente in precise esigenze politiche. (…)
Le esportazioni più proficue sono quelle che si rivolgono ad un paese ad economia di mercato, e dove il governo non pone tariffe o restrizioni di sorta alle importazioni. (…) Anche gli investimenti più proficui sono quelli fatti in un paese ad economia di mercato.”
Estremista? Visionario?
Beh, portiamo un mattone a sostegno della tesi di Kleeves.
Il 24 aprile 1999, la NBC trasmise una puntata del programma di John McLaughlin, “One on One”, che vedeva la partecipazione di due ospiti: il generaleWilliam Odom ed il professor Harvey Sapolsky. Ci concentreremo su alcune affermazioni fatte dal generale Odom.
Egli fu presentato come un laureato di West Point con un dottorato conseguito alla Columbia University. Ha prestato servizio nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale del presidente Jimmy Carter e, durante l’amministrazione Reagan, nell’ufficio dei Capi di Stato Maggiore per l’intelligence ed al servizio del direttore dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale (la NSA, il servizio informazioni delle Forze Armate). All’epoca della trasmissione era direttore degli Studi sulla Sicurezza Internazionale all’Hudson Institute ed insegnava Organizzazione e Sistema Politico al dipartimento di Scienze Politiche del prestigioso MIT, dove dirigeva anche il Programma di Sicurezza. Il generale Odom ha al suo attivo anche numerosi libri.
Quello che fosse (sia) il vero scopo della NATO è stato svelato proprio all’inizio dell’intervista con il generale Odom, realizzata nel corso della trasmissione televisiva.
Odom: “La NATO fu creata non come molti credono per difendere contro la minaccia militare sovietica. I francesi nella discussione non menzionarono neppure l’Unione Sovietica. Volevano che la NATO si occupasse della questione tedesca. I britannici volevano che la NATO mantenesse gli Stati Uniti in Europa”.
McLaughlin: “Saremo noi a dirigere l’Europa?”
Odom: “Paga. Sì.”
McLaughlin: “Perché paga?”
Odom: “Oggi siamo più ricchi per questo. Siamo stati un’eternità in Corea, in Giappone ed in Germania, e ha pagato… se guarda al passato e vede cosa è successo negli anni, ci siamo arricchiti sempre più.”
McLaughlin: “ Gli Stati Uniti possono difendere i propri interessi in Europa senza la NATO?”
Odom: “No , perché in Europa realizziamo i nostri interessi, che consistono nel preservare sistemi democratici liberali con prospere economie di mercato. Quando succede, ci arricchiamo.”
19 MAGGIO 2008, ore 15.00
Piazza G. Matteotti - Novara
Presidio in prefettura contro la costruzione, l’assemblaggio e la
commercializzazione dei cacciabombardieri F-35 Joint Strike Fighter (JSF) presso la base di Cameri (NO).
Il 14 febbraio 2007 il Parlamento Europeo ha approvato definitivamente la relazione della commissione d’inchiesta sui voli CIA in Europa presentata dall’europarlamentare Claudio Fava. Il rapporto accusa quattordici Paesi europei di complicità con la CIA nel sequestro e nel trasporto di sospetti terroristi nel territorio dell’Unione Europea e critica l’operato dell’Alto Rappresentante per la politica estera europea, Javier Solana.
Il Parlamento Europeo ha denunciato la mancanza di cooperazione da parte di molti Stati membri nonché del Consiglio dell’Unione Europea nei confronti della commissione, la quale ha ascoltato circa duecento testimoni. Oltre l’Italia, dove i magistrati hanno chiesto il rinvio a giudizio di trentaquattro persone (tra cui ventisei agenti segreti statunitensi e due ex dirigenti del Sismi, il servizio segreto militare italiano) accusate di essere coinvolte nel rapimento di Abu Omar, gli altri Paesi chiamati in causa sono Regno Unito, Germania, Svezia, Austria, Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro, Danimarca, Belgio, Turchia, Macedonia e Bosnia.
Il progetto statunitense di scudo antimissilistico in Europa Orientale, i cui costi ammonterebbero a circa 5 miliardi di dollari, ha suscitato non poche perplessità anche negli ambienti istituzionali europei, e tedeschi in particolare.
Ad iniziare dal ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier, che in un’intervista pubblicata dall’Allgemeine Sonntagszeitung il 19 marzo 2007, ha avvertito Washington di non cercare di dividere l’Europa in “vecchia” e “nuova”. Anche il presidente del SPD, Kurt Beck, ha criticato gli Stati Uniti per il loro tentativo di cooptare gli europei in chiave antirussa, dichiarando alla Bild che il suo partito non vuole una nuova corsa agli armamenti in stile Guerra Fredda.
Lo stesso ex leader socialdemocratico Gerhard Schroeder, dopo più di un anno di assenza dalle scene, è riapparso per affermare che “gli Stati Uniti stanno tentando un ridicolo accerchiamento della Russia che è tutto tranne che nell’interesse dell’Europa”, ossia quello di “collegare più strettamente la Russia alle strutture europee” (gasdotto North Stream docet).
Dal canto suo Joshka Fisher, il verde già Ministro degli Esteri nel governo Schroeder, ha smesso la veste del pacifista ed invocato un esercito comune europeo per affrancarsi dalla tutela a stelle e strisce. “A mio avviso si tratta di un errore” ha infine chiosato il Ministro della Difesa Franz Jung.
Nonostante il Parlamento Europeo abbia invitato il Consiglio dell’Unione Europea e l’Alto Rappresentante per la politica estera, Javier Solana, ad occuparsi direttamente della questione, nulla è stato fatto sotto questo riguardo, contraddicendo nei fatti le ambizioni dichiarate dell’Unione Europea di definire una propria politica di difesa ed istituire un esercito cosiddetto europeo.
Nel frattempo, fra le parti direttamente interessate i negoziati sono proseguiti.
Dopo che nell’autunno 2007 l’esecutivo dei gemelli Kaczynski è stato rimpiazzato dal governo di Donald Tusk, il nuovo ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha dichiarato che il suo governo doveva riconsiderare i vari costi e rischi dell’operazione, affermando inoltre che il progetto ha origini unicamente statunitensi e che i polacchi non si sentono affatto minacciati dall’Iran. “Dobbiamo discutere a fondo non solo dei benefici, ma anche dei rischi. Non può essere che siamo gli unici a pagare dei costi”. La virata polacca, più che un ripensamento della propria politica estera, può essere letta sotto la lente del pragmatismo. Varsavia sta infatti negoziando con gli Stati Uniti degli aiuti per la formazione e l’equipaggiamento del suo esercito, ed il passo indietro sullo scudo potrebbe mascherare la volontà di trattare da una posizione più forte. Sikorski non ne ha fatto mistero quando ha affermato di attendersi un’offerta statunitense tale da convincere la maggioranza del Parlamento, visto che esso dovrà comunque ratificare ogni eventuale accordo.
Questioni non dissimili da quelle affrontate durante i negoziati intercorsi con la Repubblica Ceca, dove dovrebbe essere ricollocato il radar attualmente in uso sull’atollo di Kwajalein nell’Oceano Pacifico. Le richieste formulate agli statunitensi dal Primo Ministro ceco Mirek Topolanek riguardano il raggiungimento di un accordo per facilitare le procedure dei visti di ingresso e, soprattutto, la partecipazione ad almeno cinque progetti di ricerca in campo militare. Probabilmente per fronteggiare adeguatamente quella che Topolanek ha definito – in un discorso pronunciato alla Heritage Foundation di Washington - la “rinnovata politica imperialista “ della Russia, che “utilizzando una aspra retorica, vuole spargere i semi della confusione tra gli alleati occidentali al fine di indebolire la NATO”. Senza accorgersi del proprio involontario umorismo, Topolanek ha quindi concluso il proprio intervento affermando che “è un imperativo storico della nazione ceca non diventare ancora un burattino di interessi militari stranieri”.
In occasione del recente Vertice NATO di Bucarest, le diplomazie statunitensi e ceche hanno comunicato la conclusione dei negoziati, e che la firma del relativo accordo (e di quello che regola lo stazionamento delle truppe americane nella Repubblica Ceca) sarebbe giunta entro il mese di maggio. A fine aprile è poi giunto l’annuncio di uno slittamento a giugno, causato da impedimenti “logistici” del Segretario di Stato USA Condoleezza Rice. Il trattato sarà successivamente sottoposto alla per nulla scontata ratifica parlamentare ed infine dovrà essere controfirmato dal Presidente ceco Vaclav Klaus.
Il sito dove dovrebbe essere installato il radar dello scudo antimissilistico USA nella Repubblica Ceca è un vecchia base dell’esercito sovietico, adesso terreno di manovra dell’esercito ceco, ad 80 km dalla frontiera tedesca ed a 70 km da Praga. Il terreno confina con il minuscolo (80 abitanti) comune di Trokavec, dove il 17 marzo 2007 si è svolto un simbolico referendum durante il quale 71 dei 72 votanti si sono espressi contro l’installazione del radar. Prendendo esempio dall’iniziativa del sindaco di Trokavec, diversi altri primi amministratori della regione hanno organizzato a loro volta delle consultazioni pubbliche, non prima di aver rifiutato la proposta di aiuti finanziari proveniente dal governo ceco in cambio del loro assenso all’installazione della base. Aiuti che sono stati qualificati come “pizzo”.
Sulle altitudini del vicino paese di Jince ci sono invece le due vecchie caserme, con campi di gioco e parcheggi rifatti a nuovo, che dovrebbero ospitare i 200 soldati statunitensi addetti al radar con potenza di 500 megawatt (tanti da far ipotizzare a molti, effetti non proprio benefici sulla salute, causa inquinamento elettromagnetico).
Secondo i sondaggi più recenti, quasi il 70% dei cechi si oppone all’installazione dello scudo, con l’opposizione socialdemocratica, i comunisti ed i pacifisti che chiedono a gran voce, ma inascoltati, un referendum popolare in merito. Nulla in tal senso è sortito dalla massiccia manifestazione dello scorso 17 novembre 2007, che ha visto scendere in piazza decine di migliaia di persone.
D’altro canto, chi in un referendum (locale) aveva avuto la possibilità di pronunciarsi, come gli ungheresi di Pécs il 4 marzo 2007 a riguardo della prevista costruzione di un’altra stazione radar della NATO (sul monte Tubes), è rimasto deluso. Il mancato raggiungimento del quorum necessario per poterne convalidare l’esito – quasi plebiscitario, con oltre il 90% dei votanti contrari – ha reso inutile lo sforzo e fatto infuriare i promotori. Essi hanno infatti sottolineato che in occasione del referendum (nazionale) per l’ingresso dell’Ungheria nella NATO era stato previsto che, se l’affluenza fosse risultata inferiore al 50%, per renderlo valido sarebbe bastato che almeno il 25% degli aventi diritto si fosse espresso con un voto, favorevole o contrario. Condizioni che effettivamente si verificarono, inducendo in seguito taluni osservatori maliziosi ad affermare che la soglia di accettabilità fosse stata abbassata appositamente tenendo conto dei sondaggi effettuati prima delle consultazioni.
Sinceramente ce ne aspettavamo in maggiore quantità, o quantomeno speravamo che giungessero direttamente nella pagina dei commenti che questo blog mette a disposizione affinché una sana dialettica possa instaurarsi a partire dai suoi contenuti.
I rilievi critici siamo invece dovuti andarli a trovare in giro per la rete, ed oggi qui vogliamo rispondere ad una scelta di quelli più argomentati. Non prima di rimandarvi all’elenco completo delle installazioni USA-NATO presenti sul territorio italiano, al quale fa riferimento l’ordine numerico che segue.
Dicono:
“13. Montichiari (BS): i Nike Hercules non hanno testate nucleari come armamento, essendo missili terra-aria antiaerei. Negli anni ’60-’70 erano muniti anche di testate nucleari, perché la dottrina del tempo prevedeva di lanciarli nelle grandi formazioni di bombardieri oppure come proiettili d’argento a colpo sicuro. Il fatto che è sfuggito è che da 20 anni non hanno più quel tipo di armamento e che da 5 anni almeno sono stati radiati e dismessi in quanto obsoleti.“
I missili MIM-14 e MIM-14C Nike Hercules (originariamente SAM-A-25 Nike Hercules) – lunghezza 12,65 m; peso 4.845 kg; apertura alare 1,88 m; raggio di azione 130 km; altitudine max 50 km – erano opzionalmente armati con due tipi di testate:
I. testata convenzionale a frammentazione del tipo T45, di circa 280 kg, con una carica esplosiva che scagliava tutto intorno all’incirca 20 mila frammenti di acciaio da 140 grani;
II. Testata nucleare del tipo W-31 con una potenza variabile di 2,20 o 40 kilotoni.
Essendo diventati militarmente obsoleti, nel 2004-2005 sono stati definitivamente ritirati dal servizio (anche se alcuni, disattivati, sono ancora presenti nei depositi di Montichiari), e dovrebbero prossimamente essere rimpiazzati e sostituiti con i SAMP/T o con i MIM-104 Patriot (acronimo di: Phased Array Tracking to Intercept Of Target), in una delle sue diverse varianti (ASOJ/SOJC, PAC-2, PAC-2 GEM, GEM/C, GEM/T, PAC-3).
Affermano:
“89. Monte Iacotenente (FG): 131° Squadriglia Radar alle dipendenze del 22° Gruppo Radar – Aeronautica Militare Italiana (AMI).“
Oltre alla 131° Squadriglia Radar (22° Gruppo Radar – AMI) è ugualmente presente, sul posto, una Stazione radar NADGE della rete di comunicazione ACE High ed un’antenna del sistema NICS NATO, entrambe sotto controllo USA.
Sostengono:
“90. Monte Sant’Angelo (FG): Teleposto 32° Stormo AMI (Meteo).“
E’ ugualmente presente un ripetitore del sistema di telecomunicazione DEB della NATO, sotto controllo USA.
Concludono:
“35. Monte Cimone (MO): Centro Meteo dell’AMI. Fonte: http://www.aeronautica.difesa.it (fate una ricerca sul sito e ne scoprirete tante altre…).“
Oltre a molteplici antenne per le telecomunicazioni, un Radiofaro per la navigazione aerea dell’Aeronautica Militare Italiana, un Centro del Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare (Centro Aeronautica Militare di Montagna - CAMM) ed una Stazione di ricerca (Stazione “Ottavio Vittori” dell’Istituto di Scienze dell’atmosfera e del clima appartenente al Consiglio Nazionale delle Ricerche – CNR), esiste ugualmente una Stazione della rete DEB della NATO, sotto controllo USA.
Tanto a significare che innumerevoli installazioni militari, nominalmente riconducibili alle Forze Armate nazionali, ospitano in maniera neanche tanto dissimulata le infrastrutture della rete USA-NATO.
Dedicato a E.M. e M.S., specialisti dell’intrattenimento
Alla fine di giugno del 2007, al quartier generale della NATO a Bruxelles si sono svolti incontri ufficiali ad alto livello tra una delegazione israeliana guidata da Avigdor Lieberman, allora ministro per gli affari strategici, e rappresentanti della NATO, fra cui il vicesegretario generale l’italiano Alessandro Minuto Rizzo. Essi hanno discusso principalmente il dispiegamento nella Striscia di Gaza di una forza militare internazionale posta sotto la guida della NATO, al fine di mantenere l’ordine ed impedire ai palestinesi di armarsi. Altri argomenti all’ordine del giorno sono stati l’Iran, le difese aeree israeliane e l’approfondimento della cooperazione in materia di intelligence tra la NATO ed Israele.
Al ritorno da questi incontri, Lieberman ha dichiarato alla radio dell’esercito israeliano di aver ricevuto la tacita benedizione di Stati Uniti, Unione Europea e NATO per iniziare una guerra nel Vicino Oriente lanciando un attacco contro l’Iran (e la Siria, il Libano…). Egli ha anche detto che, a causa degli impegni militari in Iraq ed Afghanistan, gli Stati Uniti ed i loro alleati non sono in grado di dare il via ad una guerra contro l’Iran ma che, se questa fosse stata intrapresa da Israele, sarebbero intervenuti immediatamente al suo fianco non appena fosse cominciata, per proteggere il suo “diritto ad esistere” ovviamente (ché se prendessero l’iniziativa in prima persona, i loro leader politici dovrebbero affrontare opinioni pubbliche molto contrarie ad altre avventure militari ed infrazioni del diritto internazionale).
Le affermazioni di Lieberman non lasciano molti dubbi sulle prospettive dell’entità sionista in termini di diplomazia e sicurezza: “Aderire alla NATO ed entrare nell’UE”. Non si dimentichi a questo proposito che Israele è già membro attivo dell’operazione NATO Active Endeavour nel Mediterraneo orientale.
All’inizio del 2008 si sono susseguiti viaggi in Vicino Oriente di diversi esponenti politici occidentali, da Bush al presidente francese Sarkozy fino al segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, il quale ha assicurato i suoi interlocutori arabi che la NATO agirà nel Golfo Persico per contenere l’Iran e che interverrà in un eventuale conflitto tra Israele ed i suoi nemici. Sarkozy, dal canto, suo ha dichiarato che le probabilità di un attacco israeliano contro l’Iran sono molto più alte di uno americano, benché l’Iran – dicono gli esperti – gli sia militarmente superiore. Lieberman ha poi dato le dimissioni dal proprio incarico ministeriale, ufficialmente a causa del dissenso verso lo svolgimento dei colloqui di pace con i palestinesi tenutisi ad Annapolis, in realtà - pare - nell’ambito di una tattica per mantenere il partito laburista nella coalizione governativa di Olmert e dare a quest’ultimo il tempo di lanciare un attacco all’Iran.
Che ciò avvenga o meno, dall’altra parte della barricata sono rimasti in pochi a credere che Israele sia in grado di elaborare una politica coerente con i propri interessi e non invece succube delle direttive strategiche d’oltreoceano. Già nel 2004, il ministro della difesa iraniano, il contrammiraglio Ali Shamkhani, ammonì il governo statunitense che in caso di attacco israeliano la risposta militare dell’Iran sarebbe stata diretta anche contro gli Stati Uniti. In seguito all’aggressione del Libano nell’estate 2006, il vice segretario generale di Hezbollah, lo sceicco Naim Qassam, ebbe a dire alla televisione Al-Manar che la reazione israeliana era stata talmente sproporzionata da far credere plausibilmente che l’aggressione fosse stata pianificata in anticipo eseguendo decisioni già assunte dagli Stati Uniti: “Tutti hanno sempre detto che è Israele a muovere le fila dell’America, ma adesso risulta che è l’America a manovrare Israele. Israele è diventato il braccio dell’America”.
In una delle sue rarissime apparizioni pubbliche in quel di Beirut, il capo indiscusso di Hezbollah, Hassan Nasrallah, in previsione di una nuova aggressione sionista, ha promesso una guerra che cambierà il volto di tutta la regione, e non secondo gli auspici del piano made in USA di “Nuovo Medio Oriente”.
Dal 1962, una conferenza annuale sulla sicurezza raduna a Monaco di Baviera responsabili tedeschi e statunitensi, oltre a numerosi ospiti internazionali. La sessione del 2007 si è tenuta dal 9 all’11 febbraio, riunendo circa 270 invitati. Nel contesto di una tensione crescente tra gli Stati Uniti ed Israele da una parte, e l’Iran dall’altra, questa 43° edizione della conferenza doveva permettere di precisare le intenzioni dell’Iran, il ruolo dell’Unione Europea e della NATO, nonché la posizione della Russia. Era intitolata “Ripristinare la compartecipazione transatlantica”, sottolineando che l’implicazione era l’eventuale partecipazione degli Europei ad un’azione contro l’Iran, dopo gli strappi relativi alla questione irachena. Del resto, pare non esservi contraddizione tra la costruzione dell’Unione Europea ed il rafforzamento dei legami transatlantici, tanto che la Strategia Europea di Sicurezza enunciata da Javier Solana nel 2003, la National Security Strategy degli Stati Uniti ed il Concetto Strategico della NATO sono pressoché identici.
Uno volta arrivato il suo turno per parlare all’uditorio, il presidente russo Vladimir Putin ha spiegato di non esser venuto alla conferenza per congratularsi con i partecipanti ma per dibattere. Con determinazione, egli ha esortato gli Europei a rompere l’Alleanza Atlantica che li vincola ad una potenza bellicosa dalla quale essi non hanno nulla di buono da sperare.
La traduzione integrale del discorso di Monaco è qui.
L’Agenzia di Difesa Europea è l’organismo creato nel luglio 2004 dal Consiglio dei ministri dell’Unione Europea per migliorare le capacità di difesa europee. Essa ha quattro principali funzioni:
- lo sviluppo delle capacità di difesa;
- la cooperazione nel campo degli armamenti;
- la base tecnologica ed industriale della difesa europea ed il mercato degli equipaggiamenti;
- promuovere la collaborazione nei campi della ricerca e della tecnologia.
Si tratta di una gamma piuttosto ampia di responsabilità, anche se essa non si occupa affatto degli aspetti operativi e delle questioni di politica e strategia di difesa. Quindi l’Agenzia è, o comunque dovrebbe essere, un organismo “neutro”.
Ad essa partecipano tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, tranne la Danimarca che ha scelto di restare fuori dalla Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD, che a sua volta è una specificazione della PESC, la Politica Estera e di Sicurezza Comune). Il bilancio del 2006 è stato pari a 20 milioni di euro, necessari per la retribuzione del personale (circa ottanta lavoratori), il trasloco nei nuovi uffici e l’avviamento degli studi di fattibilità. L’Agenzia fungerà da luogo dove gli Stati membri si riuniscono per cooperare su tutto lo spettro delle attività prima elencate, cercando di creare il consenso sulle priorità nel campo delle capacità e quindi di avanzare proposte e presentare progetti.
Tra qualche anno, gli obiettivi prioritari saranno determinati attraverso un’analisi delle capacità necessarie a sostenere gli scopi della PESD. Alla fin fine, toccherà ai ministri della Difesa dei Paesi membri, che hanno comunque l’ultima parola su qualunque proposta dell’Agenzia, decidere se modificare alcuni elementi nelle loro pianificazioni nazionali e se utilizzare il denaro in modo differente per includervi la dimensione europea, esito non scontato ma probabile poiché l’Agenzia gode di un sostegno politico notevole.
Per evitare duplicati, l’Agenzia coordinerà la proprie attività con quelle della NATO attraverso alcuni meccanismi, formali ma soprattutto informali. Ad esempio, con un confronto dei rispettivi programmi di lavoro annuali.
Partendo dalla constatazione che fondamentalmente sono gli Stati Uniti che restringono il flusso di tecnologia nel settore della difesa attraverso l’Atlantico e limitano l’accesso delle aziende europee al mercato statunitense, mentre godono di un assai libero accesso a quello europeo, l’Agenzia suggerisce agli Stati membri di investire in una più forte base tecnologica industriale per la difesa quale mezzo per ridurre questo evidente squilibrio, sul quale d’altro canto essa non può - o non vuole? - intervenire in alcun modo.
La nostra personale impressione? Tanto fumo, poco arrosto e la solita decennale sudditanza.
Siglata dalle inequivocabili parole di Hilmar Linnenkamp, non per nulla EDA Deputy Chief Executive, per il quale “la coerenza fra l’Unione Europea e la NATO è una necessità assoluta”.
In un’intervista concessa al quotidiano “Il Resto del Carlino” nel lontano 1995, James Baker - già ministro del Tesoro sotto Ronald Reagan e segretario di Stato durante la presidenza di Bush senior – sollecitato a spiegare il suo pessimismo in merito al processo di integrazione europea, così rispondeva:
“Nel 1990 si accese fra Europa e Stati Uniti una discussione sulla creazione del pilastro europeo di difesa all’interno della NATO. Ricorda? L’Europa avrebbe assunto un ruolo maggiore e l’America l’avrebbe ridotto. Andò a finire che oggi non se ne parla più. E sa perché? Perché concordare una difesa comune significa avere, come presupposto, una politica estera comune. Non si può avere la prima senza avere la seconda. In caso di intervento, chi darà ai generali gli ordini? Per agire come e con quali obiettivi?”.
Dunque – chiedeva poi il giornalista – non solo l’unione monetaria, ma anche quella politica è a suo parere un’illusione?
“Diciamo che sarà molto, molto difficile”.
Almeno per la seconda, lo è sicuramente ancora oggi, a tanti anni di distanza. La prima, d’altra parte, l’abbiamo pagata salatissima e dei benefici promessi se ne sono avverati davvero pochi.
“L’esercito degli Stati Uniti oggi è una forza composta da uomini e donne addestrati in modo ottimale, pronti a consegnare la vittoria alla nostra Nazione. In conformità con gli obiettivi della Strategia di Sicurezza Nazionale, l’apparato militare è abitualmente impiegato per modellare il contesto della sicurezza internazionale e per trovarsi pronto a rispondere attraverso l’intera gamma delle potenziali operazioni militari. Questo documento, però, si focalizza sul terzo elemento del nostro approccio strategico: la necessità di prepararci già adesso ad un futuro incerto.
Il Joint Vision 2020 incrementa ed estende l’architettura concettuale stabilità dal Joint Vision 2010, con l’obiettivo di continuare a guidare la trasformazione in corso nelle Forze Armate Americane. Il proposito basilare di questo apparato è stato, e continuerà ad essere, quello di combattere e di vincere le guerre della Nazione. Lo scopo complessivo della trasformazione descritta in questo documento è la creazione di una forza che sia dominante nell’intero arco delle operazioni militari: persuasiva nei periodi di pace, decisiva in guerra, superiore in ogni tipologia di conflitto.”
“Da quasi vent’anni è in atto un tentativo di stabilire un Nuovo Ordine Internazionale. Il modello della globalizzazione economica avrebbe dovuto guidare quello di un nuovo quadro istituzionale. Alla fine della Guerra Fredda ci si è resi subito conto che le Nazioni Unite dovevano essere riformate per adeguare la sicurezza e i rapporti internazionali ai nuovi rapporti di forze. Il modello che sembrava ineluttabile era quello unipolare con gli Stati Uniti alla guida ed a guardia del mondo in maniera diretta e indiretta attraverso degli organi delegati: i cosiddetti vice sceriffi. L’Australia si è assunta questo ruolo in Asia, Israele in Medio Oriente e la NATO in Europa. In particolare, la NATO ha ricevuto anche il compito di impedire la nascita di una forza di sicurezza europea e di guidare l’espansione occidentale ad est approfittando della debolezza russa. Gli Stati Uniti si sono riservati il ruolo dominante in tutto il mondo ed hanno assunto come priorità strategiche il contenimento economico e militare della Cina e l’abbattimento di tutti i regimi islamici autocratici detentori delle enormi risorse petrolifere.
In questo progetto i Balcani dovevano essere assimilati e questo poteva essere fatto essenzialmente smembrando la Jugoslavia. Laddove l’assimilazione non fosse stata possibile, i Balcani dovevano essere ribalcanizzati frazionandone i territori, limitandone la sovranità, la libertà e il progresso economico e lasciando chi si opponeva nel limbo o nel caos. Per quanto possa sembrare assurdo questo progetto all’inizio non aveva una connotazione imperialistica, ma rispondeva al genuino desiderio degli Stati Uniti di imporre, dopo la Guerra Fredda, un assetto più governabile e gestibile. Quando però si parla di interessi statunitensi, si parla essenzialmente di una politica di potenza e non di semplice solidarietà. Una politica in minima parte guidata dal governo e quasi totalmente asservita a logiche e lobby economico-industriali. I risultati sono stati evidenti proprio con i Balcani e il Kosovo in particolare. Non è stato fatto nulla per impedirne lo sfaldamento e per evitare il ritorno dei nazionalismi più disumani. Le stesse persone che hanno condotto le varie guerre balcaniche sono le stesse che hanno addestrato e alimentato le bande paramilitari, che hanno dato vita a dei mostri giuridici, che hanno imposto trattati ineguali e che hanno alimentato il caos plaudendo alle cosiddette indipendenze su base etnica.”
Da un’intervista al generale Fabio Mini, apparsa sul quotidiano “Rinascita” il 29 marzo ultimo scorso.
La versione integrale è anche qui.
La NATO l’ha persa.
Secondo l’autorevole rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga ed il crimine del 2006, le coltivazioni di papavero da oppio sono inesorabilmente cresciute, sino a raggiungere i 165.000 ettari di estensione. Con uno stratosferico aumento del 59% rispetto all’anno precedente. Solo sei delle trentaquattro province afghane sono libere dai campi di papavero, mentre la sola provincia di Helmand è responsabile del 42% della produzione nazionale e quindi di ben oltre un terzo di quella mondiale. Il risultato è che oggi l’82% dei campi che nel mondo sono coltivati ad oppio, si trovano in Afghanistan.
Di pari passo alla coltivazione, è aumentata la produzione che nel 2006 ha toccato il picco storico di sempre, 6.100 tonnellate, facendo balzare la percentuale di oppio proveniente dal Paese al 93% del totale mondiale. Praticamente, la totalità dell’eroina che circola nel mondo viene dall’Afghanistan; in piena era talebana, la produzione era quasi la metà (3.300 tonnellate nel 2001) e nel 2000, a seguito degli editti delle autorità religiose, essa era crollata ad appena 185 tonnellate.
In un’intervista all’International Herald Tribune il generale James Jones, comandante della NATO in Europa, individuava quale più grande minaccia per l’Afghanistan il legame tra la produzione di droga, il crimine e la corruzione. A stretto giro di posta, la replica del suo superiore, il Segretario Generale Jaap de Hoop Sheffer: “La NATO non ha e non cerca un ruolo direttivo in questa lotta, pur se importante”. Al massimo, si adopera per far appaltare a qualche corporation a stelle e strisce, tipo la Dynacorp, i lucrosi programmi di eradicazione dei campi di papavero. Risultati? Risibili.
Negli ultimi tempi, i mezzi di informazione di massa e le pubblicazioni accademiche usano sempre più spesso l’insolita espressione “NATO orientale”, di per sé assurda quando si ricordi il significato dell’acronimo in questione (North Atlantic Treaty Organization). Stati Uniti, Giappone, Australia ed India sono i potenziali membri di questo blocco politico-militare virtuale. Secondo le aspettative statunitensi, esso dovrebbe controbilanciare l’espansione geopolitica della Cina nella regione Asia-Pacifico: si tratta del collaudato sistema dei blocchi e delle alleanze applicato all’area geografica mondiale dal più rapido sviluppo. Detta con le diplomatiche parole di Condoleezza Rice, le relazioni degli Stati Uniti con i paesi dell’Asia-Pacifico devono essere tali “da non permettere a Pechino di sentirsi completamente libera di agire nel nuovo ambiente strategico”.
Tuttavia, tra gli intenti e la loro realizzazione sembra esserci una distanza enorme. In primo luogo, le élite di potere indiane non vedrebbero di buon occhio una rivalità con la Cina, soprattutto nell’interesse di un Paese terzo. La rapida crescita degli scambi commerciali fra India e Cina (con quest’ultima che si avvia a diventare il maggior partner economico di Nuova Delhi) trasforma la loro rivalità geopolitica in una competizione in termini di efficacia. In secondo luogo, anche i leader nipponici sono di gran lunga meno ostili alla Cina (oggi il principale partner commerciale del Giappone) di quanto lo siano stati nel recente passato: nel campo della politica internazionale, anche in questo caso, l’economia ha un ruolo sempre più attivo.
In questa parte del mondo, si è dunque configurata una interdipendenza tra gli Stati che ha reso significativamente più complessa la struttura delle relazioni internazionali. Il tentativo di espandere l’atlantismo nell’emisfero orientale, mediante la politica dei blocchi, si scontra con un equilibrio di forze davvero multiforme, in particolare coinvolgendovi anche il fattore Russia. Senza dimenticare l’importanza crescente del ruolo svolto dall’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, ma questa è un’altra storia.
Ing. Roberto Casarin, dott. biol. Paolo Turin (con l’assistenza del dott. geol. Jacopo De Rossi, del dott. nat. Giovanna Mazzetti, del dott. for. Giovanni Caudullo, del dott. for. Alessia Zocca, del dott. biol. Silvia Tioli, del dott. biol. Marco Zanetti e del dott. ing. Daniele Turrin), dott. Graziano Martini Barzoli e dott. Gianluca Salogni… non vi dimenticheremo.
Lo scorso 5 febbraio è apparsa sul bollettino ufficiale della Regione Veneto la deliberazione di Giunta Regionale n. 4231 del 18 dicembre 2007 che approva “le risultanze dello studio riguardante la Valutazione di Incidenza relativa all’insediamento U.S. Army presso l’aeroporto Dal Molin – Progetto Lato Ovest, nel Comune di Vicenza”. Ha così via libera il progetto per la trasformazione della 173° Brigata dell’esercito statunitense in unità di combattimento completamente autonoma composta da quattro battaglioni, che usufruiranno di uno spazio di 54 ettari e di ventisei dicasi ventisei nuove costruzioni: oltre alle ovvie infrastrutture di carattere prettamente militare e logistico, non mancheranno nemmeno un centro fitness (costruzione 19), campi da basket, pallavolo, sportivo e pista multiuso, softball (rispettivamente le costruzioni 23, 24, 25 e 26) e – udite, udite! – un centro ricreativo BOSS. Che altro non è l’acronimo di Better Opportunities for Single Soldiers… e che sarà mai ‘sta cosa?!?
Dobbiamo a tal fine ringraziare il dott. biol. Paolo Turin e tutti i suoi collaboratori, per la redazione dello studio di screening della Valutazione d’Incidenza, i quali hanno constatato che gli interventi in programma “non manifestano effetti significativi negativi rispetto a habitat o specie, anche prioritari” e che “la esecuzione di ogni singolo intervento tiene conto delle considerazioni poste dal Principio di Precauzione” (ovviamente con la lettera maiuscola, perbacco!); d’altro canto gli stessi prescrivono di predisporre “una rete di almeno 10 piezometri di controllo da adibire al monitoraggio idrochimico della falda acquifera superficiale” e “l’attivazione di un monitoraggio ambientale, in fase di corso d’opera (coincidente con la durata del cantiere) e post opera (1 anno)”.
Ringraziamo inoltre i tecnici incaricati dott. Graziano Martini Barzoli e dott. Gianluca Salogni, appartenenti alla Direzione Pianificazione Territoriale e Parchi della Regione Veneto, i quali “prendono atto della dichiarazione del tecnico redattore dello studio di screening che afferma che con ragionevole certezza scientifica si può escludere il verificarsi di effetti significativi negativi sui siti della rete Natura 2000” e “propongono parere favorevole in merito alla Valutazione di Incidenza – studio di screening riguardante l’insediamento U.S. Army presso l’aeroporto Dal Molin”.
Ci congratuliamo infine con l’ing. Roberto Casarin, Segretario Regionale all’Ambiente e Territorio, che in qualità di Autorità competente per l’attuazione nel Veneto della Rete Ecologica Europea Natura 2000, “è del parere che lo studio per la Valutazione di Incidenza ai sensi della Direttiva 92/43/CEE relativo all’insediamento U.S. Army presso l’aeroporto Dal Molin sia meritevole di approvazione per le motivazioni e con le prescrizioni riportate nel verbale istruttorio”.
Il sergente maggiore Gennaro “Hyena” Noviello è il sottoufficiale italiano di collegamento tra il Southern European Task Force (SETAF) delle forze armate USA e la 173° brigata aviotrasportata statunitense, con sede a Vicenza presso la caserma Ederle. Recentemente il comando del SETAF ha reso nota una dichiarazione del Noviello in cui egli sostiene l’importanza per i militari italiani di comprendere le procedure degli Stati Uniti, in quanto potrebbe esserci in futuro il bisogno “di lavorare insieme con i soldati americani”. Dove? In Afghanistan.
Ufficialmente, i compiti dei soldati italiani sono ben diversi da quelli degli statunitensi: mentre questi conducono le offensive e sono autorizzati a sparare per primi, quelli stanno nelle retrovie e possono far fuoco solo in caso di pericolo ma mai attaccare. Concretamente, le dichiarazioni di “Hyena” come quelle di altri ufficiali, insieme ad alcune fotografie recentemente diffuse dal SETAF con la spiegazione delle esercitazioni e l’indicazione dei reparti che vi partecipano, sono più che sufficienti a raffigurare un bel quadretto in cui lagunari, paracadutisti, carristi ed alpini italiani ricevono addestramento dai più esperti parà della 173°.
Esercitazioni di questo genere si sono tenute ad esempio il 24 aprile 2007 ed il 14 gennaio 2008, mentre il successivo 28 gennaio si è svolto un addestramento sulle nevi del Passo del Tonale, che collega le province di Brescia e Trento. “Qui noi addestriamo circa 350, 400 soldati al mese” racconta Paul McKenzie, incaricato degli aspetti tecnici del Blocco Est della caserma Ederle, in una dichiarazione al settimanale statunitense The Outlook. “Noi prepariamo la gente a combattere in Afghanistan” precisa con cipiglio Domenico Greggio, sottufficiale italiano in congedo ma attualmente istruttore di sci per gli alpini.
Fra una missione e l’altra, questi eroi potranno poi ritemprarsi presso il da poco inaugurato Building 9A, complesso di 56 stanze per la Warrior Transition Unit: camere confortevoli e servizi – afferma la nota diramata dal comando della Ederle – per aiutare i guerrieri a curarsi, a riprendersi dallo stress della guerra prima di una nuova partenza.
Bondsteel e Monteith.
Camp Bondsteel è la più vasta e costosa base militare degli Stati Uniti costruita all’estero, partendo da zero, dai tempi del Vietnam. Nel giugno 1999, subito dopo la conclusione dei bombardamenti NATO sulla ex-Jugoslavia, le forze statunitensi requisirono 360 ettari di terreno agricolo nel sud-est del Kosovo a Urosevac, vicino al confine con la Macedonia, e cominciarono a costruirvi un campo. In meno di tre anni, l’iniziale accampamento di tende si è trasformato in una base autonoma ed altamente tecnologica che ospita i tre quarti di tutte le truppe che stazionano in Kosovo, circa 7.000 uomini. Gli altri 2.000 soldati del contingente statunitense nella regione, denominato Task Force Falcon, sono dislocati a Camp Monteith, ad un’ora di auto da Bondsteel, vicino a Gnjilane. Costruita sui terreni che precedentemente ospitavano una base dell’esercito jugoslavo, è il Quartiere Generale USA in Kosovo.
A Camp Bondsteel ci sono 25 km di strade ed oltre 300 edifici, circondati da 14 km di barriere di terra e cemento, 84 km di filo spiato e 11 torri di guardia. Diversi edifici dedicati alla “ricreazione e benessere morale” con televisioni, lettori dvd, biliardi, ping pong, videogame, accesso a internet ed una sala per videoconferenze. Tre palestre, un Burger King, un Anthony’s Pizza ed un Cappuccino bar. A soddisfare i bisogni culturali giunge in soccorso il centro educativo intitolato a Laura Bush, dove è possibile imparare l’albanese e migliorare le proprie abilità informatiche. Senza poi scordarsi di recitare una bella preghiera in una delle due cappelle.
Meno allegra, sicuramente, l’atmosfera che si respira nella prigione del campo, capace di accogliere coloro i quali si siano resi protagonisti di incidenti nel settore statunitense del Kosovo.
Camp Bondsteel non è il risultato di una “guerra giusta” o di un intervento umanitario a favore della popolazione albanese. La sua costruzione era infatti stata prevista molto prima dei bombardamenti del 1999, con un progetto multimiliardario appaltato alla Kellogg Brown & Root (KRB) Services Corporation: essa è la sussidiaria texana della Halliburton il cui amministratore delegato all’epoca era Dick Cheney, poi vice presidente nell’amministrazione Bush.
Uno degli obiettivi di Camp Bondsteel era (è) quello di “proteggere” l’AMBO, l’oleodotto albanese-macedone-bulgaro che dovrebbe portare il petrolio del Mar Caspio dal porto bulgaro di Burgas sul Mar Nero fino a quello albanese di Valona sull’Adriatico. “Casualmente”, due anni prima dell’aggressione della NATO, un alto dirigente della Brown & Root Energy – controllata sempre dalla Halliburton - Edward Ferguson, era stato nominato a capo del progetto AMBO. Anche i piani di fattibilità dell’AMBO sono stati eseguiti dalla KRB: il relativo contratto è stato firmato nel 2004.
Così, perché Loro non vogliono farsi mai mancare nulla.
“Questo è un film sul Kosovo. Questo è un film sul dolore, sull’assenza di solidarietà, sull’insensibilità, sulla cecità. Non è un film su come gli albanesi hanno perseguitato i serbi. È un film su come certe cose possano accadere sotto gli occhi di tutti senza che nessuno le veda. E non solo a Ovest, ma anche qui da noi in Russia”.
Con queste parole Evgenij Baranov ha presentato il suo documentario sul Kosovo, realizzato con il regista Aleksandr Zamyslev e trasmesso nel dicembre del 2007 dal primo canale della televisione russa: un’opera di poco meno di un’ora che ricostruisce le vicende storiche e umane del Kosovo e Metohija mettendo da parte la correttezza e l’opportunità politica per concentrarsi sui volti e i racconti delle persone e sulla compassione per le loro sofferenze e sventure.
Il titolo originale, “Kraj”, significa provincia, e più genericamente area, zona. Si riferisce dunque al Kosovo e al suo essere storicamente provincia serba, e dunque allude all’appartenenza a un’area geografica e a un diritto al ritorno negato. Significa però anche limite, margine, orlo: “na kraju” - al limite, sull’orlo del baratro - è dove si trova ora il popolo serbo. Nella consapevolezza di non poter riunire questi significati in un’unica intensa parola, abbiamo preferito tradurlo semplicemente “terra”: un termine che, per tanti protagonisti di queste storie - costretti a un doloroso esilio e all’umiliazione e all’abbandono dei campi profughi - ha perso ogni significato geografico.
Qui ne presentiamo una versione divisa in sette parti, di circa 8 minuti ciascuna.
La traduzione dal russo ed i relativi sottotitoli in italiano sono opera di Manuela Vittorelli, che ringraziamo sentitamente per la sua disponibilità.
Gli Stati Uniti hanno deciso di installare dieci missili intercettori in Polonia ed un radar nella Repubblica Ceca come primi elementi di uno scudo spaziale per difendersi da attacchi dei cosidd etti “Stati canaglia”. L’accordo è stato fatto direttamente con i due Paesi senza coinvolgere la NATO né, tanto meno, l’Unione Europea.
Le proteste delle popolazioni ceca e polacca non sembrano fermare il progetto, e nemmeno le forti proteste russe. E se l’obiettivo di questi missili non fossero in effetti i missili iraniani ma quelli russi, potrebbero dieci missili contrastare le migliaia di testate atomiche russe? Gli ex generali intervistati formulano un’altra spiegazione: “Questi missili polacchi – dice Vladimir Dvorkin, ex Generale Maggiore – sono programmati per colpire apparati spaziali lanciati dal Kazakhistan o da altri cosmodromi. Non fa differenza da dove sono lanciati perché li possono colpire sulle orbite basse e medie”.
Secondo i militari russi, i missili dislocati in Polonia potrebbero appunto servire a distruggere i satelliti, sia russi e cinesi, che verranno lanciati nello spazio con finalità strategiche. In conformità alla politica spaziale dell’amministrazione Bush che non permette ad altri paesi, al di fuori degli Stati Uniti, l’uso strategico dello spazio.
Il 27 marzo 2007 il generale Henry Obering III, direttore dell’Agenzia di difesa missilistica degli Stati Uniti, ha annunciato: “Lo scorso febbraio abbiamo stabilito un memorandum di accordo quadro con l’Italia e possiamo ora iniziare a sviluppare possibilità di condivisione di tecnologie di difesa missilistica, analisi e altre forme di collaborazione”. L’Italia entrava così ufficialmente nel programma dello scudo antimissilistico che gli Stati Uniti intendono allestire in Europa, mentre nessun annuncio arrivava invece dal governo italiano.
Probabilmente il memorandum era stato firmato al Pentagono il precedente 7 febbraio, contestualmente all’assunzione, da parte del sottosegretario alla difesa Giovanni Lorenzo Forcieri, di ulteriori impegni nel (onerosissimo) programma per lo sviluppo del caccia F-35 Joint Strike Fighter. Ipotesi più che verosimile sulla base del decreto promulgato dal ministro della difesa Arturo Parisi il 4 agosto 2006, e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 3 ottobre successivo, che espressamente delega Forcieri “alla trattazione delle problematiche relative ai programmi più rilevanti di cooperazione internazionale nel campo degli armamenti”.
Quando il successivo 12 marzo, il segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer aveva rilasciato dichiarazioni in merito a presunte discriminazioni all’interno dell’organizzazione in tema di difesa missilistica, il ministro degli esteri italiano D’Alema si era limitato ad auspicare che il progetto statunitense venisse discusso in ambito sia NATO che UE, senza rivelare che in realtà l’Italia si era già “autopromossa in serie A”.
Il progetto prevede, inizialmente, l’installazione di dieci missili intercettori in Polonia e di una stazione radar nella Repubblica Ceca. La funzione dei missili intercettori è distruggere i missili balistici nemici una volta lanciati. Altri missili e radar dovrebbero/potrebbero essere installati in Ucraina (che però smentisce) e nella stessa Italia, che diventerebbe a sua volta oggetto di rappresaglia. Ufficialmente predisposti a difesa dell’Europa e degli Stati Uniti dai missili nordcoreani ed iraniani, in realtà nessuno di questi due Paesi possiede (né possiederà entro tempi brevi) missili in grado di portare una tale minaccia. Peraltro, se partissero missili dalla Corea del Nord in direzione degli Stati Uniti, certamente essi non sarebbero lanciati verso ovest al di sopra dell’Europa ma piuttosto verso est seguendo il tragitto più diretto per raggiungere il bersaglio. A questo proposito, quindi, non mancano di allarmare neanche le insistenti voci di un analogo scudo progettato per l’area del Pacifico, interessante principalmente Giappone ed Australia: “vittima predestinata” la Cina. L’elenco completo dei Paesi che si sono impegnati a collaborare con gli Stati Uniti comprenderebbe anche, oltre quelli già citati, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, India, Israele, Olanda, Spagna e Taiwan. Continua a leggere
La ong statunitense Natural Resources Defense Council (NRDC) ha pubblicato la mappa degli ordigni atomici presenti in Europa, ed in Italia: si tratta di circa 390 sparse fra Germania, Belgio, Olanda, Turchia e Regno Unito, ed altre 90 in Italia per un totale di 480 testate.
Rainews 24 ha intervistato Hans M. Krinstensen, l’autore del rapporto della NRDC, ed alcuni dei cittadini di Aviano che hanno citato in giudizio civile il governo degli Stati Uniti con la richiesta che vengano rimosse le 50 armi atomiche presenti nella locale base, in quanto “pericolose ed in contrasto con il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, sottoscritto e ratificato dall’Italia, che sancisce l’obbligo per il nostro Paese di non ospitare ordigni nucleari e per un paese nucleare, come gli Stati Uniti, l’obbligo di non dispiegare tali armamenti al di fuori del proprio territorio”.
Rainews 24 ha inoltre intervistato gli ex ministri greci della Difesa e della Giustizia che hanno promosso il trasferimento al di fuori della Grecia degli ordigni nucleari NATO presenti, come già aveva fatto il Canada. Anche i parlamenti di Belgio e Germania hanno cominciato a discutere di questa eventualità. Secondo il Direttore del Gruppo di Pianificazione Nucleare della NATO Guy Roberts “ogni decisione in questo campo è rimessa alla sovranità nazionale. Ogni nazione è libera di decidere se intende o meno partecipare attivamente alla gestione condivisa dei dispositivi nucleari”.
Ma quale può essere la necessità di stoccare nelle basi italiane bombe atomiche come le B-61 che avrebbero un tempo di attivazione addirittura di alcuni mesi? Il rischio sembra quello che le attuali testate, vecchie ed obsolete, vengano sostituite presto da ordigni di nuova concezione e di potenza scalabile che potrebbero aggirare i vincoli dei trattati di non proliferazione.
Sono 12 le basi aeree che, dislocate in 7 Paesi, possono ospitare armamenti atomici sotto il controllo degli Stati Uniti d’America. Nel 2005 le testate nucleari ivi presenti ammontavano a 480 unità.
I dettagli del Programma di Accordi sul dispiegamento nucleare della NATO sono segreti. Le bombe sono gestite attraverso un Sistema di Sicurezza per l’Immagazzinamento degli Armamenti, ideato durante la Guerra Fredda, che prevedeva di collocare le testate nucleari, insieme ad armi convenzionali, in rifugi sotterranei con apertura a tempo. Tali rifugi sono stati costruiti a partire dal 1987 al di sotto della superficie degli hangar che ospitano i velivoli in grado di trasportare le testate stesse. Completati nel giro di una decina di anni, ognuno di essi è in grado di contenere 4 testate. In alcune basi, la loro custodia e manutenzione è affidata ai cosiddetti Munitions Support Squadron (MUNSS), a ciascuno dei quali sono approssimativamente assegnate 150 unità di personale.
Il quadro completo è il seguente:
1. Kleine Brogel Air Base (d’ora in poi, AB) in Belgio – dove operano F-16 dell’aviazione belga – è dotata di 11 rifugi per una capacità di 44 testate. Ne ospita 20, affidate alle cure del 701° MUNSS;
2. Buchel AB in Germania – dove operano Tornado tedeschi – ha anch’essa 11 rifugi e 20 testate, custodite dal 702° MUNSS;
3. Norvenich AB in Germania – con Tornado tedeschi – ha 11 rifugi ma nessuna testata. Le 20 che vi sostavano fino al 1995 sono state trasferite a Rammstein;
4. Rammstein AB in Germania – sede sia di F-16 statunitensi che di Tornado tedeschi – possiede ben 55 rifugi per una capacità totale di 220 testate. Nel 2005 ne erano presenti 130, più avanti diremo cosa è probabilmente accaduto negli anni successivi;
5. Araxos AB in Grecia – dove operano A-7 dell’aviazione greca – ha 6 rifugi ma nessuna testata. Le 20 presenti fino alla primavera del 2001 (quando la Grecia si è ritirata unilateralmente dalla “NATO Nuclear Strike Mission”) sono probabilmente state spostate a Rammstein, in Germania;
6. Aviano AB in Italia – sede di F-16 statunitensi – possiede 18 rifugi e 50 testate nucleari;
7. Ghedi Torre AB in Italia – dove operano Tornado italiani – ha 11 rifugi e detiene 40 testate, sotto la custodia e manutenzione del 704° MUNSS;
8. Volkel AB in Olanda – sede di F-16 dell’aviazione olandese – ha 11 rifugi e 20 testate, lasciate alle cure del 703° MUNSS;
9. Akinci AB in Turchia – dove operano F-16 turchi – ha 6 rifugi ma nessuna testata;
10. Balikesir AB in Turchia – sede di F-16 turchi – ha 6 rifugi. Le 20 testate nucleari presenti sino al 1995 sono state trasferite alla base di Incirlik;
11. Incirlik AB in Turchia – dove operano F-16 statunitensi – ha 25 rifugi e detiene 90 testate;
12. per finire in bellezza, Lakenheath nel Regno Unito che formalmente è una base della RAF (Royal Air Force) ma ospita solo F-15 statunitensi. Essa possiede 33 rifugi e detiene ben 110 testate nucleari, il che la rende molto probabilmente il luogo in Europa che oggi custodisce il maggior numero di armamenti atomici statunitensi.
Va infatti sottolineato che nel gennaio 2007 la United States Air Force (USAF) ha rimosso la base di Rammstein dall’elenco delle installazioni che ricevono periodiche ispezioni agli armamenti nucleari, possibile conseguenza dello spostamento negli Stati Uniti delle testate presenti. Se ciò corrispondesse al vero, il numero delle testate nucleari dispiegate in Europa si ridurrebbe a 350, l’equivalente circa dell’intero arsenale atomico della Francia (ma comunque ancora superiore al totale delle testate cinesi ed a quello dei tre Paesi non firmatari del Trattato di non Proliferazione Nucleare – India, Israele e Pakistan – messi insieme).
Secondo una fonte anonima della Difesa tedesca, citata dalla rivista Der Spiegel, gli Stati Uniti avrebbero temporaneamente (e discretamente) rimosso le testate nucleari da Rammstein a seguito di importanti lavori di ristrutturazione; l’eliminazione della base dall’elenco delle ispezioni periodiche suaccennato pare significare che la decisione sia diventata definitiva.
A dispetto dell’apparente riduzione, il Gruppo di Pianificazione Nucleare (NPG) della NATO ha riaffermato – nel successivo giugno 2007 – l’importanza del dispiegamento di armi nucleari statunitensi in Europa. Lo scopo di esse sarebbe quello “di preservare la pace e prevenire le minacce ed ogni tipo di guerra”, anche se la NATO non individua alcun preciso nemico dal quale ci si dovrebbe difendere usando questi armamenti. Essa sostiene invece che le testate nucleari “rappresentano un legame politico e militare essenziale tra i membri europei e nord-americani dell’Alleanza”.
Capito l’antifona?
There are 12 air bases, located in 7 countries, that are able to lodge atomic warheads under US control. In 2005 the nuclear weapons amounted to 480 units. The details of the Agreements regarding nuclear deployments in NATO countries are classified. The bombs are managed through a Weapons Storage Security System, that was established during the Cold War and planned to store the nuclear warheads, together with conventional arms, in underground vaults equipped with time locks. These vaults have been built since 1987 under the hangars that lodge the airplanes able to carry those warheads. Completed in about ten years, each one of these vaults can hold 4 warheads. In some bases, their care and maintenance are assigned to the so-called Munitions Support Squadrons (MUNSS), with up to 150 personnel each.
The full picture is the following:
1. Kleine Brogel Air Base (from now on, AB) in Belgium – where F-16s of the Belgian Air Force operate – has 11 vaults for a capacity of 44 warheads. It lodges 20, entrusted to the 701° MUNSS’ care.
2. Buchel AB in Germany – where German Tornados operate – has 11 vaults and 20 warheads, looked after by the 702° MUNSS.
3. Norvenich AB in Germany – with German Tornados – has 11 vaults but no warhead. Until 1995 there were 20, then relocated to Ramstein.
4. Ramstein AB in Germany – home to United States F-16s and German Tornados – has 55 vaults for a total capacity of 220 warheads. In 2005 there were 130, later we’ll try to explane what has probably happened in the following years.
5. Araxos AB in Greece – where A-7s of the Greek Air Force operate – has 6 vaults but no warhead. The 20 present until spring 2001 (when Greece unilaterally retreated from the “NATO Nuclear Strike Mission”) have been probably transferred to Ramstein in Germany.
6. Aviano AB in Italy – home to United States F-16s – owns 18 vaults and 50 nuclear warheads.
7. Ghedi Torre AB in Italy – where Italian Tornados operate – has 11 vaults and lodges 40 warheads, under the care and maintenance of the 704° MUNSS.
8. Volkel AB in Netherlands – home to F-16s of the Dutch Air Force – has 11 vaults and 20 warheads, left to the cares of the 703° MUNSS.
9. Akinci AB in Turkey – where Turkish F-16 operate – has 6 vaults, but no warhead.
10. Balikesir in Turkey – home to Turkish F-16s – has 6 vaults. The 20 nuclear warheads, present until 1995, have been relocated to the Incirlik base.
11. Incirlik AB in Turkey – where United States F-16s operate – has 25 vaults and 90 warheads.
12. to wind up with a flourish, Lakenheath in the United Kingdom, which is formally a RAF (Royal Air Force) base, is home only to United States F-15s. It owns 33 vaults and holds as much as 110 nuclear warheads: so this is very probably the place in Europe that lodges today the greatest number of United States nuclear weapons.
We must actually underline that in January 2007 the United States Air Force (USAF) has removed the Ramstein base from the list of the installations that receive periodic inspections of the nuclear weapons, probably as a result of the transfer to the United States of the existing warheads. If this is the case, the number of the warheads deployed in Europe can be reduced to 350, about the equivalent of the whole nuclear arsenal of France (but anyway still higher than the total of the Chinese warheads and than the sum of those held by the three countries - India, Israel and Pakistan – that haven’t signed the Non-Proliferation Treaty.
According to an anonymous official from the German Defence, quoted by the newspaper Der Spiegel, the United States have removed temporarily (and discreetly) the nuclear warheads from Ramstein beacuse of important works of restoration; the above-mentioned removal of the base from the list of the periodic inspections seems to mean that the decision has become definitive.
In spite of the apparent reduction, the NATO Nuclear Planning Group (NPG) has reasserted – in June 2007 – the importance of the deployment of US-nuclear weapons in Europe. Their purpose should be “to keep the peace and to avoid threats and every kind of war”, even though NATO doesn’t specify who is the enemy against whom these weapons should be used. It asserts instead that the nuclear warheads symbolize “an essential political and military link between the European and North American members of the Alliance”.
Il Trattato sulle armi convenzionali in Europa (CFE), nella sua versione originale, venne siglato nel 1990, un anno prima del collasso dell’Unione Sovietica e tre mesi prima della dissoluzione del Patto di Varsavia. Fu firmato da sedici Paesi membri della NATO e sei appartenenti al Patto di Varsavia, entrando in vigore nel 1992. Esso imponeva strette limitazioni quantitative all’equipaggiamento militare pesante consentito alle parti firmatarie, e stabiliva vincoli ancora più severi al dispiegamento delle truppe russe nei distretti di Leningrado e del Caucaso meridionale, che non potevano quindi essere spostate senza previa notifica e successivo consenso espresso dalla NATO.
La fine della Guerra Fredda e la dissoluzione del Patto di Varsavia privò immediatamente di significato le limitazioni del Trattato CFE. La NATO si è allargata a 26 Stati, con l’ingresso di molti Paesi ex comunisti; sia la NATO che la Russia hanno rapidamente diminuito i loro armamenti scendendo ben al di sotto dei limiti del Trattato.
Per adattare il Trattato CFE alla nuova realtà, nel 1999 ne venne elaborata una versione aggiornata che prevedeva limiti non per blocchi militari ma per singoli Stati. Dei 30 che hanno firmato questa versione “Adattata”, solo quattro – Russia, Bielorussia, Ucraina e Kazakhistan – l’hanno ratificata. I membri della NATO si sono infatti pretestuosamente rifiutati di ratificarla prima che la Russia avesse ritirato le propria presenza militare dalla Georgia (da cui le truppe russe sono state definitivamente sgomberate nel novembre 2007) e dalla Moldavia (dove permane un piccolo contingente di peacekeeping nella regione secessionista della Transnistria), secondo una dichiarazione volontaria che la stessa Russia aveva precisato non ritenere vincolante. Inoltre, quattro nuovi membri della NATO – le tre repubbliche baltiche e la Slovenia – si sono rifiutate di unirsi al Trattato CFE nonostante l’Alleanza Atlantica si fosse pubblicamente impegnata in questo senso.
Il Trattato Adattato non è quindi mai stato operativo ed è servito solo come uno strumento per limitare la libertà russa di occuparsi della propria sicurezza senza imporre simili restrizioni alla NATO, la quale adesso ha un numero tre volte superiore in equipaggiamenti militari pesanti (aerei, carri ed artiglieria) rispetto alla Russia (che, i suoi, li ha pure spostati dietro gli Urali). Ciò ha indotto il presidente Putin a tentare di raggiungere un compromesso con gli altri Stati firmatari nell’ambito di una conferenza convocata nel giugno 2007 a Vienna. La moratoria del Trattato, annunciata nel successivo autunno, è stata provocata dal mancato raggiungimento di un intesa nella capitale austriaca: così facendo, la Russia non si è ritirata ma ha dichiarato che non lo metterà più in pratica sino a quando non sarà ratificato anche dagli altri firmatari. Il principale dei quali, gli Stati Uniti d’America, si sono ritirati unilateralmente dal Trattato anti missili balistici (ABM) nel 2001 ed ora progettano l’installazione di missili intercettori e sistemi radar alle porte del territorio russo.
Al nuovo inviato presso gli uffici NATO di Bruxelles, Dmitry Rogozin, non mancherà certo il lavoro.
Dopo la “clamorosa” notizia, diffusa dall’edizione europea di Stars&Stripes - l’organo di informazione dell’esercito statunitense - nella sua edizione del 3 gennaio 2008, che il comando SETAF di stanza alla Caserma Ederle di Vicenza aveva ottenuto tutti i permessi necessari ad iniziare la costruzione della nuova base all’interno dell’aeroporto Dal Molin, è giunta alla fine di marzo l’aggiudicazione dell’appalto da parte del Comando del Genio della US Navy. Il relativo bando di concorso, pubblicato lo scorso 18 luglio 2007, avrebbe riscosso un grosso interesse dalla aziende del settore, più di duecento delle quali si sono candidate a svolgere i lavori.
Definito il valore dell’appalto, che ammonta a circa 245 milioni di euro, ora si tratta di capire quando le ruspe entreranno in azione. Si dice non oltre la fine della prossima estate, quando la Cooperativa Muratori Cementisti (CMC) di Ravenna, già presieduta dall’ex-ministro Bersani, dovrebbe prendere possesso dell’area designata. La consegna della nuova installazione è prevista entro la metà del 2012, anche se è lecito nutrire dubbi in proposito considerando quali siano i “fiori all’occhiello” della cooperativa suddetta: la linea ferroviaria ad alta velocità Milano - Bologna nonché la famigerata autostrada Salerno - Reggio Calabria.
Nella base USA di Sigonella dovrà essere installato un nuovo sistema radar integrato della Marina statunitense, il Mobile User Objective System (MUOS). Le simulazioni effettuate dalla Maxim, ditta incaricata di verificare il rischio che le microonde dei radar potrebbero comportare per le attrezzature presenti nella base, hanno segnalato la necessità di collocare il nuovo sistema radar in un altro luogo, a causa del pericolo di innescare la detonazione degli ordigni in deposito presso la base.
Al momento, però, il progetto non ha subito modifiche.
La base di Sigonella in Sicilia, dove presto arriveranno gli aerei senza pilota Global Hawks e verrà installato il nuovo sistema radar MUOS (Mobile User Objective System), è la maggiore installazione aereonavale statunitense nel Mediterraneo. Tutte le operazioni belliche made in USA compiute in Africa e Vicino Oriente negli ultimi cinquanta anni sono partite da questa base collocata proprio nel bel mezzo dell’ex Mare Nostrum. Dall’autunno 2003 “la piccola Saigon” – come la chiamano gli statunitensi - è al centro di un