L’ideologia yankee applicata al resto del mondo


“Vi è una coincidenza sorprendente tra la promozione della democrazia occidentale e il massacro di massa che ne è la sua applicazione pratica. Lo scenario è sempre lo stesso: si inizia con la dichiarazione dei diritti umani per finire con i B52. Ora questo trofeo della politica estera degli Stati Uniti – e dei loro alleati – è una diretta conseguenza del loro liberalismo. Questo aspetto della storia delle idee è poco conosciuto, ma la dottrina liberale ha perfettamente assimilato l’idea che per garantire la libertà di alcuni, sia necessario garantire la sottomissione di altri. Il padre fondatore degli Stati Uniti, un liberale come Benjamin Franklin, ad esempio, si oppose all’installazione di reti fognarie nei quartieri poveri, perché rischiava, migliorandone le condizioni di vita, di rendere i lavoratori meno cooperativi. In breve, dobbiamo affamare i poveri se vogliamo sottoporli e dobbiamo sottometterli, se vogliamo farli lavorare per i ricchi. A livello internazionale il potere economico dominante applica esattamente la stessa politica: l’embargo che elimina i deboli costringe i sopravvissuti, in un modo o nell’altro, a servire i loro nuovi padroni. Altrimenti, ci sono ancora i B52 e i missili da crociera.
Non è un caso che la democrazia americana, il modello che la Coca-Cola ha diffuso a tutte le famiglie del villaggio globale, sia stata fondata da schiavi e genocidi. C’erano 9 milioni di amerindi nel Nord America nel 1800. Un secolo dopo, erano 300.000. Come disse Alexis de Tocqueville “La Democrazia in America” è arrivata con le sue coperte avvelenate e le mitragliatrici Gatling. I selvaggi piumati del Nuovo Mondo prefiguravano i bambini iracheni nel ruolo di questa umanità in soprannumero di cui si sarebbero liberati, senza rimorsi, se le circostanze lo avessero richiesto. Così, da un secolo all’altro, gli Americani hanno trasposto il loro modello endogeno su scala mondiale. Nel 1946, il teorico e apostolo della Guerra Fredda del contenimento anticomunista George Kennan, scrisse ai dirigenti del suo Paese che il loro compito secolare sarebbe stato quello di perpetuare l’enorme privilegio concesso dalle fortune della storia negli Stati Uniti d’America: possedere il 50% della ricchezza per solo il 6% della popolazione mondiale. Le altre nazioni saranno gelose, vorranno una fetta più grande della torta e bisognerà impedire che ciò accada. In breve, la “nazione eccezionale” non intende condividere i benefici.
Una caratteristica importante dello spirito americano ha favorito questa trasposizione della “democrazia americana” in tutto il mondo. È la convinzione dell’elezione divina, l’identificazione con il Nuovo Israele, in breve il mito del “destino manifesto”. Tutto ciò che viene dalla nazione scelta da Dio appartiene di nuovo al campo del Bene, incluse le bombe incendiarie. Questa mitologia è la potente forza della buona coscienza yankee, quella che vetrifica intere popolazioni senza il minimo problema di coscienza, come il generale Curtis Le May, capo dell’aviazione americana, che vanta di aver fatto alla griglia col napalm il 20% della popolazione nordcoreana. Gli Stati Uniti hanno realizzato una congiunzione inedita tra una potenza materiale senza precedenti e una religione etnica ispirata al Vecchio Testamento. Ma questo potere è stato surclassato nel 2014 quando il PIL cinese, in parità di potere d’acquisto, ha superato quello degli Stati Uniti. E non è sicuro che l’Antico Testamento sia sufficiente a perpetuare un dominio che si sgretola inesorabilmente.”

Da Democrazia genocida, di Bruno Guigue.

Trump e i guerrafondai della NATO proclamano la pace

Finian Cunningham per rt.com

Durante la ricorrenza del 75° anniversario dell’assalto degli Alleati alla Francia occupata dai nazisti, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e gli altri leader della NATO hanno emesso un “Proclama del D-Day”. In suo nome, si sono impegnati a “non ripetere mai più l’orrore della seconda guerra mondiale”.
Gli Stati Uniti e altre 15 nazioni, tra cui Gran Bretagna, Francia e Canada, hanno anche dichiarato il loro impegno a “risolvere pacificamente le tensioni internazionali”.
Se il cosiddetto annuncio del D-Day suona come un carico di sciocchezze, è perché lo è.
Appare evidente che sia stato frettolosamente messo insieme a scopo rasserenante mentre Trump e gli altri commemoravano l’Operazione Overlord al suono di una banda di ottoni dell’esercito e l’inno dei tempi della guerra di Vera Lynn “We’ll meet again”. I nobili sacrifici di soldati e civili nella sconfitta del nazifascismo avrebbero dovuto ricevere qualche segno di decoro sotto forma di un proclama di pace, così sembra.
Tuttavia, la proclamazione di Trump e della sua banda di guerrafondai della NATO deve essere considerata nient’altro che una cinica adesione di facciata. Continua a leggere

E’ il sovranismo, bellezza!


Il nostro sovranismo? Se gratti bene non c’è niente

Certe volte i sovranisti fanno i furbi. Cos’è il sovranismo? È la difesa del concetto che ogni Stato è sovrano. Quindi no alle interferenze di Paesi stranieri, no a diktat politici o militari. Benissimo. Però poi alcuni sovranisti fanno i furbi. Prendete Orban, il leader ungherese. Parto da lui ma poi arrivo all’Italia. Dunque, Budapest incassa dai rimborsi europei il quadruplo di quello che paga per le spese comuni. Una pacchia. Infatti l’Ungheria ha tassi di crescita di tipo cinese. In cambio dovrebbe rispettare educatamente gli accordi europei. Ma manco per sogno. L’UE si accorda di ripartire tra i vari Paesi i migranti che sbarcano in Italia? L’Ungheria non ne prende nemmeno uno. “La patria è sacra! Viva l’Ungheria! Noi siamo sovranisti!”. E per rafforzare il concetto mette il filo spinato ai confini. Idem Polonia, Slovacchia e Cekia, che insieme all’Ungheria formano il quartetto di Visegrad. “Migranti africani? No, grazie”. Ma scusate, ve lo chiede Salvini, non siete amici di Salvini? “Salvini chi? Ma chi lo conosce?”.
Arriviamo all’Italia. Autunno 2018. Giovanni Tria, ministro dell’economia, va a Bruxelles. Nella borsa ha il DEF italiano, che prevede uno sforamento dei parametri, con espansione di spesa al 2,4% anziché all’1,6-1,9 che è il massimo che Bruxelles ci vuole concedere. L’Europa ci boccerà? “Niente paura. In Europa ci sono gli amici di Salvini, il quartetto di Visegrad”. Sì, c’erano, ma in quel momento erano andati in bagno. Zitti e muti. Anzi, dalla porta socchiusa della toilette chiedevano agli inservienti: “Pss… Pss… Ma che vogliono gli Italiani? Vogliono sforare? Ma che, sono matti?” Alla fine ci mette una pezza Conte. Parla con Merkel, parla con Macron, e sia come sia l’Europa ci grazia: il DEF viene tagliuzzato da 2,4 a 2,04. Non è il massimo della vita, ma meglio che essere mandati al gabinetto con gli amici di Salvini.
Intanto scoppia il caso Venezuela. Guaidò si autoproclama presidente, ma a Caracas c’è già un presidente eletto e si chiama Maduro. L’America si fa minacciosa e, tanto per non perdere le buone abitudini, appoggia il golpista Guaidò. L’Europa, prima che Trump si arrabbi, si accoda. L’Italia invece, quasi unica in UE, assume una posizione equidistante tra Guaidò e Maduro. A quel punto il nostro líder máximo si affaccia al balcone e grida: “Siamo vicini a Guaidò! Via il dittatore Maduro”. Ma come, Maduro è stato eletto, l’altro no! La democrazia non vale per il Venezuela? Allora il sovranismo che è? Niente, e adesso viene il bello. Di Maio va in Cina, si spertica in elogi alla Via della Seta e alla fine riesce ad accordarsi per un Memorandum d’intesa Italia-Cina che potrebbe risollevare la stremata economia italiana. A quel punto l’Europa è gelosa e sbraita, l’America minaccia, ed entrambe interferiscono con la nostra sovranità. Per fortuna abbiamo Salvini: ci difenderà!
Invece niente: lui mette il broncio, prende le distanze dal governo, non partecipa agli incontri romani con Xi Jinping ed esclama: “Non mi dicano che la Cina è un Paese democratico”. Invece i nostri partner commerciali, come l’Arabia Saudita, sarebbero tutti fior di democratici (a proposito, il mese scorso l’Arabia ha decapitato 37 oppositori politici e ha infilzato le teste sui pali nelle strade di Riad: ma Salvini zitto, lui è sovranista!).
E arriviamo al primo trimestre 2019. L’economia italiana esce dalla recessione. Per poco, ma esce: PIL +0,1%. Grazie al cielo e grazie anche alla Cina e al Memorandum cinese. Intanto il sottosegretario leghista Siri è indagato per presunte mazzette, non vuole dimettersi e Conte deve rimuoverlo. In Lombardia la Procura inquisisce il governatore leghista e arresta per presunte mazzette una quarantina di persone. Torna lo spettro di Mani Pulite. E Salvini di tutto questo che dice? Dice chiaro e tondo: “Basta con la cannabis leggera, chiudiamo i negozi e riapriamo i bordelli, meglio fare l’amore”. Che c’entra? Be’, c’entra, c’entra: è il sovranismo, bellezza! A Roma si chiama in un altro modo, ma qui non lo posso scrivere.
Paolo Di Mizio

Fonte

“Centro Studi Americani” di Via Caetani… ricorda qualcosa?

Ci venderanno la moto ma non ci lasceranno mai salire sui loro yachts

“Sono passati 24 anni dalla prima edizione del libro Come ci vendono la moto (sottotitolo “Informazione, concentramento e potere dei media”, n.d.t.) di Noam Chomsky e Ignacio Ramonet. Il giorno per giorno continua a dimostrarci insistentemente che l’industria di vendita di moto truccate è sempre in auge e che ha molti acquirenti.
Il caso della Repubblica Bolivariana del Venezuela è solo uno in più nell’universo della distorsione dell’informazione. In effetti i messaggi che annunciatori, opinionisti, politici, governi e altri rappresentanti della borghesia stanno riversando in questi giorni non sorprendono per nulla. Fanno arrabbiare, ma non sono niente di nuovo. Devono vendere la loro moto, il loro prodotto, in questo caso la re-instaurazione di un modello neoliberista al servizio del capitale, avvolto nella carta della democrazia e della libertà.
Preoccupano di più, invece, la maggioranza disposta a comprare questo prodotto e a fare propaganda gratuita per esso, cercando di convincere i suoi simili della necessità e della bontà della moto truccata, ripetendo all’infinito gli slogans pubblicitari della casa commerciale. E, più ancora, quando queste persone si dicono progressiste e preoccupate dei problemi della società e del mondo.
L’acquirente di moto truccate parla del regime di Maduro, del suo governo autoritario e dittatoriale, e ripete senza fine che sono necessarie elezioni libere. Ma non si è scomodato a verificare come si sono svolti i processi elettorali in Venezuela negli ultimi vent’anni e come il chavismo abbia vinto 19 competizioni elettorali ed un referendum revocatorio e ne abbia perso solo due, alla presenza di osservatori internazionali che hanno garantito tali processi elettorali.
Non si è scomodato neppure a verificare la percentuale di appoggio ottenuto nelle elezioni del 2018 da Maduro tra i votanti (67,8%) e sui votanti in totale (44,5%); percentuali maggiori di quelle di Trump (46,09% e 27,2%), Duque – Colombia (54,0% e 28,7%), Macri – Argentina(51,3% e 40,4%), Bolsonaro – Brasile (55,13% e 39,23%), Rajoy – Spagna (33,0% e 21,7%) o Urkullu – Spagna (37,36% e 22,3%), nelle loro rispettive ultime elezioni.
Il fatto è che informarsi esige di disturbarsi a farlo, ed è sempre più facile e comodo ripetere frasi semplicistiche. Conoscere la realtà, cercare di informarsi al di là degli slogans di 20 secondi, dei messaggi di Twitter o dei video di provenienza sconosciuta distribuiti dalle reti social, mette allo scoperto nuovi aspetti da considerare, genera dubbi e mette in discussione letture categoriche.
E’ più comodo, produce meno contraddizioni e meno insicurezza far partire la moto truccata e circolare con essa, nonostante non si sappia bene chi ce l’ha venduta, se le caratteristiche tecniche sono realmente quelle che ci hanno detto e se ci porterà dove dobbiamo andare.”

Venezuela: compratori di discorsi altrui, di Iñaki Etaio continua qui.