Immaginare un’Unione Europea al di fuori del Patto Atlantico è una mera illusione

“L’Europa comunitaria è in gran parte un prodotto della Guerra Fredda e dell’influenza americana sul continente, sicuramente in modo massiccio fino all’89. Pertanto, immaginare un’Unione Europea al di fuori del Patto Atlantico è una mera illusione. Non a caso tutti i progressi nell’ambito della Politica Estera e Sicurezza Comune sono sempre avvenuti nel quadro riconosciuto della NATO, ivi compresa l’ultima realizzazione che riguarda l’Europa della difesa, la cooperazione strutturata permanente (PESCO), che, erroneamente salutata come l’embrione di un’Unione della difesa, certamente aiuterà gli approvvigionamenti e migliorerà il coordinamento fra gli Stati in ambito militare, ma sempre sotto l’egida della NATO. Quindi l’autonomia manca nella sostanza. Tanto più che è proprio l’Alleanza Atlantica, finito il compito per cui era stata creata, che si è reinventata un ruolo espansivo, ergendosi a poliziotto mondiale, tendendo a “globalizzarsi” e a protendersi sempre più verso Est (come i fatti ucraini dimostrano), ben oltre l’Atlantico del Nord. L’Europa subisce passivamente queste dinamiche e, a partire dagli anni Novanta (dalla guerra del Golfo, passando per la guerra del Kosovo, sino alla Libia), non è stata in grado di creare né una propria eurosfera (una “dottrina Monroe” all’europea, come auspicava Schmitt), né ha saputo costruire un dialogo efficace con la Russia (imponendole pure delle sanzioni, dopo il conflitto in Ucraina). Questo perché una vera politica estera, di fatto, non esiste e i Paesi membri, più o meno forti o deboli che siano, hanno obiettivi ed interessi spesso contrastanti. Opposte visioni che tuttavia, se non altro, hanno avuto il merito di portare al respingimento del TTIP, il trattato che avrebbe creato una sorta di mercato comune euroatlantico e che avrebbe sancito una subordinazione commerciale nei confronti degli USA, a mio avviso pericolosa per l’Europa.
Certo è che la mancanza di un grande spazio macroregionale, dotato di un proprio orientamento politico, fa del continente il classico vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro che esprimono, invece, forti statualità (USA, Cina, Russia). Ma per creare un nuovo ordine non credo che la retorica post-sovranista e globalista ci sia d’aiuto e anzi stia lavorando, inconsciamente o meno, alla dissoluzione dell’Europa e degli Stati. Piuttosto occorre pensare un europeismo capace di immaginare una configurazione del continente che tenga insieme, in nuove forme di cooperazione, sovranità, debitamente ricomposte e reimmaginate (non basta un recupero nostalgico del passato). Ciò vuol dire, sul piano interno, mettere fine al processo di svuotamento democratico popolare che è in atto e, sul piano esterno, riarticolare queste nuove sovranità in un contesto geopolitico più ampio. Questo potrebbe restituire autonomia all’Europa.”

Dall’Intervista a Marco Baldassari, a cura di Lorenzo Disogra, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 1/2018, pp. 188-189.
Marco Baldassari, dottore di ricerca in Sociologia e sistemi politici presso l’Università degli Studi di Parma, insegna “Storia delle istituzioni europee” presso la facoltà di Scienze Politiche del medesimo ateneo.

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Il vero libro esplosivo è a firma Trump

Tutti parlano del libro esplosivo su Trump, con rivelazioni sensazionali di come Donald si fa il ciuffo, di come lui e la moglie dormono in camere separate, di cosa si dice alle sue spalle nei corridoi della Casa Bianca, di cosa ha fatto suo figlio maggiore che, incontrando una avvocatessa russa alla Trump Tower di New York, ha tradito la patria e sovvertito l’esito delle elezioni presidenziali.
Quasi nessuno, invece, parla di un libro dal contenuto veramente esplosivo, uscito poco prima a firma del presidente Donald Trump: «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti». È un documento periodico redatto dai poteri forti delle diverse amministrazioni, anzitutto da quelli militari. Rispetto al precedente, pubblicato dall’amministrazione Obama nel 2015, quello dell’amministrazione Trump contiene elementi di sostanziale continuità.
Basilare il concetto che, per «mettere l’America al primo posto perché sia sicura, prospera e libera», occorre avere «la forza e la volontà di esercitare la leadership USA nel mondo». Lo stesso concetto espresso dall’amministrazione Obama (così come dalle precedenti): «Per garantire la sicurezza del suo popolo, l’America deve dirigere da una posizione di forza».
Rispetto al documento strategico dell’amministrazione Obama, che parlava di «aggressione russa all’Ucraina» e di «allerta per la modernizzazione militare della Cina e per la sua crescente presenza in Asia», quello dell’amministrazione Trump è molto più esplicito: «La Cina e la Russia sfidano la potenza, l’influenza e gli interessi dell’America, tentando di erodere la sua sicurezza e prosperità».
In tal modo gli autori del documento strategico scoprono le carte mostrando qual è la vera posta in gioco per gli Stati Uniti: il rischio crescente di perdere la supremazia economica di fronte all’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali, anzitutto Cina e Russia le quali stanno adottando misure per ridurre il predominio del dollaro che permette agli USA di mantenere un ruolo dominante, stampando dollari il cui valore si basa non sulla reale capacità economica statunitense ma sul fatto che vengono usati quale valuta globale.
«Cina e Russia – sottolinea il documento strategico – vogliono formare un mondo antitetico ai valori e agli interessi USA. La Cina cerca di prendere il posto degli Stati Uniti nella regione del Pacifico, diffondendo il suo modello di economia a conduzione statale. La Russia cerca di riacquistare il suo status di grande potenza e stabilire sfere di influenza vicino ai suoi confini. Mira a indebolire l’influenza statunitense nel mondo e a dividerci dai nostri alleati e partner».
Da qui una vera e propria dichiarazione di guerra: «Competeremo con tutti gli strumenti della nostra potenza nazionale per assicurare che le regioni del mondo non siano dominate da una singola potenza», ossia per far sì che siano tutte dominate dagli Stati Uniti.
Fra «tutti gli strumenti» è compreso ovviamente quello militare, in cui gli USA sono superiori. Come sottolineava il documento strategico dell’amministrazione Obama, «possediamo una forza militare la cui potenza, tecnologia e portata geostrategica non ha eguali nella storia dell’umanità; abbiamo la NATO, la più forte alleanza del mondo».
La «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti», a firma Trump, coinvolge quindi l’Italia e gli altri Paesi europei della NATO, chiamati a rafforzare il fianco orientale contro l’«aggressione russa», e a destinare almeno il 2% del PIL alla spesa militare e il 20% di questa all’acquisizione di nuove forze e armi.
L’Europa va in guerra, ma non se ne parla nei dibattiti televisivi: questo non è un tema elettorale.
Manlio Dinucci

Fonte

L’orizzonte strategico del XXI secolo

“I prossimi decenni, lungi dall’essere quelli di un ordine imperiale unipolare, o di una coabitazione apparentemente multipolare ma felicemente organizzata e ordinata da un pallido dominante intorno ai suoi valori, saranno senza dubbio quelli del disordine e della moltiplicazione dei conflitti. Ma saranno anche quelli del recupero della nozione di nazione, e con essa quella di sovranità nazionale, come elemento fondamentale dell’azione collettiva e democratica.
In una simile situazione, il rapporto tra hard power e soft power penderà in maniera significativa in favore del primo e a scapito del secondo. La capacità a realizzare consensi internazionali ne sarà continuamente coinvolta, e la logica delle alleanze tra nazioni sovrane potrebbe ritrovare tutta la sua importanza. Le conseguenze sia su progetti transnazionali, come la costruzione europea o le istanze di regolamentazione internazionale come l’OMC, sia sui progetti nazionali potrebbero essere considerevoli.
Sapremo approfittarne?
Riassumendo per punti:
1) E’ importante muoversi in un’ottica policentrica.
2) E’ importante il recupero del concetto di sovranità nazionale.
3) E’ necessario riaffermare i diritti delle nazioni a fronte della strumentalizzazione dei diritti umani. Condizione necessaria ma non sufficiente.
In particolare, sarà necessario battersi in un quadro geopolitico di conflittualità controllate e non nel fantasioso e mefitico quadro “scontro di civiltà”. Sarà allo stesso modo necessario battersi per una collocazione dell’Iran in un corretto spazio politico-diplomatico senza alcun cedimento verso il sionismo. E questo, sia ben chiaro, senza mai essere tifosi di nessuno! All’interno, cresce la possibilità di concepire una politica per il proprio Stato e dunque di esplicitare nel concreto l’inconsistenza (e l’insussistenza) di una dialettica “destra-sinistra” e di accennare ad una prospettiva politica che possa interessare le nuove generazioni (non mi piace proprio la categoria “i giovani”!), uscendo fuori da pastoie con elementi residuali di un settarismo storico e affrontando con coraggio un dibattito sulla democrazia, troppo spesso liquidata, con la complicità dell’aggettivo “borghese”, per favorire fughe in avanti, senza mai tener conto della situazione specifica, verso il sole dell’avvenire!”

Ascesa e caduta del nuovo secolo “americano”. Potremo approfittarne? Sapremo approfittarne? di Giancarlo Paciello è qui.

Statua da abbattere

La Russia, un baluardo contro l’Impero

“Lo scenario politico internazionale nella nostra epoca può forse avere qualche analogia con quello realizzatosi alla vigilia della prima guerra mondiale, ma le divergenze sono di gran lunga più numerose delle somiglianze. A quel tempo esistevano numerose grandi potenze, ciascuna al centro di un impero coloniale. Queste potenze da un lato avevano aspirazioni egemoniche ma non universalistiche (la Germania voleva strappare colonie al Regno Unito, assaltare il “potere mondiale”, ma non conquistare il Regno Unito), dall’altro tendevano a formare blocchi di alleanze, concentrazioni di forza economica, politica e militare in linea di massima equivalenti. Era l’età degli imperialismi. Oggi esiste un solo centro di potere mondiale le cui ambizioni territoriali, economiche e culturali sono illimitate: è l’età dell’Impero. Ignorare, nel 2017, l’esistenza di questo sistema di potere, significa farsi sfuggire non un dettaglio, ma la caratteristica capitale del mondo contemporaneo, caratteristica peraltro già indagata in lungo ed in largo da decenni.
Cos’ è l’Impero?
(…)
E’ la “democrazia totalitaria” profetizzata da Alexander Zinov’ev nel 1999 ed oggi pienamente realizzata. Per quanto ciò sembri paradossale il cosiddetto “totalitarismo” (nel senso di assorbimento totale di ogni aspetto della vita umana in un’unica dimensione economica, politica, ideologica ed etica), strumento concettuale brandito dal liberalismo per legittimarsi, non si è mai realizzato in forma storicamente tanto perfetta quanto lo è oggi, sotto l’Impero del liberalismo stesso.
Questi i tratti essenziali, a cui è utile aggiungere alcuni importanti dettagli.
Nel tempo dell’Impero esistono ancora, di nome, imperialismo, fascismo, ed estremismo religioso. Ma si tratta di copie sbiadite degli omonimi fenomeni del secolo scorso. Di zombie che l’Impero utilizza per conseguire i suoi fini. La stessa “nazione indispensabile”, gli Stati Uniti d’America, non può adottare indirizzi strategici contrastanti con le logiche del potere globale, senza precipitare (come mostra il caso Trump) in una gravissima crisi istituzionale. La dirigenza americana inclina pericolosamente verso il protezionismo? Sarà la centrale europea a far da sponda, fino a che i globalisti d’oltre atlantico non avranno “risolto”, con le buone o con le cattive, l’errore di percorso. L’Impero uniforme ed orizzontale non teme nessuna crisi locale.
Ove si presentano aree di resistenza economica, politica e culturale, l’Impero interverrà suscitando nazionalismo, fondamentalismo o terrorismo, che verranno utilizzati di volta in volta per frantumare e digerire queste sacche (Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina…) o per alimentare la lealtà ed il conformismo delle popolazioni terrorizzate. Ove la guerra ibrida non sia possibile o conveniente, e l’ Impero sia costretto ad un intervento diretto, lo strumento utilizzato non sarà la “guerra” che presuppone un riconoscimento implicito del nemico, ma l’“operazione di polizia internazionale” espressione che abolisce la politica estera declassandola a questione di ordine pubblico discendente da un’unica fonte di legittimazione imperiale. La convergenza ideale e pratica arancio – bruno – verde fra certi ambienti liberal atlantici, la manovalanza neofascista ucraina ed i mangiatori di cuori siriani è solo apparentemente incongrua: nella realtà si tratta di strumenti di potere decisamente integrabili che l’Impero utilizza simultaneamente a diversi livelli.
Poi c’è la questione della sproporzione delle forze: un immenso divario che è militare, ma soprattutto economico, politico e mediatico. Per misurarla è utile osservare la proiezione dello schieramento della NATO dalla Germania Ovest fino al ventre molle della profondità strategica russa, ricordare che il blocco atlantico supera la Russia di quattro volte per popolazione, di dieci volte per spesa militare, di venti volte per potenza economica. E’ utile ma non è sufficiente, perché in realtà la superiorità dell’Impero trascende la realtà della NATO, estendendosi a tutte le organizzazioni e le formazioni internazionali costituite intorno ad esso, di cui l’Impero detiene un pacchetto di controllo che gli consente di usarle a piacere. Alla luce di queste considerazioni è chiaro che non esiste alcuno scontro fra “opposti imperialismi”.
Volendo a tutti i costi utilizzare le categorizzazioni leniniste, la Russia odierna dovrebbe piuttosto collocarsi nella categoria delle “semi colonie” (Persia, Cina, Turchia, nella classificazione di Lenin, che scriveva nel 1916…): quella dei paesi parzialmente egemonizzati che lottano per conservare margini di autonomia politica. In questi casi Lenin era categorico: la borghesia della nazione oppressa deve essere sostenuta nella propria lotta contro la nazione opprimente, ed avversata nella lotta contro il proprio proletariato: “In quanto la borghesia della nazione oppressa lotta contro quella della nazione che opprime, noi siamo sempre, in tutti casi, più risolutamente di ogni altro, in favore di questa lotta, perché noi siamo i nemici più implacabili, più coerenti dell’oppressione. In quanto la borghesia della nazione oppressa difende il proprio nazionalismo borghese, noi siamo contro di essa. Lotta contro i privilegi e le violenze della nazione che opprime; nessuna tolleranza per l’aspirazione della nazione oppressa a conquistare dei privilegi.”. E ancora: “Se noi non ponessimo la rivendicazione dl diritto delle nazioni all’autodecisione, se non agitassimo questa parola d’ordine, aiuteremmo non solo la borghesia, ma anche i feudali e l’assolutismo della nazione che opprime.”
In conclusione la questione si pone esattamente nei termini prospettati da Preve: riconosciuta la (onni)presenza e l’esistenza dell’Impero “liquido” “orizzontale” “globale” dei nostri giorni, occorre decidere se collaborare arrendendosi (è la soluzione implicitamente scelta da Negri-Hardt) o resistergli. E se si decide di resistere si incontra Putin.
Forse voi “di sinistra”, prima di incontrare Putin a questo punto del mio ragionamento, lo avete avvistato altrove, in posti a voi cari. Ad esempio potreste averlo trovato nel Venezuela bolivarista, mentre concorda politiche energetiche con il governo locale o mentre fornisce grano e cooperazione politica e militare. Oppure a Cuba, mentre annulla il 90% dei debiti del Paese verso la Russia. O in Corea del Nord: il mondo accerchia Pjongjang, Putin manda un segnale, aprendo una nuova linea di traghetti con Vladivostok. E ancora in Donbass, in Siria, nelle Filippine. Ovunque l’Impero non riesca ad affermarsi proiettando la luce della propria potenza, si trova Putin. Putin è il rovescio, è l’ombra della globalizzazione.
E’ facile immaginare cosa accadrebbe a queste realtà di resistenza locale il giorno in cui un Maidan moscovita abbattesse lo Zar: sarebbero immediatamente soverchiate, schiacciate annichilite. La stesso pensiero di un altrove, di un altro tempo, soppresso negli anni novanta, recentemente riaffiorato, verrebbe inghiottito nel buco nero del pensiero unico. Putin è l’assillo, il rovello, l’ossessione, lo spettro dei media mainstream. Nella rappresentazione dei nostri organi di informazione Putin è onnipotente, è ovunque, è il male che si annida nel sistema, perché la sua stessa esistenza ne mette a nudo le negate criticità. Il vostro nemico lo sa bene che Putin è dalla vostra parte: e voi no?”

Da A sinistra, con Putin!, di Marco Bordoni.

Il significato della guerra informatica

“Non stiamo semplicemente assistendo a un fiorire di leggende urbane, dietrologia e paranoia; il punto è che in guerra è la verità stessa a costituire oggetto di contesa. Le fonti di informazione filo-americane cercano di distrarre l’opinione pubblica dalle responsabilità della NSA. Governi seri dovrebbero chiedere i danni agli USA; conviene pertanto incriminare i malvagi Russi, i Siriani e i Nord Coreani. Dall’altra parte del fronte, le fonti di informazione di parte avversa sottolineano come gli USA impieghino comunemente queste armi per colpire i Paesi non sottomessi e mantenere gli alleati sotto ricatto. Si veda il caso di Stuxnet, un virus informatico creato dagli USA e da Israele nel 2010 per colpire la centrale nucleare iraniana di Natanz, e altri ben noti casi rivelati dall’ex collaboratore della CIA Edward Snowden. Da un punto di vista semiotico, non vi è differenza tra guerra e comunicazione sulla guerra: in guerra gli enunciati sono armi e le armi sono enunciati. La propaganda è un’arma più potente di un bombardamento, in grado com’è di inventare o di occultare uno sterminio; d’altro canto, anche la così detta “madre di tutte le bombe” è un messaggio eloquente. Non senza ragione Bill Gates, nel denunciare le responsabilità dell’amministrazione USA, ha paragonato il furto di questi programmi allo smarrimento di un missile tomahawk. Occorre un “cambio di analogia”: nell’immaginario giornalistico e di massa le attività di hacking sono considerate alla stregua di un furto, mentre sono una vera e propria guerra, condotta tra governi, tra governo e multinazionali, tra governo e gruppi politici.
Si tratta peraltro di armi estremamente economiche da sviluppare. E’ certamente più semplice scrivere un’applicazione che arricchire l’uranio. Una parte crescente dell’economia degli Stati emergenti, dall’India a Israele (da cui provengono le chiavette USB), è legata all’informatica e alla programmazione. I computer sono tecnologie piuttosto economiche, e i giovani di quei Paesi sono concorrenziali sul mercato mondiale. Occorrerebbe sbarazzarsi anche dell’illusione per cui i Paesi occidentali sono i detentori di ogni segreto o innovazione tecnologica. E’ un fatto: la guerra informatica riporta in equilibrio la balance of power a favore degli Stati più poveri, comunque essi siano schierati.
(…)
Come abbiamo visto, la cyber-guerra in corso può essere interpretata in termini di politiche internazionali. Da un lato abbiamo un attore, gli USA, che impiega queste armi per colpire i Paesi avversari e i loro popoli, “spegnendo” una rete di centrali elettriche o infiltrandosi in un sistema bancario. Dall’altro le stesse armi possono essere impiegate contro gli USA da quei Paesi che ne contendono la supremazia, perché sono economiche e semplici da sviluppare. La competizione si sposta allora sulla potenza di calcolo e sullo sviluppo di nuovi sistemi. Tale guerra coinvolge multinazionali americane, europee, cinesi, e si estende ad ogni campo: Google sviluppa sistemi quantistici di intelligenza artificiale in modo che le macchine possano apprendere più in fretta e con risultati migliori; la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) ha erogato un prestito di 25 milioni di euro a Qwant, il motore di ricerca europeo che rispetta la privacy degli utenti, per impedire che ogni giorno esabyte di dati sui cittadini europei finiscano nei server degli alleati statunitensi.
D’altro canto, la vicenda della cyber-sicurezza si presta a una lettura in termini di disuguaglianza. Malwaretech, eroe per caso, è un giovane disoccupato, un perdente come tanti altri. Al contrario, gli amministratori di società private e pubbliche colpite dal virus non sembrano avere competenze nell’ambito della sicurezza. Nessuno di noi lascia la porta aperta, nell’uscire di casa; il dirigente d’azienda medio non si rende neppure conto che il portone è spalancato. Dieci anni di crisi economica in Occidente hanno avuto per effetto un mancato ricambio generazionale: tassi di disoccupazione giovanile alle stelle, precariato, impossibilità per un’intera generazione di accedere a ruoli dirigenziali. In questo modo si è ostacolata anche la diffusione di competenze fondamentali, data l’onnipervasività dell’informazione nella società tardocapitalistica. Inoltre, chi vive una condizione di esclusione non deve nulla allo Stato o a aziende che limitano creatività e libertà. Il risultato non può che essere una sorta di vendetta pre-politica: ecco che nascono gruppi dediti a pratiche illegali, legittimati dal fatto che il web è terreno di guerra tra grandi agenzie e organizzazioni pubbliche e private: un campo di battaglia in cui uno Stato può sabotare una centrale nucleare mettendo a rischio l’ambiente di una regione, e allo stesso modo un magnate può boicottare l’economia di una nazione speculando contro una certa moneta. In questo ritorno a uno stato di natura hobbesiano non c’è diritto che tenga. I gruppi di pirati adottano le giustificazioni ideologiche più varie, anarchiche, libertarie, o al contrario nazionaliste o religiose, ma sono ugualmente il frutto di due condizioni: (1) vivono in un territorio in guerra, il web; (2) sono il prodotto di un’economia criminogena, il capitalismo.”

Da Attacchi informatici e guerra planetaria, di Francesco Galofaro.

6 aprile 1917

Gli Stati Uniti d’America consegnavano alla Germania la dichiarazione di guerra, entrando ufficialmente nel primo conflitto mondiale.
Il grande Paese d’oltreoceano proclamava di abbandonare il suo tradizionale isolazionismo, per difendere le democrazie del Vecchio Continente dall’autocrazia degli Imperi Centrali.
Di fatto, cento anni fa iniziava una lunga marcia verso est che ha portato la (ex) superpotenza mondiale, intrisa di ambizioni messianiche, a ridurre l’Europa in stato di sudditanza.
Arrivare ai confini dell’attuale Russia, dipinta come minaccia all’ordine unipolare, è l’esito intenzionale di tale percorso.
Federico Roberti

I firmaioli di Ventotene

viale del tramonto

La distruzione dello Stato nazione cominciata a Ventotene è la radice del male che ci assale.
Definire “nazionalismo” la sana difesa degli interessi nazionali – per delegittimarla – è la pozione drogata per il popolo, servita dai firmaioli di Ventotene e dai loro complici, al fine di dotarsi d’una doppia via d’uscita.
Chiunque avesse vinto – comunismo sovietico o capitalismo occidentale – si sarebbe potuto dire “io sono nemico del nazionalismo”. E così si disse.
D’altronde, le carezze sotto al tavolo fra partiti italiani – tutti – e il Dipartimento di Stato cominciarono prima e con l’8 Settembre, andarono al primo visibile effetto con l’assassinio di Aldo Moro e poi con la demolizione controllata della mafia corleonese, fino a momenti prima collaborazionista a geometria variabile di tutti gli schieramenti politici e di tutti gli aggregati di potere, nazionali e non.
Finito il comunismo sovietico, i nipotini dei firmaioli di Ventotene, tutto l’ex PCI e i graziati ricattabili d’ogni colore scampati a Tangentopoli, accucciatisi sotto la tavola atlantica, raccolgono i bocconi scartati dai padroni, a loro volta inebriati da un delirio d’onnipotenza, smentito tuttavia dalla dura realtà dei fatti: la raffinatissima tecnologia militare non garantisce la supremazia militare e tanto meno quella politica. Questo ha un effetto terribile e inaspettato, per la prima volta nella storia: la forza militare è agli occhi di tutti uno strumento di terrore esattamente come il tritolo dei combattenti suicidi.
La crisi dello Stato, il veleno iniettato dai firmaioli di Ventotene, ha lasciato lo Stato privo di credibilità, spoglio d’ogni capacità coesiva fra i propri i cittadini – gli autoctoni come gli allogeni.
Non stupisce che il simulacro di Stato italiano non trovi altra via per manifestarsi che un crescente carico fiscale, contraltare della endemica corruzione a ogni livello.
I due fenomeni sono incontrollabili, interconnessi e privi d’ogni possibilità di emendarsi se tutto quanto è intervenuto da Ventotene a oggi non venga cancellato a qualunque sia pure drammatico costo.
Non per caso si ritrova, in questo momento storico, un nuovo equilibrio nei rapporti Stato-Mafia, tentando di far sopravvivere lo Stato alla sua crisi, mentre persino nelle istituzioni della Capitale si constata una sovrapposizione fra malavita e politica, nell’illusione di rieditare situazioni oramai insostenibili.
Lo scontro con la dura realtà non lascia tuttavia scampo neppure negli scenari internazionali.
Lo Stato, inutile quanto insopportabilmente costoso, non è in grado di reagire credibilmente, privato com’è delle sue prerogative di politica economica e ancor più profondamente di quelle di politica di sicurezza, mentre le strutture sovranazionali che avrebbero dovuto surrogarne le funzioni di applicazione della forza, tutt’al più possono apporre etichette su zucchine, banane e cosce di pollo, oppure esibirsi in esibizioni muscolari che sarebbero grottesche se non fossero tragicamente, inutilmente e ottusamente stragiste.
Il sogno d’un “governo mondiale”, coltivato dai firmaioli di Ventotene, da prelati traditori, da ascari della UE, s’infrange contro l’incontrovertibile realtà del fallimento sempre più evidente delle nazioni autocandidatesi alla guida del Pianeta.
Gli Stati Uniti non sono in grado di mandare un brigata contro ISIS, loro creatura, tanto meno lo possono Francia e Gran Bretagna e Germania. La NATO ha perso tutte le sue guerre contro il terrore e ha finito per sposarne i metodi illudendosi di dissimularlo con hitech militare.
Le pattuglie musulmane, prive d’alcuna sofisticazione hitech, spargendo terrore nelle sofisticate capitali dell’Occidente, marcano un successo strategico che non potrà essere cancellato da qualunque successo tattico tromboneggiato, come avviene, dopo la cattura o l’uccisione dei commandos.
Gli Stati nazione, impegnati a distruggere gli altrui assetti nazionali per perseguire propri inconfessabili obiettivi egemonici, sono delle tigri di carta: solo gli stolti non se ne rendono conto.
Moriranno molti innocenti – civili e in uniforme – in questa carneficina inutile e annunciata, e li piangiamo. Non chiedeteci tuttavia di rattristarci per la morte di quanti – giovani e anziani – sono al servizio del disegno dei padroni dei firmaioli di Ventotene.
In Italia non c’è finora un solo partito politico affrancato da tali responsabilità.
Piero Laporta

Fonte